Il cybertariato nella globalizzazione

img – AI generated dominio pubblico

Recensione ragionata del libro di Ursula Huws, Il lavoro nell’economia digitale globale. Il cybertariato diventa maggiorenne, Punto Rosso, 2021.

 di F. Barbetta

Il cybertariato è una realtà nella società contemporanea. Mentre si discute della fine del lavoro, una massa di lavoratori legati alla produzione di elettronica è occupata in fabbriche di chip, microprocessori e display in Cina, in condizioni precarie. Operatori di telemarketing rispondono alle telefonate da tutto il mondo in India per risolvere i problemi con la carta VISA. Parliamo di un esercito di lavoratori on-demand sparsi in tutto il mondo. Cyberproletari in outsourcing, che non compaiono nemmeno nelle statistiche ufficiali. I call center sono diffusi in tutto il mondo, generando milioni di posti di lavoro altamente degradanti. In questo ambiente, i soggetti sono esposti alle pressioni del flusso informativo, che sono caratterizzate dalla disumanità degli algoritmi, che potenziano la logica del controllo. A causa dell’estrema supervisione e sorveglianza di questi lavoratori, si è iniziato a parlare da qualche anno di taylorismo digitale (1).

In realtà come i call center i giovani lavoratori non riescono ad inserirsi concretamente nella logica di identificazione politica e simbolica della classe operaia del passato e finiscono per essere risucchiati nella spirale di una proletarizzazione segnata da tentativi individuali di progresso sociale. La stessa condizione di eterogeneità vissuta dagli operatori del telemarketing, derivante sia dalla logica dell’individualizzazione, sia da quella del salario, degli obiettivi, dei premi, contribuisce a interdire la configurazione di un’identità collettiva sul lavoro, di interessi comuni e di un senso di appartenenza ad un gruppo soggetto alle stesse condizioni economiche e politiche del resto della classe.

Il cybertariato è esposto alle peggiori variabili dei modelli di gestione scientifica. Fanno parte di un modello di taylorismo digitale capace di ricavare la propria forza dai limiti della sanità mentale e fisica dei lavoratori. Il settore richiede loro abilità computazionali generiche, che cambiano rapidamente al ritmo frenetico del progresso tecnologico. Questo rende più facile per loro cambiare lavoro, ma li rende anche più disponibili nelle posizioni da occupare. Secondo Ursula Huws le nuove opportunità costituiscono anche nuove minacce.

La combinazione di questa nuova mobilità occupazionale, con l’enorme espansione della forza lavoro del cybertariato, rende molto più difficile la costruzione dell’identità di classe. Qualcosa che è necessario, a maggior ragione per un tipo di lavoratore che rischia continuamente di diventare obsoleto, se non investe tempo e fatica nell’apprendere un nuovo pacchetto software che può presto diventare obsoleto nel giro di pochi mesi, per il rilascio di una nuova versione.

I saggi di Ursula Huws raccolti nel libro “Il lavoro nell’economia digitale globale. Il cybertariato diventa maggiorenne” permettono di analizzare vari spaccati delle trasformazioni del lavoro nel nostro tempo e inizia proprio analizzando il problema dell’identità occupazionale nel cybertariato.

Storicamente i sindacati si sono costruiti intorno a delle forti identità professionali. Queste organizzazioni sono caratterizzate da una forte solidarietà interna e da confini netti all’ingresso, elemento che può diventare un limite allo sviluppo della coscienza di classe. La forza di queste organizzazioni sindacali è riuscita ad imporre ai padroni aumenti salariali e maggiori tutele per particolari segmenti del mercato del lavoro. Talvolta le loro lotte si sono tradotte in benefici per la società in generale. Per esempio in Germania, con lo sviluppo della contrattazione collettiva di settore e non più centrata sull’occupazione.

Un altro elemento da affiancare a quello dell’identità professionale sono le competenze dei lavoratori, senza le quali non è possibile automatizzare alcun processo produttivo.

Prima che un’attività possa essere automatizzata, è necessario attingere alla competenza e all’esperienza di qualcuno che sappia esattamente come farlo: anatomizzare ogni fase del processo e capire come può essere standardizzata e come una macchina può essere programmata per ripetere questi passaggi. Una volta espropriata tale competenza si può fare a meno della conoscenza e dell’esperienza – o “mestiere” – di questi lavoratori che possono essere sostituiti da lavoratori più economici e meno qualificati per far funzionare le nuove macchine.” (Huws 2021, p.35-36)

Le competenze del lavoratore, come conoscenza, ingegno e creatività, servono al capitale per creare nuovi prodotti e nuovi processi. Queste conoscenze vengono “rubate” dal capitale per trasformare compiti complessi in compiti standardizzati e routinari che possono essere svolti da lavoratori poco qualificati. Per Huws in questo processo dequalificazione e qualificazione avvengono simultaneamente.

Ogni nuovo sviluppo nella divisione tecnica del lavoro comporta una nuovo divisione tra “testa” e “mani”. (…) Man mano che i lavoratori resistono o si adattano al cambiamento e si organizzano per proteggere i loro interessi, si formano continuamente nuove occupazioni e si riformano quelle più vecchie. Così come si può dire che le identità occupazionali sono sia esclusive che invasive, si può anche dire che sono in un processo continuo di costruzione e decostruzione. I datori di lavoro devono bilanciare il loro interesse a ridurre il valore del lavoro con la loro esigenza di garantire che ci sia un’offerta rinnovabile di lavoratori ben istruiti e creativi con nuove idee fresche. In alcune situazioni, le aziende vogliono anche mantenere il controllo proprietario su competenze e conoscenze che danno loro un vantaggio competitivo rispetto ai loro concorrenti.” (Huws 2021, p.36-37)

Questi lavoratori, ben istruiti, capaci di adattarsi all’innovazione e cambiare lavoro, sono prodotti attraverso le scuole. Da qui l’enfasi posta dalle varie riforme della scuola sull’apprendimento permanente, sull’alfabetizzazione digitale o la capacità di lavorare in gruppo. Tutta una serie di competenze che non producono identità professionali stabili ma impediscono ai datori di lavoro di dover pagare la fedeltà di pochi lavoratori capaci di utilizzare un computer, come negli anni ‘60.

Questa compressione dei costi è ottenuta anche con la minaccia delle delocalizzazioni che riguardano anche il cybertariato.

Il tema delle delocalizzazioni ci consente di introdurre le trasformazioni della città legate al luogo e alle modalità con cui viene svolto il lavoro. Huws introduce una distinzione tra lavoratori “fissi”, “indipendenti” e una categoria di mezzo che possiede caratteristiche di entrambe le categorie, quella dei lavoratori “frammentati”. Con il primo termine identifica lavoratori legati alla “necessità di vicinanza fisica a un punto particolare, perché il lavoro implica direttamente la produzione, la riparazione, la pulizia o lo spostamento di beni fisici o la fornitura di servizi personali reali alle persone in un tempo ed uno spazio reale.” (Huws 2021, p.55)  In questa categoria rientrano molte attività svolte da lavoratori immigrati, pensiamo all’edilizia, al lavoro di cura oppure agli autisti dei taxi.

Per quanto riguarda il lavoro “indipendente”, il nome allude al vincolo mancante del luogo fisico. Occorre studiare la genesi di questo tipo di lavoro per capire l’impatto che ha sulle città. Negli anni ‘70 le multinazionali occidentali hanno iniziato ad esternalizzare in paesi con un basso costo del lavoro e condizioni politiche favorevoli. Questo processo è proseguito anche negli anni ‘80, portando alla deindustrializzazione dei paesi occidentali e alla nascita di industrie, spesso altamente inquinanti, nei paesi in via di sviluppo come Cina, Filippine o Messico. Tuttavia questo processo non ha riguardato solo l’industria manifatturiera ma anche quella informatica. Le attività a basso valore aggiunto, come l’immissione di dati, sono state progressivamente esportate in paesi come Madagascar e Filippine mentre la programmazione dei computer in economie in via di sviluppo come Brasile e India. Il caso indiano è molto interessante. Huws cita un’inchiesta del 2001 secondo cui, su 200 delle principali aziende inglesi, il 47% dei manager era intenzionato a delocalizzare la programmazione di software in India, un paese che dispone di una riserva gigantesca di laureati in informatica a basso costo e con una buona conoscenza dell’inglese.

A loro volta, le imprese indiane, spostandosi in una posizione intermedia delle catene globali del valore, hanno iniziato ad esternalizzare alcune attività in altri paesi, come Russia e Bulgaria. Il lavoratore e il posto di lavoro stesso possono essere spostati da regione a regione e da paese a paese attraverso collegamenti telematici. Questo rende il rapporto di lavoro di un lavoratore “indipendente” estremamente precario, come precaria è la sua forza contrattuale.

La questione diventa ancora più complessa se si considera che non tutte le informazioni sono disponibili per l’analisi delle esternalizzazioni nel settore informatico. Mancano ancora dati statistici chiari sull’utilizzo dei servizi all’esterno in attività molto frammentate, come avviene nella sharing economy. Diventa questi impossibile misurare la percentuale di lavoro in questione che viene spostata. Una situazione molto diversa dalla delocalizzazione dell’industria manifatturiera che è facilmente identificabile.

La comparsa del cybertariato ha avuto conseguenze negative per quanto riguarda il funzionamento del mercato immobiliare delle città delle economie emergenti. I costi delle case sono aumentati mentre la possibilità, a causa della precarietà del lavoro, di contrarre un mutuo si è ridotta sempre di più.

Il lavoratore “frammentato”, invece, vive costantemente nella tensione tra stabilità e variabilità. Reale e virtuale incidono sulla sua vita costantemente, portando all’erosione del confine tra giornata lavorativa ed extralavorativa. Pensiamo ai manager che lavorano su un foglio excel in aeroporto perché devono preparare una presentazione per clienti che vivono dall’altra parte del mondo. Si tratta di un lavoratore esposto quotidianamente alle richieste di un mercato globale, cosa che porta ad una compenetrazione dei fusi orari. Questo si riflette anche sul funzionamento delle città, con lo sviluppo di un’economia delle 24 ore su 24 per adattarsi a lavoratori che lavorano in orari non tradizionali.

Huws procede ad analizzare tre situazioni particolari del mondo del lavoro: il lavoro creativo, le trasformazioni del settore pubblico e la teoria del valore-lavoro in relazione al lavoro digitale.

Il lavoro creativo è fondamentale per i processi innovativi ma allo stesso tempo i padroni hanno la necessità di tenere sotto controllo i lavoratori creativi e controllare la proprietà intellettuale di ciò che producono. Allo stesso tempo, questo tipo di lavoratori ha bisogno da un lato di esprimersi liberamente ma dall’altro lato deve potersi vendere sul mercato. Questo, sostiene Huws, genera situazioni di contrasto e complicità tra padroni e lavoratori creativi. La lotta in cui si trovano coinvolti è quella tra controllo dei manager e richiesta di autonomia nel lavoro.

Per spiegare la posizione del lavoro creativo nell’attuale fase del capitalismo, Huws ci invita ad analizzare questo tipo di lavoro in relazione alla ristrutturazione delle catene globali del valore e alle interconnessioni del lavoro creativo con le varie componenti di queste catene. Un’analisi necessaria per poter comprendere la relazione tra sviluppo capitalista e lavoro creativo.

Per prima cosa, il lavoro creativo crea nuove merci. Queste nuove merci possono essere ottenute trasformando una produzione artigianale in produzione industriale, impiegando i lavoratori creativi nel reparto di Ricerca e Sviluppo di un’impresa, acquisendo brevetti da piccole imprese o liberi professionisti oppure dalle università pubbliche.

In ciascuna di queste situazioni, il rapporto del creatore dell’opera con l’azienda che produce il prodotto finale sarà diverso, così come il suo rapporto con la proprietà intellettuale nella creazione. Queste condizioni specifiche di proprietà, controllo e gestione influenzeranno, direttamente o indirettamente, i rapporti di potere tra le parti e daranno forma alla vita lavorativa del lavoratore creativo in termini di reddito e autonomia.”

Questi prodotti dovranno poi essere personalizzati, adattati per scopi o mercati diversi e migliorati. Anche di questo si occupa il lavoro creativo. Un aspetto particolare è l’adattamento di un determinato prodotto per varie forme di media. Di questo si occupano lavoratori creativi come scrittori, disegnatori di siti web o artisti visivi.

Infine troviamo il lavoro creativo dei progettisti di sistema e dei manager che ha come scopo analizzare, standardizzare, esternalizzare e gestire i processi lavorativi.

Tutte queste “attività sono sempre più inserite nelle catene globali del valore delle grandi aziende o fanno affidamento su tali società per la distribuzione o il patrocinio e, sebbene i loro rapporti con queste aziende siano forse anche più vari di quelli descritti finora, è difficile. se non impossibile distinguere chiaramente questi lavoratori da altre categorie di lavoratori nella stessa catena del valore.” (Huws 2021, p.114-115)

Quello che differenzia questi lavoratori è il modo in cui vivono il lavoro.

Il lavoratore creativo non si preoccupa unicamente della ricompensa monetaria, ma è attento anche al contenuto di ciò che produce. Inoltre, può essere orgoglioso di ciò che realizza anche dopo la sua vendita.

Questo attaccamento al lavoro può esprimersi sotto forma di impegno nei confronti degli utenti del servizio (ad esempio nell’istruzione), del pubblico (ad esempio nelle arti dello spettacolo) o dei clienti (ad esempio nel design del prodotto), ma può essere collegato anche a preoccupazioni circa la propria reputazione personale. (…) Questa forte identificazione con il prodotto del lavoro può lasciare ai lavoratori l’illusione di una proprietà continua, anche quando i loro diritti di proprietà intellettuale e il loro controllo sono stati ceduti. Trovarsi di fronte alla realtà di questa perdita può quindi essere doloroso. L’esperienza dell’espropriazione può arrivare come uno shock ricorrente, essendo più vicina alla superficie della coscienza piuttosto che in altre forme di lavoro in cui l’alienazione è data per scontata. Nella misura in cui è veramente innovativo, si può dire che il lavoro creativo è permanentemente posto al momento dell’alienazione, e il lavoratore creativo è ripetutamente presente al centro di un contraddittorio dramma di esproprio: il lavoro, così come viene posto in essere, appartiene e nello stesso tempo viene strappato al suo generatore.” (Huws 2021, p. 117-118)

Analizzando i risultati di alcune ricerche europee del progetto Works dell’UE tra il 2005 e il 2009, questa categoria di lavoratori, tuttavia, risulta soggetta a tutta una serie di processi di intensificazione e standardizzazione del lavoro davanti ai quali non sembrano essersi opposti con la dovuta forza.

L’intensificazione del lavoro si esprime in un allungamento della giornata lavorativa ma soprattutto in una “saturazione del tempo, una accelerazione del ritmo, delle scadenze più strette, una pressione maggiore, e talvolta una “colonizzazione” della altre sfere della vita dell’individuo”. (Huws 2021, p. 121)

Infine abbiamo la cosiddetta “intensificazione delle competenze” cioè la somma di nuovi compiti alle attività che normalmente devono svolgere i lavoratori.

Queste nuove competenze richieste possono non riguardare solo l’aspetto professionale. Anzi, spesso riguardano capacità sociali, capacità di risoluzione dei problemi e capacità di gestione delle risorse.

Questi elementi si uniscono alla standardizzazione del lavoro che permette l’esternalizzazione delle attività svolte dal lavoro creativo in un processo che può, con un effetto valanga, essere ripetuto più di una volta.

Tuttavia, i manager spesso sottovalutano la quantità di conoscenza tacita richiesta per consentire a sistemi apparentemente standardizzati di funzionare senza problemi. Per portare a termine il lavoro, i lavoratori devono mettere in gioco creatività, abilità e conoscenze per le quali non sono accreditati o ricompensati. Ciò a volte si traduce in uno slittamento invisibile dei compiti dai lavoratori della conoscenza ad altri più in basso nella catena”. (Huws 2021, p.123)

I padroni, davanti al lavoro creativo, sono costretti a trovare dei modi per poterlo controllare pur lasciando degli spazi di autonomia necessari per l’innovazione. Questo controllo può essere esercitato attraverso forme contrattuali precarie che si sommano a diverse forme di controllo facilitate dalla ristrutturazione delle catene globali del valore.

  1. Controllo personale: avviene attraverso relazioni e obblighi tra individui conosciuti. Comporta forme di resistenza individuali e informali.

  1. Controllo burocratico: avviene attraverso regole formali ed esplicite, spesso negoziate dai sindacati. Comporta forme di resistenza come lo sciopero bianco oppure la sfida formale delle regole per aprire una nuova negoziazione.

  1. Controllo tayloristico: prevede un sistema di gestione (talvolta anche di pagamento) in base ai risultati. Gli obiettivi o le quote possono essere fissati individualmente o per un’intera squadra. Gli obiettivi possono anche essere fissati da un’azienda esterna. Originariamente le forme di resistenza avvenivano attraverso la richiesta di un lavoro meno routinario e più ricco. La resistenza può prendere la forma del sabotaggio, del rallentamento del ritmo di lavoro per diminuire lo stress. Tutto ciò è di difficile applicazione per il lavoro creativo.

  1. Controllo da parte del mercato: il mercato impone il prezzo del proprio lavoro ai lavoratori autonomi e ai produttori indipendenti. A questo situazione si può reagire con la creazione di un sindacato, di una corporazione o di un’associazione professionale.

Queste forme di controllo possono coesistere, generando spinte contraddittorie a cui è difficile resistere. In questo caso le forme di resistenza possono essere la malattia fisica o mentale, scaricare la tensione sulla famiglia, rifiutarsi di formarne una oppure “adottare l’atteggiamento spietato riassunto nel motto: devil take the hindmost, che può comportare il calpestare gli interessi dei compagni di lavoro”. (Huws 2021, p.129)  L’alternativa sarebbe sviluppare diverse forme di organizzazione e resistenza collettiva che però non riscontra nelle sue ricerche, al momento, Huws.

Nel rapporto tra controllo e richiesta di autonomia analizzato da Huws emerge una caratteristica fondamentale del processo produttivo del lavoro postfordista. Esso si avvale di una tendenza a sfruttare le potenzialità uniche dei lavoratori, la capacità cognitiva, collaborativa e relazionale che si attiva nella produzione attraverso assetti istituzionali (incontri, gruppi di discussione, scambio di informazioni) e modalità di produzione (macchine che richiedono aggiornamenti e integrazioni di software). Questi meccanismi di attivazione delle singolarità hanno una logica, l’aumento della produttività. È in questo senso che si può dire che i lavoratori sono individualizzati e il plus che ognuno mette a disposizione, sommato agli altri, crea una base produttiva Comune. È questo Comune che viene sfruttato dal capitale, che si manifesta come espropriazione da parte del capitale del surplus espressivo e della cooperazione del lavoro vivo. Questo stesso Comune, però, innescato dal capitale, può essere alla base di un’altra logica: il Comune non solo è fondamento del capitale, ma può essere il sostegno di un progetto di emancipazione dei lavoratori. Oggi del Comune si appropria principalmente il capitale, ma può diventare la punta di diamante delle azioni collettive da parte dei lavoratori.

Il modo di organizzare il lavoro, nella società postfordista, porta in sé l’antagonismo che può fondare nuove lotte sociali. Il lavoratore postfordista, entrando nel processo produttivo, non si presenta solo come possessore della sua forza lavoro eteroprodotta, cioè di capacità predeterminate imposte dal datore di lavoro, ma come un prodotto che continua ad evolversi e produrre. Anche la produzione di capitale oggi fa parte della vita sociale. Nella misura in cui il capitale spinge i lavoratori a mettere a disposizione tutte le loro risorse (linguistiche, comunicative, di interazione, di cooperazione) allo scopo di subordinarle alla sua logica, si verifica anche un processo inverso. Queste stesse risorse servono ai lavoratori per la loro crescita personale e per l’arricchimento delle loro relazioni sociali, quindi, così come servono al capitale, creano meccanismi di resistenza ad esso.

Il secondo macro argomento di cui si occupa Huws è la privatizzazione del servizio pubblico. Con la crisi del 2007 – 2008 prende il via una nuova forma di accumulazione primitiva. Se quella originaria, l’accumulazione primitiva primaria, ha riguardato la generazione di nuove merci da risorse naturali o attività svolte al di fuori dell’economia monetaria, l’accumulazione primitiva secondaria riguarda la standardizzazione di attività, come l’assistenza sanitaria e l’istruzione, pagate per il loro valore d’uso.

Questa forma secondaria di accumulazione si basa sull’espropriazione, non sulla natura o sugli aspetti non alienati della vita, né sul lavoro domestico non retribuito, ma sui risultati delle lotte passate dei lavoratori per la redistribuzione del plusvalore sotto forma di servizi pubblici universali”. (Huws 2021, p.134)

Le cause di questo processo sono da ricercare nella crisi finanziaria del 2007 – 2008 che è coincisa con una crisi di redditività del capitale internazionale impegnato in una fase di ristrutturazione che ha portato ad una crescita della concentrazione del capitale.

L’aumento dei profitti delle multinazionali, emerse da questi processi, non è dipeso da nuove produzioni ma dalla “cannibalizzazione della capacità di produzione preesistente. Senza una nuova fonte di merci da cui generare plusvalore, esistevano i presupposti per un calo della redditività”. (Huws 2021, p.136) Questa tesi di Huws ricorda le analisi sull’accumulazione per spoliazione di David Harvey.  Per distinguere i processi di accumulazione in atto da quelli identificati da Marx come “primitivi” o “originali”, Harvey ha coniato il concetto di accumulazione per spoliazione.

Oltre ad aggiornare vecchi meccanismi, sono stati creati anche nuovi dispositivi di accumulazione, tra gli altri, la trasformazione, in merce, di forme di creatività culturale, storica e intellettuale, diritti di proprietà intellettuale nei negoziati del WTO, biopirateria a vantaggio dell’industria farmaceutica, la distruzione delle risorse ambientali globali (terra, aria, acqua) e l’ondata di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici di ogni genere, l’aziendalizzazione e la privatizzazione di beni finora pubblici (come l’istruzione).

Il risultato a cui si giunge è redistribuire, piuttosto che creare ricchezza e reddito, attraverso meccanismi di accumulazione per spoliazione.

Tutti questi processi non hanno “impatto zero” sui lavoratori del settore pubblico, anzi, si assiste ad una progressiva erosione dei loro diritti che hanno indirettamente un impatto negativo anche su lavoratori meno tutelati. Questo perché nei paesi sviluppati il lavoratore pubblico è storicamente più sindacalizzato e soggetto a condizioni di lavoro dignitose che rappresentano un modello da raggiungere per le altre categorie.

Per capire meglio i processi di privatizzazione dei servizi pubblici ci manca un terzo elemento, cioè la ristrutturazione delle catene globali del valore.

Una parte importante del contesto dell’apertura dei servizi pubblici al mercato è stata l’erosione simultanea della protezione dell’occupazione e dell’agevolazione dell’accesso a un pool globale di lavoro: un esercito di riserva non solo di lavoratori manuali ma anche di “lavoratori dell’informazione”, che, grazie alla standardizzazione del lavoro dei colletti bianchi attraverso l’introduzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sono sempre più in grado di svolgere i compiti che in precedenza facevano parte delle descrizioni del lavoro dei dipendenti pubblici o di altri burocrati del settore pubblico. La standardizzazione dei compiti e la natura sempre più generica dei processi di lavoro dei colletti bianchi (combinata con la facilità con cui le informazione digitalizzate possono essere trasmesse a distanza) hanno reso gli impiegati di nuovo sostituibili l’uno con l’altro, minando il loro potere di contrattazione con i datori di lavoro, siano essi pubblici o privati”. (Huws 2021, p. 145)

La standardizzazione del lavoro consente di assumere lavoratori meno costosi “ma può anche essere utilizzata come risorsa dal nuovo datore di lavoro. Ad esempio, un’azienda che ha già acquisito l’esperienza di gestire una linea di assistenza del governo locale, gestire il sistema delle risorse umane di un’università, fornire la tecnologia informatica per gestire un sistema fiscale o fornire il servizio di lavanderia per un ospedale è quindi in grado di commercializzare questo servizio aggressivamente ad altri potenziali pubblici, in altre regioni o paesi. La conoscenza mercificata dei lavoratori fornisce così la materia prima per l’espansione del capitale”. (Huws 2021, p.153)

L’ultimo argomento che resta da trattare è la teoria del valore-lavoro nel lavoro digitale.

Huws sostiene una posizione chiara: “è ancora possibile applicare la teoria di Marx alle condizioni attuali, definire cosa è o non è una merce, identificare il punto di produzione di tali merci, sia materiale che immateriale”. (Huws 2021, p.158)

Il lavoro digitale non è una prova dell’esistenza di un’economia basata sulla conoscenza o sull’immateriale ma è il segnale di una crescente complessità nella divisione del lavoro, cioè “una frammentazione delle attività in compiti separati, sia “mentali” che “manuali”, sempre più in grado di essere dispersi geograficamente e contrattualmente su diversi lavoratori che possono essere a malapena consapevoli dell’esistenza l’uno dell’altro”. (Huws 2021, p.165)

Inoltre questa tipologia di lavoro rappresenta una minoranza di tutto il lavoro che oscura, con la sua visibilità, il fatto che si basa ancora su una serie di infrastrutture fisiche e manufatti che provengono, in larga parte, da economie in via di sviluppo.

Contro chi sostiene l’obsolescenza della teoria del valore-lavoro, Huws afferma che se il valore viene generato da un qualche tipo di attività osservabile, possiamo risalire alla fonte della merce, identificandola. Di conseguenza possiamo ricondurre la sua produzione all’estrapolazione del plusvalore da lavoratori pagati. Quindi procede con il mettere in relazione il lavoro digitale con le forme tradizionali di generazione del valore.

Spesso ci siamo interrogati sull’origine dei profitti di società come Google e Facebook cercando di individuare la merce prodotta da queste aziende. La loro principale fonte di guadagno sono i ricavi pubblicitari che possono essere estremamente mirati grazie all’analisi, sempre più sofisticata, dei dati prodotti dagli utenti che utilizzano queste piattaforme. In altre parole, queste società vivono affittando spazi pubblicitari per la vendita di merci prodotte nelle fabbriche di tutto il mondo. Le aziende pagano Google oppure i social media per farsi fare pubblicità e ottenere nuovi clienti.

Huws le paragona alle autostrade che per un secolo sono state tempestate da cartelloni pubblicitari oppure alle vie più trafficate e redditizie di Londra o New York (Oxford Street e la Fifth Avenue), dove i costi degli affitti erano più alti rispetto ad altre zone della metropoli. Altre società, come Amazon, vivono replicando la vendita commerciale offline. Quello che può cambiare è “la portata di molte di queste società e il fatto che hanno dovuto mettere in atto un’infrastruttura esterna per l’elaborazione dei pagamenti a livello internazionale, ha fatto sì che alcune di loro siano state in grado di diversificarsi in attività di noleggio che a loro volta hanno creato le basi per nuove forme di produzione di merci”. (Huws 2021, p.172)

Il lavoro digitale è variamente coinvolto nella produzione di merci. Molto del lavoro svolto nei reparti di Ricerca e Sviluppo per produrre nuove merci è lavoro digitale. Lo troviamo anche nella produzione di libri, film e prodotti culturali. Inoltre è implicato nei processi di produzione attraverso l’utilizzo di strumenti digitali, software, la generazione di prodotti immateriali o la supervisione del lavoro altrui.

Tutti questi lavori sono altamente standardizzati e sono facilmente esternalizzabili, “spesso ad aziende che raggruppano una serie di funzioni diverse per diversi clienti in grappoli di attività svolte in centri di servizi condivisi. La possibilità che questi e altri servizi siano svolti online ha ulteriormente offuscato la distinzione tra i servizi forniti alle imprese e quelli forniti direttamente ai clienti finali. Se tutti possono ordinare la merce online, da consegnare alla porta da un magazzino centrale, allora la distinzione tra la vendita “all’ingrosso” e “al dettaglio” diventa artificiale. Allo stesso modo, una gamma crescente di prodotti immateriali standardizzati, che vanno dalle licenze software ai conti bancari alle polizze assicurative, può essere venduta indifferentemente sia ai privati che alle aziende”. (Huws 2021, p.174)

Molte delle attività svolte sulle piattaforme online possono essere svolte da lavoratori non retribuiti. Questi lavoratori sono altamente intercambiabili con lavoratori retribuiti. La causa è da ricercare in una sempre maggiore sfumatura dei confini tra produzione, distribuzione e consumo. Questo ci porta alla ridefinizione del lavoro produttivo. Per Huws, seguendo i Grundrisse, tutto il processo di immissione sul mercato di un prodotto deve essere concepito come lavoro produttivo.

Per comprendere il lavoro non retribuito delle piattaforme digitali, Huws individua quattro tipologie di lavoro non retribuito.

  1. Lavoro per produrre valori propri in casa: non produce valore diretto per il capitale sotto forma di plusvalore del lavoro diretto di qualcuno, ma è riproduttivo nel senso che è necessario per la riproduzione della forza lavoro. Molte attività fondamentali per la sopravvivenza di una famiglia, come organizzare nuovi incontri sociali, oggi vengono svolte su internet. Questo lavoro è improduttivo. Il fatto di utilizzare internet per queste attività non influisce sulla produttività del lavoro.

  1. Lavoro di consumo: comporta l’assunzione da parte del consumatore di compiti sul mercato in precedenza svolti da lavoratori retribuiti. Serve per la distribuzione delle merci e per aumentare i profitti delle aziende. Questo lavoro è produttivo pur non generando un reddito per il lavoratore.

  1. Lavoro creativo: il lavoro creativo è posto a cavallo tra il lavoro autonomo, retribuito e la produzione di piccole merci. Il creativo che lavora liberamente alla costruzione di internet non svolge un lavoro produttivo per il capitale, produce valore d’uso sociale senza retribuzione. Questo lavoro è produttivo solamente se il lavoratore viene assunto per svolgere il proprio lavoro.

  1. Lavoro volontario: questo lavoro è a metà strada tra autopromozione e istruzione. Spesso è utilizzato in modo sfruttatorio dai datori di lavoro. Non produce direttamente reddito per il lavoratore. Tuttavia produce valore indirettamente per il lavoratore non retribuito sotto forma di “occupabilità”.

L’ultima domanda a cui resta da rispondere è: come si guadagna da vivere un lavoratore digitale che lavora “gratuitamente” su internet?

La domanda è fondamentale per Huws per capire quanto plusvalore viene estratto da questo lavoro.

La risposta è abbastanza semplice: chi svolge simili mansioni ha necessariamente altre fonti di reddito, altrimenti non potrebbe impegnarsi in simili attività. Di conseguenza “gli argomenti che postulano la produzione di plusvalore a livello sociale dal loro lavoro sembrano insostenibili”. (Huws 2021, p.185)

Un’obiezione al concetto di lavoro immateriale in Ursula Huws

Huws purtroppo sembra fraintendere, come spesso è accaduto in passato, il reale significato del concetto di lavoro immateriale quando analizza il lavoro digitale. Critica in maniera esplicita le argomentazioni di Negri in merito al lavoro immateriale. Provo brevemente a ricostruire la genesi di questo concetto per criticare l’analisi di Huws.

A partire dal saggio del 1991 “Travail immaterial et subjectivite” pubblicato su Futur Antérieur n. 6 da Lazzarato e Negri, si afferma che il lavoro immateriale tende a diventare egemonico, in modo del tutto esplicito. Seguendo il metodo marxiano, il lavoro immateriale viene presentato come una tendenza all’egemonia. La mancata comprensione dell’importanza della nozione di tendenza nel lavoro di Negri può essere fonte di critiche semplicistiche, come il fatto che sostenga la scomparsa del lavoro materiale o industriale o che la sua lettura sia macchiata da eurocentrismo. La nozione di lavoro immateriale come tendenza significa due cose, forse ancora non del tutto chiare nel 1991, ma che saranno sviluppate ampiamente nei testi successivi di Negri: si tratta di qualcosa in costituzione, in movimento e viene ad affermarsi una tendenza non solo di ciò che viene immediatamente identificato come lavoro immateriale stricto sensu ma una logica che si applica a tutte le forme di lavoro “precedenti”.

In questo modo, il lavoro produttivo di tipo fordista viene “trascinato” dalla logica del lavoro immateriale, poiché l’elemento principale della valorizzazione non è il tempo di lavoro impiegato per la produzione materiale ma il fardello “immateriale” posto sulla produzione del suo significato e sulle forme di vita con cui lavorerà.

Il lavoro immateriale non rappresenta la fine del lavoro o la fine della centralità del lavoro. Di più: la tesi della tendenza al lavoro immateriale non implica la fine del lavoro materiale o industriale. Negri e Hardt affermano addirittura, in più di un’occasione, che il numero dei lavoratori materiali (nell’industria e nell’agricoltura) è aumentato o, almeno, non è diminuito. Tuttavia,

quando i marxisti ortodossi ribadiscono che il numero degli operai della grande industria non è diminuito e che dunque il lavoro operaio e il sistema di fabbrica restano ancor oggi il nucleo centrale dell’analisi marxista, dobbiamo ricordare loro il metodo marxiano della tendenza storica. I numeri contano certamente molto, ma è più importante saper cogliere la direzione di marcia del presente per distinguere i semi che germoglieranno da quelli che deperiranno. Il grande tentativo di Marx alla metà del XIX secolo fu quello di interpretare la tendenza e di proiettare lo sviluppo del capitale – che allora viveva negli anni della propria infanzia – come una forma sociale integrale” (Hardt; Negri 2004 , p.177)

Negri è d’accordo con Marx quando, nei Grundrisse, afferma che in tutte le forme di società, è una certa produzione e le sue relazioni corrispondenti che stabiliscono la posizione e l’influenza di altre produzioni e le loro rispettive relazioni. La tendenza all’egemonia dell’immateriale, quindi, implica una trasformazione del lavoro, anche materiale, che resta centrale perché totalmente diverso, come traspare dalle stesse analisi di Huws. È quindi evidente che il contesto della sussunzione reale non è un mondo post-lavoro o una formazione economico-sociale in cui il lavoro diventa “democratico” o “libero”. Tuttavia non si tratta neanche di piangere per la fine dei “bei tempi andati”, difendendo l’idea che nel passato recente sussistevano condizioni di vita migliori. Come affermano Negri e Hardt:

Così come in quel periodo l’agricoltura fu costretta a industrializzarsi e ad adottare i metodi meccanici e automatici dell’industria, ad adeguarsi ai rapporti salariali, ai regimi di proprietà, e alla giornata lavorativa, allo stesso modo ora l’industria sta diventando biopolitica, sta cioè integrando in modo massiccio le reti della comunicazione, i circuiti intellettuali e culturali, la produzione di immagini e degli affetti. L’industria e insieme a quest’ultima tutti i settori produttivi saranno progressivamente costretti a obbedire al Tableau économique del comune”. (Hardt; Negri 2010, p.287)

La forma di produzione capitalista tende a inghiottire tutta la vita e, quindi, tutto il lavoro (formale o informale, “produttivo” o “improduttivo”) nei suoi circuiti. Il paradigma del lavoro immateriale (la sua egemonia) prende la sua forma ei suoi contenuti di valorizzazione da altre forme di lavoro, così come l’industria ha fatto e fa con l’agricoltura. L’immaterializzazione offusca i confini tra lavoro e vita, tra lavoro improduttivo, riproduttivo e produttivo. L’egemonia del lavoro immateriale ha la capacità di guidare forme di lavoro “non immateriali” attraverso la sua logica. La stessa distinzione tra lavoro immateriale e lavoro materiale si dissolve, poiché entrambi partecipano ai circuiti della “bioproduzione”, in cui il capitale estrae valore dalla propria produttività diffusa. Gli stessi Negri e Hardt si spingono fino ad affermare che, man mano che la vita stessa diventa produttiva, il termine “lavoro biopolitico” diventerà un concetto migliore per descrivere il “lavoro immateriale”. Sebbene tutto ciò sia difficile da comprendere empiricamente (per la sociologia o l’economia tradizionali, ad esempio), la tesi del lavoro biopolitico afferma che l’astrazione della valorizzazione capitalista (in forma finanziaria e/o virtuale) ha raggiunto un livello così alto che tende a estrarre valore dalla vita stessa. Come afferma Negri, il passaggio alla sussunzione reale è il passaggio a un livello ancora più elevato di astrazione del lavoro. Lo stesso processo analizzato da Marx nel Capitale, che ha portato, con lo sviluppo dell’industria, diverse forme di lavoro concreto, come quella del lavoratore dell’industria automobilistica, calzaturiera e chimica, a pari merito in termini di uguaglianza astratta, raggiunge un altro grado. Ciò che produce valore per il capitale è il lavoro astratto, oltre alle sue differenziazioni concrete: ciò che Negri chiama, seguendo Marx, astrazione reale o astrazione razionale:

un’astrazione razionale, come la definisce Marx, che risulta però assai più concreta e fondamentale di qualsiasi riferimento al lavoro individuale”. (Hardt; Negri 2004, p.180)

Note

1) Il primo a sviluppare in Italia questo concetto è stato Sergio Bellucci nel suo libro “E-work. Lavoro, rete e innovazione”: “(…) a mio avviso, l’ingresso delle tecnologie digitali nella produzione ha determinato, e continua  a determinare ancora oggi, l’estrapolazione più intensa della logica tayloristica, estendendo le capacità della triade della produzione scientifica fino alle più estreme conseguenze. Dovremmo parlare, infatti, del taylorismo nella fase digitale o, meglio ancora, del taylorismo digitale. Le forme della parcellizzazione della cooperazione e del controllo assumono declinazioni nuove attraverso la sussunzione all’interno dei software e della logica della rete. La loro oggettivazione diviene pervasiva quanto impalpabile, frutto di scelte che fanno apparire fantasmi inesistenti i sistemi di potere preesistenti all’interno delle macchine. Il controllore, spesso appare sotto la forma di una finestra di comunicazione sullo schermo a segnalare un comportamento non idoneo o inaccettabile.” (Bellucci 2005, p.19)

Bibliografia

S. Bellucci, E-work. Lavoro, rete e innovazione, DeriveApprodi, 2005.
M. Hardt -A. Negri, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, 2004.
Hardt M., Negri A., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, 2010.
U. Huws., Il lavoro nell’economia digitale globale. Il cybertariato diventa maggiorenne, Punto Rosso, 2021.