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di M. Minetti
Nel seguente articolo si cercherà di presentare l’inquietante situazione attuale come una occasione unica per individuare i nemici di classe e condurgli una guerra asimmetrica, accompagnarli nel baratro che hanno contribuito a scavare, abbandonandoli al passato.
Posto che non siamo stati noi a volere la guerra, almeno che sia utile a spazzare via quelle élite che la cavalcano. Non combatteremo per loro ma contro di loro, assieme agli sfruttati di tutte le nazioni. Un nemico esterno alle volte è il migliore alleato della lotta di classe.
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Pacifismo e non-violenza.
Che siamo in guerra e per quali motivi, ritengo di non doverlo ribadire in questo testo. Sull’argomento ho già scritto in passato(1) e mi dedicherò quindi a delle considerazioni a valle di questa situazione già piuttosto definita. Una è la definizione del campo pacifista, necessariamente unitario e alleato ma mosso al suo interno da diversi centri propulsori.
Il pacifismo non-violento è probabilmente il più diffuso. La sua origine viene dalla ormai sedimentata avversione allo scontro fisico, eredità della civilizzazione (Freud 2025, p. 15) portata dal messaggio evangelico e buddista, consolidata dalla espulsione della violenza da tutti gli aspetti della vita dell’onesto cittadino integrato nella società del consumo. In quest’ultima gli ostacoli al soddisfacimento di un bisogno si rimuovono grazie al pagamento di una somma di denaro, magari enorme, ma senza dover far ricorso alla forza fisica. Chi ricorre alla violenza è il criminale che infrange la legge e con la forza ottiene ciò che vuole, sia del denaro, la vendetta o un rapporto sessuale. Così per ottenere giustizia non si sfodera più la spada o la pistola: si denuncia il torto subito, rivolgendosi alle forze dell’ordine o a un avvocato. Se la violenza è un mezzo arcaico per soddisfare i propri bisogni, quale sarebbe il bisogno odierno di combattere uno straniero, o talvolta un connazionale, se questo non rappresenta una minaccia diretta? Coloro che ricercano l’esperienza violenta possono trovarla facilmente nello sport da combattimento, in cui adulti consenzienti si scambiano colpi più o meno controllati, oppure nella caccia, negli scontri di piazza e nelle rivolte. Chi ne fa una scelta di vita potrà arruolarsi nelle forze dell’ordine o nelle forze armate. A parte coloro che trovano nell’omicidio un piacere in sé stesso, e di questi psicopatici gli eserciti, gli assaltatori e i mercenari sono pieni, per i molti arruolati il combattimento diventa un lavoro, un dovere da compiere senza giudizi personali, eseguendo gli ordini dei superiori e per evitare le punizioni.
Una diversa categoria di pacifisti è formata da persone che, pur non aborrendo l’uso delle armi, non vogliono rivolgerle contro coloro che non ritengono nemici. E’ il pacifismo del soldato che, come nella canzone La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè (2), si trova di fronte un nemico simile a lui e non se la sente di ammazzarlo, pagando poi le conseguenze di quel gesto. L’internazionalismo è riconoscere la solidarietà di classe fra i soldati di ogni paese, mandati dai potenti a morire nelle guerre.
Il pacifismo che ammette l’uso della violenza non è assoluto ma selettivo e situato. Il pacifista, in base ai suoi valori e alle sue identità, sceglie quali guerre sono degne di essere combattute e quali no, in quali casi combattere non ha senso e in quali invece è assolutamente necessario. Per i combattenti autonomi, volontari, che non partecipano al mercato della “sicurezza”, l’ingaggio è costituito dal dovere morale di lottare per una causa giusta, condividendo quindi la designazione del nemico da colpire. Questa situazione la definiamo chiamando guerriglieri, insorti, partigiani, militanti, terroristi o miliziani, quei e quelle combattenti, riconoscendogli uno status di maggiore o minore dignità a seconda della causa per cui combattono volontariamente, dipendentemente da quanto la condividiamo. Anche una motivazione considerata giusta può non essere valida se porta a una sicura sconfitta. In questa accezione il pacifismo è strategico: non è sbagliato combattere in assoluto, ma è sbagliato quando porta a non raggiungere i propri scopi, anzi a peggiorare la propria condizione. Anche Franco Berardi (Bifo) nel suo libro Disertate (Berardi 2023, p. 10) afferma che la diserzione non è solo etica, ma anche una scelta strategica in vista del recupero di forze per un nuovo scontro.
La domanda scomoda che pongo è: combattere per ottenere un proprio Stato nazionale su base etnica è una motivazione che condividete?
La dottrina del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, con i suoi quattordici punti, venne presentata al congresso di pace di Parigi del 1918, lì si parlò del diritto dei “popoli” di autodeterminarsi in Stati nazionali indipendenti. Le nazioni che nacquero dalla dissoluzione degli Imperi Centrali, più che da una autonoma iniziativa dei loro abitanti, avevano origine dalla necessità di evitare il riarmo del Reich tedesco e di frazionare i territori che facevano prima parte dei tre imperi: Russo, Austroungarico e Ottomano, costruendo una fascia di Stati cuscinetto attorno alla Russia rivoluzionaria che era in piena guerra civile.
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Il disvelamento del conflitto
I conflitti esistono ovunque si contrappongano bisogni che non possono essere soddisfatti contemporaneamente. Questa competizione può rimanere inespressa se una o più parti rinunciano a qualsiasi forma di rivendicazione, di solito perchè non hanno i mezzi per veder riconosciute le proprie aspirazioni. Esiste anche un conflitto costituente insanabile tra l’individuo desiderante e la realtà in cui è immerso, tra l’Io e il Mondo, tra le pulsioni e la realtà (Freud 2025). Già nei primi anni ’80 del secolo scorso, alcuni teorici come Foucault o Lasch avevano indagato le <tecnologie del Sé>, che producono l’individuazione in ruoli sociali categorizzati (Lazzarato 2022, p. 107), osservando come, nelle società consumiste, il conflitto era ormai inarrestabilmente traslato verso forme rivendicative di narcisismo. Nella lotta edipica dell’individuo contro il potere astratto, inteso come struttura organizzata della società-mondo, che impedisce il soddisfacimento del desiderio, viene nascosto il contrasto fra soggetti (prima si sarebbe detto fra autocoscienze o fra classi) che si sottraggono le risorse a vicenda. Il conflitto non è assente, perché risiede nell’esistenza dei bisogni contrastati, ma non è più visibile nella superficie dei comportamenti, i quali piuttosto che alla lotta collettiva tenderanno alla liberazione, ovvero al soddisfacimento individuale dei desideri (Lasch 1981) vissuti come diritti naturali. Il consumo diventa un diritto, così come la piena libertà di vivere esperienze, anche estreme.
Farò un esempio che spesso tendiamo a ignorare: il conflitto capitale/lavoro. Per capitale intendiamo il datore di lavoro che anticipa il capitale variabile, ovvero gli stipendi; per lavoro intendiamo i lavoratori che percepiscono un salario in cambio della loro forza lavoro venduta su base oraria. Lo scopo del capitale è pagare il meno possibile la forza lavoro, adeguatamente qualificata ed efficiente, lo scopo dei lavoratori è essere pagati il più possibile, per lavorare il meno possibile durante un orario il più ridotto possibile.(3) Il conflitto fra interessi è sempre presente, ma emerge soltanto quando una delle due parti vuole ottenere un cambiamento a proprio favore. La possibilità di ottenere questo miglioramento di condizioni non dipende solo dal numero o dalla forza contrattuale delle due componenti, ma da condizioni ambientali e di contesto che cambiano il terreno di scontro e l’equilibrio vigente.
Grazie all’introduzione di macchine che riducono la necessità di operatori umani per svolgere compiti anche complessi: il telaio meccanico, i robot nell’industria o l’Intelligenza Artificiale nella produzione di comunicazione informativa; subentra una diffusa disoccupazione tecnologica. Il capitale, viste le nuove condizioni, decide che può abbassare il costo del lavoro: troverà infatti molti disoccupati disposti a svolgere compiti semplificati dalla macchine, quindi più ripetitivi e meno qualificati, per una paga oraria inferiore. Come può rispondere il lavoro? Non lo so, ma sicuramente il conflitto diventerà visibile. Assisteremo a manifestazioni, scioperi, picchetti con bandiere e striscioni, articoli e servizi televisivi, interviste, dirigenti sindacali che chiedono aiuto alla politica, politici che promettono soldi alle aziende in cambio di nuova occupazione: i piani industriali con cui lo Stato finanzia il capitale. I soggetti coinvolti si organizzeranno per difendere i propri interessi con forme più o meno efficaci di lotta, cercando alleati e utilizzando ogni forma possibile di pressione, dalla visibilità mediatica alla intimidazione fisica. Alla fine il conflitto capitale/lavoro raggiungerà un nuovo equilibrio determinato dai rapporti di forza vigenti in quel preciso momento storico, tornando latente. Fino al momento in cui le condizioni ambientali e politiche cambieranno nuovamente.
La prospettiva della liberazione propone di disertare quello scontro. Il movimento del ’77 individua l’obiettivo (ovviamente utopico a quell’epoca e anche oggi) della liberazione generalizzata dal lavoro salariato, ovvero la soddisfazione immediata del desiderio di non lavorare offerta dalle possibilità di uscita della forza lavoro dal mercato capitalista. Questa soluzione del conflitto capitale/lavoro ottenuta abbandonando il campo dello scontro, è ovviamente praticabile individualmente da una minoranza (esodo), ma non elimina le condizioni globali dello sfruttamento. Semplificando: se sei un operaio sfruttato, invece di organizzarti nel sindacato e lottare per condizioni migliori, licenziati e smetti di fare l’operaio. Fai l’artigiano, l’agricoltore, il libero professionista, il commerciante o il ladro; occupa case, organizza feste, sarai più felice.
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L’imperialismo non è mai morto.
Quando le parti in conflitto non sono individui o gruppi, come le classi sociali, ma interi Stati che si contendono le risorse naturali e umane, osserviamo quelle che noi chiamiamo guerre, o conflitti regionali, da quando le guerre non si dichiarano più. Si tratta di rotture dell’equilibrio pre-esistente per raggiungere nuovi equilibri tra soggetti concorrenti.
Gli Stati non sono persone con volontà autonome, anche se la propaganda politica ce li personalizza: la Cina è XI Jinping, La Russia è Putin, gli USA sono Trump e l’Italia è Meloni, la Francia Macron e così via. Ogni Stato rappresenta gli interessi delle classi egemoni di quel paese e gode di un consenso fra i suoi cittadini che viene misurato periodicamente con delle elezioni, di primo o secondo livello, che individuano la classe politica al governo. Gli interessi degli Stati sono quindi i bisogni diffusi di milioni di persone. Se le scelte interne ed internazionali tradiscono le aspettative delle èlite di un paese, quelle corrono ai ripari sostituendo le posizioni di comando, se c’è una democrazia con delle elezioni, altrimenti con un colpo di stato militare.
Questo per dire che le guerre non originano dai capricci di presidenti impazziti, ma dalle intenzioni delle classi dirigenti che tutelano i propri interessi materiali. Sono sempre gruppi molto ampi con interessi comuni, solitamente economici, che lottano per le risorse e per mantenere il proprio ruolo egemone.
Se uno Stato ha l’arma atomica e un altro no, raggiungeranno un certo equilibrio. Se anche il secondo ottiene l’armamento nucleare sarà portato a rompere il precedente equilibrio per stabililo su un nuovo piano di maggiore parità.
Per questo da anni, soprattutto gli Stati Uniti conducono guerre preventive per evitare che nazioni a loro ostili sviluppino Armi di Distruzione di Massa, ovvero quelle stesse armi che essi possiedono. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento dei modelli matematici predittivi, i generali si sono messi a giocare con dei simulatori di conflitti in cui modellizzare diversi scenari di guerra per approfittare di ogni vantaggio strategico. La visione paranoica inserita in questi modelli matematici, plasmati dalla RAND corporation sul famoso dilemma del prigioniero (De Landa 1996), porta a temere ogni potere esterno come una minaccia, conduce dritti verso l’autodistruzione.
Da decenni viviamo serenamente solo grazie alla deterrenza nucleare che assicura la fine dell’umanità come la conosciamo se la guerra dovesse davvero coinvolgere superpotenze nucleari come USA o Russia. Da circa dieci anni però, altri attori hanno sviluppato armi nucleari e vettori missilistici intercontinentali.
L’uso della Intelligenza Artificiale, come capacità macchinica di operare scelte in ambito militare, è stata oggetto di sviluppo del Pentagono già negli anni ’80 e oggi è alla portata di molti complessi militari-industriali nel mondo che mettono alla prova le loro tecnologie nei teatri di conflitto più avanzati: quello Russo-Ucraino e quello Israeliano-Palesinese-Siriano-Iraniano-Yemenita-Libanese. Le tecnologie usate sul primo fronte rimangono quelle delle applicazioni informatiche e della comunicazione satellitare nella designazione degli obiettivi, con qualche uso dell’IA nella identificazione dei bersagli e per la guida autonoma dei droni d’attacco. Fra gli armamenti dell’esercito israeliano, invece, la più avanzata applicazione dell’IA è il sistema di individuazione degli obiettivi, basato sul’elaborazione di enormi quantità di dati accumulati e intercettati in tempo reale, che indica la posizione da colpire. La collaborazione del governo israeliano con Palantir, l’azienda privata di consulenza del governo statunitense in materia di sicurezza, non è nota fino in fondo, ma i software di identificazione dei bersagli operano allo stesso modo e sullo stesso tipo di dati di quelli del Pentagono.
Le variazioni negli sviluppi tecnologici suddetti, cambiano gli equilibri dell’ambiente in cui i conflitti preesistevano, generandone la manifestazione visibile, ovvero la guerra con le sue conseguenze più drammatiche di morti, distruzioni, carestie, migrazioni.
Quando descriviamo il susseguirsi delle diverse civiltà nella storia ci riferiamo al dominio, solitamente militare, che alcuni popoli esercitavano sugli altri grazie alle tecnologie usate per combattere e difendersi. I conflitti emergono oggi dalla crisi del sistema coloniale e neocoloniale che ha segnato gli ultimi cinquecento anni di storia. Crisi non significa scomparsa ma evoluzione, cambiamento, il cui esito non è determinato.
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Guerra sia all’aristocrazia
Nel paragrafo precedente ho portato alcuni esempi di come una evoluzione dell’ambiente porta a dei mutati equilibri fra bisogni in conflitto fra loro. L’introduzione di tecnologie come le armi nucleari, i vettori missilistici ipersonici, i droni a guida remota o autonoma, le piattaforme di aggregazione ed elaborazione dei dati per la profilazione e l’identificazione predittiva degli obiettivi, ci dispiegano i vecchi conflitti in nuove forme.
Lo sviluppo tecnologico, ben saldamente controllato da pochi grandi azionisti e dalle élite ormai globalizzate, fornisce ai fortunati e abili nuovi aristocratici l’opportunità di non dover più scendere a patti con quelle istituzioni democratiche che per un certo periodo, diciamo corrispondente alla seconda metà del XX secolo per noi Europei, aveva garantito l’ingresso delle masse nella vita politica degli Stati, da cui prima erano tenute ai margini. Quella ubriacatura di democrazia liberale, talvolta colorata di socialismo, sembrava destinata al tramonto già con l’evento che segna l’apertura del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. Al suo posto, già da qualche anno si è affermato qualcosa di diverso dalle democrazie liberali: il tecnofeudalesimo.
Noi esseri umani non abbastanza intelligenti e non abbastanza ambiziosi per metterci al sevizio dei nuovi potenti, non abbastanza ricchi per vivere in vacanza tra viaggi e divertimenti, non abbastanza giovani e belli da poterci prostituire, non abbastanza talentuosi da esibirci per un vasto pubblico pagante, non abbiamo nessuna possibilità di guadagnarci un posto da cortigiani, per frequentare la nuova aristocrazia e diventarne parte. La separazione fra classi sociali è rimasta ben salda e la mobilità è ridotta ai pochi casi citati. Tutti noi, i molti, dobbiamo ancora sperare di vendere il nostro tempo in cambio di denaro per poter vivere la nostra semplice vita. Chi, invece, può pagare molti umani per convincerli a fare ciò che gli è utile, anche senza produrre nulla, fa parte dei pochi e forma l’aristocrazia, indipendentemente da come ha avuto il denaro: spesso lo ha soltanto ereditato (4).

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La capacità di vendere servizi agli Stati, di estrarre profitti dalle aziende produttive e commerciali e dalle transazioni dei singoli utenti, godendo di un vantaggio tecnologico che rasenta il monopolio è stata definita Capitalismo della sorveglianza (Zuboff 2019), Gigacapitalismo (Staglianò 2022, p. 38) o Tecnofeudalesimo (Varoufakis 2023). I proprietari privati delle infrastrutture più avanzate tecnologicamente, in grado di catturare ed elaborare l’enorme massa di informazioni e dati prodotti mediante le tecnologie digitali, sono quindi in grado di dominare i mercati a discapito dei capitalisti(Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Il termine tecnofeudalesimo è stato usato da vari opinionisti prima ma l’economista Yanis Varoufakis ne dà una accessibile spiegazione in un suo saggio (Varoufakis 2023, p. 115). La forma più avanzata di accumulazione di ricchezza non è più l’estrazione di plusvalore dal lavoro, come nel capitalismo industriale descritto da Marx fra gli altri, ma una rendita di posizione basata sulla proprietà. Questa deve essere necessariamente enorme, come avviene nella finanza e nella rendita immobiliare o fondiaria. Ciò non significa che le precedenti forme siano scomparse. Esiste ancora la rendita fondiaria, magari raccolta, invece che da latifondisti con titoli nobiliari, da società per azioni con sede in paradisi fiscali come Cipro o il Lussemburgo. Così esiste ancora il capitalismo industriale, ma questo assume una scala sempre più grande che tende al monopolio (Sylos Labini – Caravani 2024, p. 330), come nel campo automobilistico o dei semiconduttori, agro-alimentare, farmaceutico, ma anche nel meno noto delle multiservizi privatizzate. Anche il settore apparentemente plurale e innovativo delle startup è in realtà alimentato da flussi di capitale d’impresa (Venture Capital) forniti dai grandi fondi di investimento o dalle solite multinazionali dominanti, che si appropriano dei profitti del settore produttivo. Insomma, all’interno del panorama globale dell’economia, il capitalismo classico, quello imprenditoriale, è in forte crisi mentre emergono quei settori finanziari e tecnologici in grado di appropriarsi della maggior parte del valore sotto forma di rendita e profitti speculativi (Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Ciò che sovrasta il capitalismo, il tecnofeudalesimo, è un sistema di estrazione della ricchezza dai suoi produttori, ovvero dalle imprese e in ultima analisi dai lavoratori, coloro che realmente producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Rispetto all’analisi di Varoufakis e di altri autori che trattano il tema del valore-dato (Gambetta 2018, p. 63) ovvero del valore intrinseco dei dati, personalmente non ritengo che gli utenti producano valore modulando i dati che poi vengono catturati dai proprietari dei servizi usati. I dati sono a mio parere materie prime abbondanti come l’acqua: finchè queste non viene estratta, accumulata, immagazzinata e distribuita, non ha alcun valore d’uso né economico. I dati, a mio avviso, sono un prodotto del sistema di misurazione e immagazzinarli, conservarli, processarli e interpretarli comporta dei costi. L’informazione non catturata non ha quindi nessun valore di partenza che venga estratto. Il dato registrato, però, confrontato con quelli già posseduti dall’operatore e processati dal sistema, con ulteriori costi per le macchine, l’energia e lavoro umano degli analisti, fornisce una nuova informazione sintetica. Questo profilo descrive l’utente e alcune sue caratteristiche, tra cui la posizione in tempo reale e le sue attività su internet, le sue comunicazioni, i pagamenti effettuati. Le agenzie che accumulano i dati possono confrontarli e indagare le relazioni fra utenti: una sorta di schedatura approfondita generalizzata. La profilazione e l’intercettazione personale sono ambite dalle agenzie di sicurezza, dai governi, ma anche dalle aziende commerciali che comprano dati aggregati a scopo pubblicitario e per mostrare annunci personalizzati. Google, Meta, Amazon e TikTok ottengono quasi la metà della spesa mondiale nella pubblicità online (Staglianò 2022, p. 62). I dati processati, la possibilità di interazione con l’utente, la sua attenzione (Laghi 2025, p.15), sono le merci/servizio che hanno valore e che vengono vendute. L’utente non ha nessun diritto di proprietà da accampare sui suoi dati, può solo evitare che vengano prelevati, rinunciando però ad agire, mostrarsi, muoversi, comprare, comunicare in rete e nel mondo fisico. Chi paga le rendite ai signori tecnofeudali non sono i semplici utenti, a cui il più delle volte vengono offerti servizi gratuiti, ma gli inserzionisti: i governi e gli organismi politici per la propaganda, gli imprenditori per vendere merci e servizi ed essere visibili nella rete. Sono tariffe, spesso esentasse, che vengono riscosse da operatori privati per poter svolgere attività produttive e commerciali sul territorio-rete, per essere visibili, per poter “incontrare” i compratori. Solo Francia e Regno Unito tassano le piattaforme al 2% dei fatturati.
Nelle forme del post-capitalismo (Wark 2019, p.42) le aziende non svolgono solo funzioni produttive ma, come al tempo delle Compagnie delle Indie, queste enormi aggregazioni concessionarie svolgono attività di dominio, di governo e di governance, attuando quel soft-power che permette la colonizzazione culturale e ideologica. Emittenti televisive satellitari o piattaforme di distribuzione audiovisiva, servizi per il cloud, compagnie aeree o di spedizioni navali, agenzie di rating, banche di investimento e per il credito al consumo, produzioni audiovisive e musicali, infrastrutture logistiche commerciali, servizi per le aziende e le amministrazioni, industrie militari e di cybersicurezza, compagnie telefoniche o internet satellitare, sono solo alcuni esempi di aziende private con un elevato valore strategico.
Quando queste funzioni vengono incorporate in strumenti di misurazione, previsione e intervento apparentemente slegati da processi decisionali umani, ormai in quasi tutti gli ambiti dell’economia e dell’amministrazione, possono essere definite governamentalità algoritmica , un concetto coniato dal filosofo Bernard Stiegler (Stiegler 2019).
I governi appaltano alle grandi multinazionali tecnologiche alcuni servizi in modo che non siano sottoposti al controllo democratico delle istituzioni. Le aziende spingono con attività lobbistiche, quasi del tutto legali, la amministrazioni ad affidargli in appalto i servizi alle loro condizioni. Funzioni dello Stato vengono assegnate a enti privati sussidiari, come assicurazioni sanitarie e previdenziali, banche di investimento, agenzie spaziali, università private e ospedali, compagnie minerarie e compagnie militari private. Questo connubio fra Stato e privati é comune in ogni parte del mondo, perfino nella Cina comunista, e si delinea come la struttura di governo economico-politico attualmente prevalente, in cui emerge una aristocrazia patrimoniale.
Le manifestazioni “No Kings” esplose negli USA contro Trump prendono atto tardivamente di un processo attivo da più di venti anni, in cui il problema non è solo il nuovo capriccioso ed eccentrico sovrano assoluto, ma tutta la schiera molto numerosa di cortigiani, tanto repubblicani quanto democratici, che vivono di privilegi grazie agli incarichi della corte. Cosa sono gli incarichi della corte? La spartizione delle rendite attraverso dividendi azionari e falsi lavori più o meno di lusso (Graeber 2018) utili soltanto a riprodurre la classe al potere. Certo, cambiato l’inquilino della Casa Bianca molti funzionari progressisti che operavano nel vasto sistema di governance internazionale come USAID si sono trovati in disgrazia, ma questo non basta a provocare una rivoluzione. Più facile che si assista ad una mutazione nell’ideologia dei cortigiani per conservare le posizioni di privilegio.
Negli anni passati i liberali di sinistra hanno favorito la trasformazione del capitalismo in crisi in un tecnofeudalesimo, conquistando per i loro rampolli progressisti carriere di successo nella finanza e nella Silicon Valley grazie a percorsi universitari d’eccellenza. Era la retorica della meritocrazia che nascondeva il privilegio dei percorsi di formazione esclusivi ed escludenti (Abranavel 2021, p 160). Oggi le destre vincono le elezioni in quasi tutto il mondo cosiddetto democratico, cavalcando il malcontento delle classi popolari e il più becero razzismo che le anima, abbandonando la borghesia liberale che non è più in grado di mascherare con le buone intenzioni dello sviluppo sostenibile gli interessi di classe delle élite. Come cento anni fa, gli Stati tornano all’hard power del controllo militare dopo l’infatuazione, tutto sommato breve, per discorsi di pace, diritti umani e tutela dell’ambiente. Ricordiamo che negli USA i diritti civili ai cittadini non bianchi sono stati concessi nel 1965, in Sudafrica nel 1994 e nella odierna Israele ancora i cittadini palestinesi sopravvissuti non godono dei diritti civili e politici.
L’aristocrazia ha abbandonato la maschera del liberalismo e dei diritti umani, visto che supporta il genocidio operato dallo Stato di Israele, l’arruolamento forzato degli uomini ucraini, mandati a morire in trincea a migliaia ogni mese, l’uccisione di politici, giornalisti, scienziati e militari in paesi non belligeranti. Parimenti i liberali rinunciano anche alla retorica del benessere diffuso, per arroccarsi in un rinnovato nazionalismo militarista, in reazione ad una crisi del capitalismo difficilmente evitabile. Emerge così l’opportunità del conflitto popolare contro i ricchi e i loro cortigiani. Le guerre e i sacrifici imposti per sostenerle hanno reso di nuovo attuale il conflitto di classe.
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Chi sono gli aristocratici e i loro cortigiani.
Malgrado delle avvisaglie ci siano state già nel 2011, con i vari movimenti Occupy, la generica identificazione di quell’1% di privilegiati, rispetto al blocco popolare costituito dal 99% dei cittadini, non ha aiutato a definire le parti in conflitto per la distribuzione delle risorse. I ricchi negli Stati Uniti sono ben più dell’1% e in un fortunato articolo sul The Atlantic, Matthew Stewart(5) li ha definiti come la nuova aristocrazia del 9,9%. Anche negli altri paesi con un reddito pro-capite medio-alto, il 10% più ricco della popolazione comprende milioni di persone che formano anche l’elite intellettuale delle nostre democrazie liberali. I cosiddetti opinion-maker fanno parte dell’aristocrazia o lavorano alle sue dipendenze. Politici, giornalisti, accademici, produttori, registi, editori, sono la diretta espressione di questa nuova plutocrazia e selezionano l’accesso alle carriere degli aspiranti professionisti della cultura. Per essere degni di ottenere un ottimo reddito, anche se precario fino all’età matura, bisogna dimostrare una inflessibile fedeltà ai valori e agli interessi della classe dei possidenti. Le famiglie, in cui ricorrono spesso i cognomi di un secolo fa, possono aver cambiato identità politica, abbracciando ideali democratici e anche socialisti in alcuni periodi, quando conveniva, ma hanno sempre perseguito la conservazione e la riproduzione del loro ceto sociale. Possono emergere, grazie a dei talenti particolari, nuovi membri delle elitè, come sempre è stato, mentre altri decadono, rimanendo ai margini e dovendosi adattare a ruoli meno ambiziosi.
Visto che parliamo di una aristocrazia del denaro che si trasmette attraverso il patrimonio e non attraverso le linee di sangue, proporrò un metodo semplificato per individuare le classi sociali, basato sui patrimoni piuttosto che sui redditi o le professioni, adattando le categorie formulate a suo tempo da Sylos Labini nel suo saggio del 1974 (Sylos Labini 2015) e aggiornate dal più recente saggio di Giorgio Ardeni (Ardeni 2024).
Fonte Banca d’Italia 2024
In questi ultimi cinquanta anni, come hanno osservato molti economisti e sociologi(4) tra cui Thomas Piketty, la globalizzazione ha portato una polarizzazione (Piketty 2014, p.550) gravemente acuitasi dal 2010 al 2016 (Banca d’Italia 2024, p. 12), erodendo il potere d’acquisto della piccola borghesia includendovi però gran parte dei lavoratori, ed espandendo l’alta borghesia di milionari che possiamo oggi associare alla nuova aristocrazia. Il dato da osservare è la divergenza tra ricchezza mediana (in forte calo) e la ricchezza media (in costante crescita) in un ambito di stagnazione dei redditi e del PIL. A mio avviso le categorie della fonte di reddito non ci sono più utili a individuare le classi, anche perchè le zone d’ombra sono larghissime, mentre la condizione cetuale risulta più adeguata a descrivere macrocategorie affini anche culturalmente.
In sostanza abbiamo quattro macro-classi, in base al patrimonio individuale formato da beni immobili, durevoli e denaro, fondi o azioni (Patrimonio):
- I Super ricchi: i sovrani, i principi tecnofeudali. Quello 0,001 % di popolazione che accentra enormi proprietà, un potere personale enorme e riesce a contrattare direttamente con i governi. La loro ricchezza però è spesso solo nominale in quanto calcolata sul valore azionario degli asset posseduti, non su beni immobiliari e durevoli. Patrimonio > 10 Mln €/$
- L’alta borghesia che qui definiamo aristocrazia del 9,99%, che fornisce l’elite economica, gli culturale, dei professionisti, degli imprenditori, degli amministratori pubblici e privati. Possiedono la quota maggioritaria della ricchezza mondiale(6) assieme ai pochissimi miliardari. 1 Mln €/$< Patrimonio < 10 Mln €/$
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La piccola borghesia, o ceto medio, che deve lavorare per vivere che oggi ingloba anche operai e lavoratori dei servizi che vendono la propria forza lavoro. Sono circa l’80% della popolazione, visto che la mediana della proprietà individuale si assesta nei paesi europei più ricchi, tra cui l’Italia (Pa mediano 150.000€), fra i 100 e i 300 mila euro. 50.000 €/$< Patrimonio < 1 Mln €/$
- I poveri che vivono di lavori saltuari e/o assistenza pubblica e welfare familiare. Prima venivano definiti sottoproletariato e vivevano in condizioni miserevoli, oggi sono in gran parte immigrati di prima generazione. Sono circa il 10% della popolazione nelle economie avanzate. Patrimonio < 50.000 €/$.
Secondo una classificazione di questo tipo, emerge la trasformazione del proletariato, ovvero di quella classe lavoratrice povera che costituiva fino a metà del XX secolo la maggioranza della popolazione dei paesi industrializzati: la classe operaia e i contadini. “La cetomedizzazione continua, puntando però verso il basso”(Ardeni 2024, p. 103). L’evoluzione tecnologica ha fatto sì che gli operai abbiano conquistato condizioni salariali equiparabili, quando non migliori, degli impiegati dei servizi (Ardeni 2024, p. 100), che nel frattempo si sono espansi fino a superare il 70% dei posti di lavoro. La popolazione è generalmente invecchiata, raggiungendo numeri record di pensionati, in Italia circa 18 Mln di cittadini (8) di poco inferiori agli occupati totali che sono 24 Mln(9), che generano la spesa rispetto al PIL più alta di tutti i paesi OCSE.
Nel resto del mondo non OCSE le diseguaglianze sono invece maggiori, in quanto nei paesi più popolosi e di recente sviluppo permane una ampia maggioranza di lavoratori poveri e una ristretta minoranza di ricchissimi, mentre si sta costituendo rapidamente una piccola borghesia. Ovvero quel processo di trasformazione degli operai e contadini poveri in piccola classe media, attuatosi negli ultimi 50 anni nel primo mondo, sta attuando ora, come conseguenza del rapido sviluppo economico globalizzato, in atto da almeno venti anni. La piccola borghesia di quei paesi poveri è ancora minoritaria e alleate delle élite.
Fonte World Inequality Report 2026
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I soggetti in conflitto.
Il socialismo è nato insistendo sulla frattura, accentuata dal primo capitalismo industriale, fra lavoratori e proprietari. Marx scriveva nel 1948:
La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. (Marx-Engels 1983, p.55)
I lavoratori erano la maggioranza ed erano poveri, la loro cultura era ancora quella tradizionale e contadina della comunità territoriale e religiosa. Poi il capitalismo è entrato in crisi, nella seconda metà degli anni ’70 del novecento (Mazzetti 2016), proprio perché aveva svolto il suo ruolo storico di portare fuori dalla miseria le popolazioni del primo mondo. Il conflitto di classe vero e proprio ha segnato la sconfitta dei lavoratori, con il passaggio al neoliberismo degli anni ’80 (Lazzarato 2022). Dopo quaranta anni di neoliberismo possiamo concordare sul fatto che oggi, come disse Margaret Tatcher:”come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie.”(10) Per i valori condivisi, attualmente ricchi e poveri concordano in un unico orizzonte di senso, quello dei ricchi. Il valore del successo individuale prevale ovunque. Il che non significa che il conflitto fra classi sia scomparso ma, come previsto anche da Marx nel Manifesto, alcuni elementi di socialismo, attuati anche dai fascismi e dalle democrazie liberali nel corso del ‘900, hanno portato i lavoratori a rivendicazioni esclusivamente individuali ed economiche, trasformandoli appunto in piccoli borghesi.
“Una seconda forma di questo socialismo [borghese NdA], meno sistematica e più pratica, cercava di togliere alla classe lavoratrice ogni tentazione rivoluzionaria, sostenendo che a giovarle avrebbe potuto essere non un qualsiasi mutamento politico, ma solo un mutamento delle condizioni materiali di esistenza, dunque dei rapporti economici. Per mutamento delle condizioni materiali di esistenza questo tipo di socialismo non intende però in alcun modo l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo con la rivoluzione, ma miglioramenti amministrativi che restino sul terreno di questi rapporti di produzione; che dunque non tocchino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che semmai nel migliore dei casi alleggeriscano alla borghesia i costi del suo dominio e semplifichino il bilancio del suo Stato.”(Marx-Engels 1983, p. 85)
Ma chi dice che la classe piccolo borghese non possa essere conflittuale o rivoluzionaria? In passato è stata la preziosa alleata dei conservatori, delle monarchie e dei fascismi contro gli operai e il socialismo, ma anche la beneficiaria della socialdemocrazia (Macaluso 2013, p 61). Oggi il socialismo non è più un pericolo e gli operai sono diventati i piccoli borghesi, piccoli proprietari, individui consumatori. Questa classe media, ormai maggioritaria nel Global North, vede frustrate le sue aspirazioni al benessere; viene impoverita e precarizzata dalla crisi del capitalismo industriale e del sistema neocoloniale che ne aveva permesso l’enorme crescita; inizia ad esprimere una conflittualità contro quell’alta borghesia che, per le sue caratteristiche di esclusività, si sottrae alla mobilità sociale diventando, appunto, aristocratica. Nel periodo che va dal 2010 al 2016, in Italia ad esempio, la mediana dei patrimoni personali, ovvero dalla ricchezza posseduta mediamente dalla maggioranza dei cittadini è calata del 25% passando da 200.000 a 150.000 euro pro capite. (Neri – Spuri – Vercelli 2024, p. 12).
Il maggiore antagonista della nuova aristocrazia è quindi proprio la classe media impoverita, che ne condivide i valori ma compete per le risorse materiali che gli vengono sottratte: mediante lo sfruttamento del lavoro, attraverso la rendita e i meccanismi del debito. Le professioni, un tempo redditizie, che sono state devastate dall’avvento di Internet e delle piattaforme e che continueranno ad essere sfalciate dall’uso massiccio dell’IA (Bellucci 2021), erano quelle del commerciante, del giornalista, del pubblicitario, dell’editore, del dirigente pubblico, del bancario. Al loro posto fioriscono fattorini, magazzinieri, cassieri, operatori al PC, stagisti, informatici precari, camerieri e banchisti in un panorama di sottoccupazione diffusa (Brancati – Carboni 2024, p.10).
Come nell’ancien régime, i signori tecnofeudali e l’aristocrazia della rendita vivono sontuosamente a spese dei lavoratori. I ricchi sono comunque dei parassiti. Quei lavoratori, che talvolta vengono retribuiti molto bene, in quanto fedeli cortigiani e amministratori delle grandi proprietà, potrebbero facilmente sostituire l’aristocrazia, visto che effettivamente svolgono tutti i ruoli necessari alla riproduzione sociale, se solo avessero il controllo delle infrastrutture logistiche e tecnologiche. L’ostacolo a questa “rivoluzione” è proprio il monopolio della cultura e dei saperi tecnici elevatissimi che permettono all’aristocrazia di risultare indispensabile. È attraverso il monopolio dei percorsi di formazione esclusivi che le classi aristocratiche mantengono il dominio e i canali preferenziali per occupare i ruoli dirigenziali militari, della finanza, dell’industria tecnologica, delle università e della politica.
L’ideologia che in questi ultimi trenta anni ha irretito la piccola borghesia è quel mito del successo e del merito che, attraverso una abile propaganda, rinnovava lo stantio e fallace mito dell’American dream in salsa europea, con la generazione erasmus e gli esempi dell‘imprenditoria giovanile finanziata dai bandi UE. Una versione neoliberista e precaria del capitalismo assistito dalla Cassa del Mezzogiorno della Prima Repubblica in cui, ovviamente, la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono arrivati all’alta borghesia con i ruoli imprenditoriali e direzionali, distribuendo ai dipendenti contratti a progetto e co.co.co che duravano il tempo del finanziamento.
L’aristocrazia, durante gli anni della globalizzazione, si era ammantata di valori progressisti come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e delle minoranze, l’inclusività sociale, perché quelli erano i valori fondanti delle democrazie liberali attraverso cui governavano. Oggi l’aristocrazia tecnofeudale si è convertita rapidamente al militarismo della destra populista e nazionalista, per raccogliere il consenso delle classi medie impoverite, dei pensionati e dei poveri veri e propri, che si sentono minacciati dai nuovi poveri diversi da loro, gli immigrati. Le strategie comunicative della propaganda politica mirano a ottenere il consenso nella forma democratica delle elezioni, ma non è per nulla detto che questa forma persisterà nel momento in cui la borghesia lavoratrice dovesse trovare dei riferimenti politici antagonisti all’aristocrazia, che per sua natura è minoritaria. Di fronte alla prospettiva di perdere il potere con elezioni, l’aristocrazia potrebbe sospendere la dialettica democratica con l’occasione, ad esempio di una o più guerre. Ci stiamo preparando a questo, no? Il Segretario Generale della NATO dice entro il 2030.(11)
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L’ecosistema.
I soggetti politici attuali non sono più monolitici e ideologici. All’interno di uno stesso schieramento di interessi convivono molteplici posizioni che coprono un vasto panorama di identificazioni individuali. Destra e sinistra si oppongono fra nazionalisti, transfemministe, tradizionalisti, antifascisti, libertariani, antispecisti, sionisti, ecologisti, oltre a tutte le ideologie politiche fiorite negli ultimi duecento anni. Ogni “partito”, inteso come parte organizzata, individua un nemico, un antagonista nel conflitto esistente o rappresentato. Se ci manteniamo fedeli a una lettura materialista della società, non ci faremo distrarre dalle molteplici narrative proposte, perché ciò che per noi identifica la faglia del conflitto sono gli interessi materiali, non l’ideologia manifesta. Chi lavora e vede i ricchi appropriarsi del frutto del suo lavoro vive il conflitto di classe, anche se nel suo animo parteggia per gli aristocratici e da loro si sente protetto. Il lavoratore sceglie di non manifestare quello scontro perché si percepisce, e in effetti è, debole di fronte alla conservazione del potere, tanto da implorare di essere utile al ricco per procurarsi il poco che gli occorre per vivere. Finché c’è benessere le rivoluzioni non avvengono e i valori del gruppo egemone vengono condivisi da gran parte della società, ma è nelle crisi e dalle guerre perse che emergono nuovi equilibri e la possibilità di immaginare altre forme della vita.
L’attuale recrudescenza dello scontro militare in Medio Oriente, come anche in Europa e nell’America Latina, con l’aggressione militare al Venezuela bolivariano, esplicita nel dichiarare la causa nella nazionalizzazione delle risorse petrolifere del 1976, chiarisce gli schieramenti interni ai nostri paesi alleati. La retorica del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli ha lasciato il passo agli interessi nazionali, con trasparenti coinvolgimenti dei privati nell’industria estrattiva, bellica e tecnologico-strategica del controllo e della propaganda. La forza prevale sulla forma. Per i governi nessuna giustificazione morale deve più nascondere la guerra imperialista. Si tratta solo di valutare costi e benefici. Costi per i cittadini lavoratori e benefici per l’aristocrazia proprietaria, assumendosi dei rischi. In questo scenario brutale si definiscono ecosistemi di potere: organizzazioni muoiono, nascono, si trasformano.
Le aristocrazie europee al potere, non conservatrici ma a loro modo rivoluzionarie, hanno già conquistato le istituzioni democratiche tramite quelle non democratiche: la NATO e l’UE ma anche la BCE, le banche di investimento e le altre istituzioni economiche private. Il processo di unificazione europea è stata una rivoluzione dall’alto. Attorno a quei centri di potere si diffonde un ecosistema di vassalli alla ricerca di benefici, in cambio di fedeltà. Il flusso di denaro che raggiunge ogni angolo della periferia si chiama oggi PNRR, domani Rearm EU. Il connubio tra Stati e potere economico è strettissimo. Nel nostro piccolo possiamo vedere i nostri datori di lavoro affannarsi per ottenere qualche bando di finanziamento e assistiamo all’inerzia di chi spera almeno di vedersi pagare gli stipendi o di ottenere un lavoro a tempo determinato, anche se alla condizione di una sempre maggiore dipendenza dai bilanci della guerra. Questo è l’ecosistema del potere e si nutre del bisogno di sicurezza, economica in primis, di milioni di persone. Ma dov’è l’ecosistema alternativo, che potrebbe esprimere un progetto pacifico di vita e prosperità condivisa, espropriando le proprietà private dell’aristocrazia che ci sta conducendo alla guerra?
In questo momento storico abbiamo la possibilità di identificare quelle organizzazioni che sono materialmente in conflitto con l’ecosistema aristocratico e, se vogliamo avere una speranza di miglioramento nelle nostre condizioni di vita, dobbiamo entrare a farne parte. Non come simpatizzanti, attivisti da tastiera, seguaci da social. Bisogna entrare a fare parte di organizzazioni reali sostenendole con quote associative, donazioni, lavoro volontario, partecipazione alla vita interna e alla decisionalità. Far crescere le organizzazioni dei lavoratori contro le organizzazioni della rendita. Non c’è un solo soggetto di riferimento ma ce ne sono molti che dovranno poi saper comunicare in modo funzionale (Nunes 2025, p. 228). Partiti, sindacati, associazioni, comitati, piccoli gruppi di amici e singoli formano l’ecosistema trasformativo che mira a costruire un futuro migliore, possibile e senza classi di privilegiati. Le loro identità sono molteplici, le strutture organizzative da rinnovare, gli organizzatori da formare, le narrative da inventare.
Non c’è bisogno di dirlo, attualmente l’ecosistema del potere è immensamente più forte e ramificato della sinistra trasformativa. Le risorse sono saldamente nelle mani dell’alta borghesia e finché questa non vacilla troverà ancora professionisti disposti a sostenerla in cambio di uno stipendio. La dialettica democratica è quasi ovunque sospesa in Europa e il sostegno diffuso alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen e ai suoi piani di guerra lo dimostra. Il cognome preso dal marito, tra l’altro, chiarisce la vicinanza familiare alla vecchia aristocrazia dell’ancien régime. Curiosamente estrema destra e estrema sinistra convergono nella critica alle politiche imperiali dell’UE, per differenti ragioni ma per un comune atteggiamento antisistema.
Le stesse categorie di sinistra e destra risultano oramai usurate riferendosi a schieramenti identitari in cui oggi c’è di tutto (Neiman 2025, p. 16). La destra è sia liberale che sociale, nazionalista e filostatunitense oppure, anticinese e filo-israeliana, ultra-liberista e statalista, per la famiglia tradizionale ma contro il cristianesimo sociale. La sinistra è parimenti frammentata fra liberali progressisti, socialdemocratici per l’ecologismo etico, comunisti di varia tradizione e anarchici libertari. Tutte identità attualmente incapaci di affrontare efficacemente l’esistente per trasformarlo e sopratutto incapaci di confrontarsi e cooperare tra loro.
Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l’unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell’ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l’interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione.
Per accumulare potenza occorre un progetto trasformativo esplicito, come è stato il socialismo più di cento anni fa: l’idea di una società senza classi in cui non ci siano oppressi e oppressori ma un’unica comunità umana. Oggi sappiamo che questo è un orizzonte, una tensione, un obiettivo verso cui tendere, proprio nel momento in cui le masse si arrendono ad accettare la legge del più forte: il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti, il benessere consumista in cambio della perdita della libertà.
Il ruolo storico delle organizzazioni oggi è costruire l’infrastruttura di mediazione e direzione dell’ecosistema trasformativo (Nunes 2025, p. 99) Quello della mediazione fra le diverse identità sociali è necessariamente il ruolo delle organizzazioni più forti, strutturate e diffuse territorialmente. La nascita di nuove forme di partito politico che possano svolgere questa funzione è ovviamente un’altra possibilità da esplorare.
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Conoscere l’arte della guerra.
Vincere senza combattere è il culmine della scienza militare (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 104), ma perché ciò sia possibile bisogna padroneggiare tutti gli elementi della guerra (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Trattandosi di un conflitto materiale fra lavoratori e aristocrazia del denaro, ma non di uno scontro militare vero e proprio, ciò che rappresenta il terreno sono le condizioni storiche di vita dei gruppi sociali. Conoscere le condizioni sociali è quindi indispensabile per poter progettare strategie efficaci. Il precedente capitolo sulle strutture di classe intende proprio evitare di basare la propria azione su una interpretazione della società che poteva essere corretta cinquanta anni fa ma che oggi non lo è più. La conoscenza di sé e del nemico porta al vantaggio strategico che permette di vincere (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Tale è l’importanza delle informazioni alla cui raccolta e valutazione va dedicata la massima attenzione da parte degli strateghi.
“Coloro che padroneggiano la forma possono sconfiggere ogni avversario adattandosi alla sua forma. Usare una sola forma di vittoria per sconfiggere tutti gli avversari non è possibile. Il principio per la vittoria è unico, ma le tecniche concrete devono essere molteplici.” (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 297)
Questo principio concorda con il pensiero di Rodrigo Nunes per cui la forza prevale sulla forma e per ottenere successi vanno applicate molteplici forme organizzative (Nunes 2024, p. 100). Altra conoscenza antica è che la guerra si vince con la logistica. Una mancanza di risorse in una delle due parti ne comporta la immediata capitolazione.
Immaginiamo cosa significhi essersi trovati in Grecia nel 2015 con le banche che bloccarono i prelievi per far rispettare le condizioni capestro della BCE. I ricchi greci erano tutti a Londra e nelle città europee o statunitensi, ma i poveri non avevano il denaro per fare la spesa. Questa mossa distolse Alexis Tsipras dall’attuare il suo piano di contrattacco, racconta Yanis Varoufakis, che all’epoca era Ministro delle Finanze. Quella fu una dimostrazione di forza delle banche, ma l’aristocrazia della rendita è anche estremamente vulnerabile: ha bisogno di stabilità per appropriarsi della ricchezza. Di fronte ad una crisi vera le borse crollano, le bolle speculative scoppiano, la fiducia in guadagni futuri scompare e il potere del denaro arretra di fronte alla forza delle armi.
Nella preparazione di un conflitto contro l’aristocrazia del denaro bisogna accumulare potenza, tutto qui. Con ogni mezzo necessario vanno aggregati i migliori strateghi, le più ampie masse di manovra e alleati potenti. Per fare questo serve anche il denaro. Bisogna costruire un contro-potere che sia in grado di organizzare la società meglio di come è organizzata ora. Convincere le forze produttive e la maggioranza delle popolazioni che la trasformazione attesa sarebbe vantaggiosa, per tutti coloro che vengono sfruttati, anche se non sono poveri, riportando la proprietà delle infrastrutture produttive a chi lavora.
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Un programma minimo.
Gli obiettivi devono essere pochi, semplici e condivisi, non molteplici e frazionati in identità contrapposte come sono ora. Le differenze esistono, ma solo ciò che è comune porta all’unità. L’estrema radicalità e l’utopismo nelle rivendicazioni portano inevitabilmente al settarismo e all’isolamento, quindi all’impotenza. Stiamo rappresentando l’obiettivo di classi sociali formate dal 90% della popolazione, non di una minoranza idealista e radicale. La minoranza, come scriveva Marx, deve mettersi al servizio “nell’interesse dell’enorme maggioranza”(Quirico – Ragona 2018, p 19), non il contrario, cercando il consenso democratico attorno alle riforme strutturali, verso una via italiana al socialismo (Macaluso 2013, p. 60) che oggi non può che essere integrata in Europa.
Se il potere dell’aristocrazia è fondato sul denaro, l’obiettivo è togliergli il denaro, con i mezzi che già esistono.
Tassare i ricchi, espropriarli e rendere le banche e le grandi aziende strategiche proprietà pubbliche, comuni, nella forma di cooperative o società con azionariato diffuso. I lavoratori devono avere la proprietà delle aziende per cui lavorano. Le infrastrutture di comunicazione (strade, trasporti, reti di distribuzione e telematiche) devono tornare pubbliche, sotto il controllo democratico dei cittadini. Alla popolazione va garantito lavoro dignitoso, con orari brevi che permettano di conciliare i tempi di vita (Mazzetti 1997). Non vogliamo più denaro per comprare oggetti superflui ma la possibilità di fare a meno del denaro (Mazzetti 1992), svincolando la soddisfazione dei bisogni dal mercato: abitazione, istruzione, salute, trasporti. Questo è possibile anche trasformando l’attuale forma del denaro, facilmente tesaurizzabile, in una moneta di consumo utile solo alla circolazione(12), che non sia possibile accumulare oltre una certa cifra o portare all’estero, e che non produca interessi (Bossone – Cattaneo – Grazzini – Sylos Labini 2015). Un esempio già esistente sono le attuali “social card” o “carta acquisti“, attraverso cui attualmente lo Stato italiano eroga miserevoli sussidi (500€ all’anno o 40€ al mese), carte di debito che erogano una somma fissa non cumulabile. Questi sistemi di pagamento già in uso garantiscono la possibilità di uscire in pochi giorni dal sistema di pagamenti europeo dell’Euro. Interessante in proposito il sistema statale brasiliano per i pagamenti elettronici PIX a cui si ispira il progetto dell’Euro Digitale, resilienti in caso di fallimento delle banche. La catastrofe della guerra verso cui ci stanno portando è l’unica possibilità che abbiamo per veder crollare l’aristocrazia del denaro. Per raggiungere degli obiettivi, siano questi o altri, bisogna far leva sul potere statale che è oggi l’unico possibile antagonista della grande proprietà privata e finanziaria. L’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere (Holloway 2004), se pure fosse stata una nobile idea, è attualmente tramontata. Senza prendere il potere si può al massimo sopravvivere, adeguandosi o nascondendosi.
Abolire i miliardari è già un primo obiettivo possibile. Tassare fortemente i milionari il secondo. Poi si vedrà.
Note
- https://rizomatica.noblogs.org/2024/02/minetti-mobilitazione-e-diserzione/ , https://rizomatica.noblogs.org/2025/07/minetti-la-guerra-cercata/
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La Guerra di Piero live 1991 https://www.youtube.com/watch?v=vBfZdiFRzv4
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Se queste condizioni non sono tutte rispettate significa che, per fortuna dei lavoratori, non stiamo osservando una condizione di puro scambio di lavoro merce, ma qualcosa di più complesso ed evoluto in cui rientrano relazioni che non sono puramente economiche e strumentali fra le parti sociali.
- https://www.internazionale.it/notizie/matthew-stewart/2020/08/14/nuovi-privilegiati
- https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0836/QEF_836_24.pdf– https://wir2026.wid.world/www-site/uploads/2025/12/World_Inequality_Report_2026.pdf
- https://wir2026.wid.world/insight/exorbitant-privilege/
- https://www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2025/07/pensioni-decorrenti-2024-e-primo-semestre-2025-rilevazione-2-luglio-2025.pdf
- https://www.istat.it/comunicato-stampa/occupati-e-disoccupati-dati-provvisori-gennaio-2025/
- https://it.wikiquote.org/wiki/Margaret_Thatcher#Terzo_mandato_come_primo_ministro
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/18/russia-nato-spese-militari-confronto-news/8231430/
- https://archive.org/details/PerUnaMonetaFiscaleGratuita
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