Comprendere il presente per sovvertirlo

img generata da IA – dominio pubblico
di V. Pellegrino
Questa ragione di vivere: vincere.
Victor Serge
da “Memorie di un rivoluzionario”
Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
Per meglio illustrare i nessi e i passaggi logici che utilizzerò in questo articolo, per dimostrare la necessità di attingere a prospettive critiche tralasciate dai movimenti e dal pensiero critico e tuttavia indispensabili a ricollocare la guerra, così come la rivoluzione, all’interno del quadro teorico interpretativo del sistema capitalistico, svolgerò un breve excursus storico nel tentativo di mettere in relazione le origini del capitalismo con l’attuale contesto politico, fortemente caratterizzato, sotto tutte le prospettive, da un evidente crinale paradigmatico.
Capitalismo
Il capitalismo è mutevole fin dalla sua origine. Più esattamente, le sue forme fenomeniche sono storicamente determinate. Se assumiamo che il suo significato è quello di un sistema economico basato sulla centralità del capitale e sul regime giuridico privatistico, il mercantilismo può correttamente definirsi come una prima forma di capitalismo, come un capitalismo di ventura. Fernand Braudel1 ne individua la vigenza in ambito europeo, dal XIV al XVIII secolo, un tempo particolarmente lungo, circa quattro secoli, durante il quale “nelle comunicazioni si assiste al trionfo dell’acqua e della nave, mentre le distese continentali rappresentano un ostacolo, una ragione di inferiorità.”
Con il progresso delle scoperte scientifiche e il conseguente sviluppo di nuove tecniche, tecnologie e macchinari, a partire dall’Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo, si affermò in Europa, per poi raggiungere l’America del nord, la Rivoluzione industriale. In Occidente il capitalismo mutò pelle, trasformando la sua natura da mercantile a industriale: il profitto dell’imprenditore non proveniva più dai margini di guadagno derivanti dal processo commerciale che scambiava denaro con merci e queste a sua volta con altro denaro, sfruttando la differenza dei prezzi locali, ma dall’appropriazione del pluslavoro degli operai, in forma di plusvalore.
A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, sotto la spinta di un’altra rivoluzione tecnologica, la Rivoluzione digitale, il capitalismo ha subito un’ulteriore profondissima trasformazione, da industriale a cognitivo2. Con questa trasformazione, a essere messo in produzione non è più tanto il corpo del lavoratore, la sua forza fisica, la sua motilità corporea, ma la sua mente, le sue capacità linguistiche, comunicative, affettive, cognitive in genere. Questa nuova fase del capitalismo occidentale è stata inizialmente indicata con il termine postfordismo, come “ciò che emerge dopo il fordismo”, a indicare l’assetto produttivo di beni materiali derivante dalla massiccia automazione della catena di montaggio, con la sostituzione pressoché integrale del lavoro operaio con quello di robot e la tendenziale riduzione dell’attività umana a funzioni di mero controllo e supervisione del ciclo produttivo.
L’automazione della produzione dei beni fisici e la contestuale, crescente smaterializzazione della produzione (dove il valore dei beni immateriali, cioè dei servizi in senso ampio – dall’industria dell’intrattenimento ai sistemi sanitari, dal turismo alla scuola e all’università – ha da tempo superato quello della produzione industriale), hanno visto il passaggio del controllo capitalistico dal corpo alla mente del lavoratore. Mentre nella tradizionale produzione industriale il rapporto tra capitale e lavoro era di natura conflittuale e le due componenti costituivano delle reciproche controparti, la produzione immateriale richiede la piena adesione del lavoratore ai fini d’impresa; esso è cooptato nelle funzioni di controllo, direzione e comando dell’impresa che lo spingono verso una pressoché totale autonomia operativa e nel contempo a una auto-responsabilizzazione rispetto ai risultati. La cooperazione sociale, con il suo immenso patrimonio naturale rappresentato dal general intellect, rimpiazza così le funzioni di organizzazione della produzione proprie dell’imprenditore-capitalista, poi del manager, con l’ulteriore accentuazione della loro natura parassitaria. Questo cruciale passaggio dal sistema fordista a quello postfordista è stato accompagnato da un pervasivo processo di finanziarizzazione dell’economia, che ha reso possibile la deterritorializzazione del capitale, la sua tendenziale globalizzazione3. Ciò a sua volta ha determinato un’enorme concentrazione dei flussi di rendita e profitto con l’annientamento del tessuto produttivo basato su piccole e medie aziende (con effetti particolarmente gravi in un paese come l’Italia il cui tessuto produttivo è da sempre caratterizzato da aziende di piccole e medie dimensioni) a favore di imprese multinazionali, quasi tutte statunitensi, a forte impronta monopolistica.
A partire dai primi anni del nuovo millennio, con la nascita nel 2005 del così detto web 2.0, internet subisce una radicale trasformazione, passando a essere da strumento unilaterale (l’informazione va dal sito all’utente) a interattivo (scambio incessante di informazione sito-utente, utente-sito). È sulla base di questa innovazione tecnologica che nascono le piattaforme digitali, stack informatici di tipo interattivo dove, su di una base informatica dall’architettura definita dai loro proprietari, si trovano a operare gli utenti (users) che, in tal modo divengono prosumers cioè, allo stesso tempo, produttori e consumatori di informazione. Sulla natura insieme volontaria e gratuita di questa attività di produzione in rete ha scritto Tiziana Terranova nel suo Free Labor: Producing Culture for the Digital Economy che ho già avuto modo di richiamare in altre occasioni nei miei precedenti articoli usciti su questa rivista.
Nel capitalismo delle piattaforme, il lavoro volontario e gratuito di miliardi di utenti produce i contenuti dei vari social network che si contendono l’attenzione e l’azione (produttiva) degli utenti della rete a scopi di profilazione e vendita di inserzioni pubblicitarie. Sulla base di questo immenso, automatizzato lavoro di tracciamento, sono prodotti i così detti big data, vale a dire enormi banche di dati tanto massivi quanto personali: se da un lato è saliente il dato statistico generale (la percentuale di gradimento di un certo bene, per esempio), tecnicamente definiti dati aggregati, è altrettanto rilevante l’identità associata a ogni specifico dato, cosicché sia possibile inviare messaggi pubblicitari personalizzati ai singoli utenti della rete. I dati in sé divengono una risorsa economica che viene estratta, raffinata (trasformazione del dato grezzo in dato aggregato) e scambiata sul mercato.
Ovviamente, l’aspetto economico connesso alla sistematica raccolta dei dati prodotti (con la diffusione capillare dello smartphone anche nei paesi più poveri) dalla quasi totalità della popolazione mondiale, è quello che, pur di non immediata evidenza, è di dominio pubblico e può essere studiato da ricercatori ed economisti. Ma è il libero e sistematico accesso, in tempo reale, a questa enorme disponibilità di dati da parte degli apparati militari e polizieschi di Stato che più impatta in termini politici, per le sue funzioni di controllo e repressione sociale, anche preventive.
Un ulteriore, decisivo, salto qualitativo nella natura del capitalismo si ha con la recente massificazione dell’uso di quella che viene definita, con un’enorme forzatura epistemica, Intelligenza artificiale. Come considerazione preliminare vi è infatti da dire che l’AI non ha proprio nulla dell’intelligenza animale, di cui fa parte quella umana, fondata sull’inferenza logico-deduttiva, cioè sulla pregnanza. L’AI non è altro che una elaborazione di natura statistica, in tempo pressoché reale, di enormi masse di dati (i così detti LLM Large Language Model) attraverso cui è possibile estrapolare apparenti risposte ai quesiti e/o ai compiti che le si pone. La natura del suo funzionamento non è la pregnanza bensì la salienza (Paolo Vignola – intervento al Seminario “Baite filosofiche” di Lecco).
Sull’onda di questo stravolgimento del concetto di intelligenza, in un articolo ormai celebre uscito su Wired nel lontano 2008 con il titolo The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Chris Anderson, allora caporedattore della nota rivista di informatica, annunciava in toni entusiastici che, per effetto del progressivo sviluppo della capacità di calcolo e della crescente mole di dati disponibili, lo stesso metodo scientifico, basato sulla formulazione di teorie la cui validità andava comprovata in forma sperimentale, poteva dirsi ormai obsoleto: non è più necessario affinare una teoria per spiegare i fenomeni del mondo, è sufficiente osservarli in modo massivo ricavandone dei modelli (modellazione matematica). Al metodo della teorizzazione può così essere sostituito quello della modellazione. Si possono solo vagamente immaginare, specialmente in termini di prospettiva, le enormi implicazioni che questa trasformazione è in grado di produrre, con il tendenziale abbandono non solo del concetto di scienza e del suo assetto epistemologico ma dello stesso apparato gnoseologico e, con essi, del metodico esercizio dell’intelligenza umana, che ha caratterizzato sino a oggi l’evoluzione della nostra specie fin dalle sue origini, e lo stesso dato esistenziale.
I primi evidenti segni di questa profondissima trasformazione antropologica sono identificati da Bernard Stiegler attraverso il concetto di proletarizzazione dei saperi4, dove l’articolata e complessa attività di progettazione di oggetti, strumenti, programmi, che implicava lo sviluppo di specifiche professionalità e rispettive scuole, è resa superflua dalla capacità di modellazione propria dell’AI.
Tutte le trasformazioni tecnologiche hanno portato e portano a un aumento della produttività, anzi esse sono state introdotte a questo specifico scopo. Tale incremento, attraverso l’azione politica neoliberalista, è stato interamente appropriato dal capitale; nulla è stato redistribuito alla società sotto forma di riduzione generalizzata del tempo di lavoro, disattendendo così in modo clamoroso e totale le previsioni che uno dei più importanti economisti del secolo scorso, John Maynard Keynes, aveva formulato nel suo Prospettive economiche per i nostri nipoti5. Attribuire per questo ingenuità politica a Keynes non ha molto senso dal punto di vista storico ma questo suo clamoroso errore di previsione certamente evidenzia come l’economista teorico dello stato sociale avesse una considerazione sostanzialmente positiva del capitalismo, ritenendolo un sistema in grado di autoemendarsi. Meglio, è forse proprio nella capacità della Politica di perseguire l’interesse collettivo, anche attraverso la civilizzazione del capitalismo rispetto alla sua forma più primitiva e selvaggia, che Keynes riponeva la sua fiducia. Il secolo di avvenimenti che ci separa da quell’ottimistica previsione dimostra in modo inequivocabile quanto Keynes si sbagliasse sulla natura politica del capitalismo e sul carattere della politica in regime capitalistico: sono questa natura e questo carattere, infatti, ad aver storicamente forgiato le concrete forme economiche, sociali, giuridiche del capitalismo stesso.
Colonialismo e imperialismo
La storia dell’Occidente moderno è segnata da due fattori-chiave: la nascita del metodo scientifico e lo slancio verso la conquista di nuovi territori da sfruttare, insieme alle loro popolazioni. Fin dalla sua origine, il colonialismo si è presentato come il dispiegamento di un coagulo di interessi diversi; ad agire è stata la macchina Stato-capitale, un binomio inscindibile, una sorta di simbiosi6. Dietro gli eserciti di conquista, entravano in azione le compagnie commerciali: “La Compagnia delle Indie” è la denominazione generale dietro la quale sono nate e hanno operato numerosissime società commerciali a cui diversi paesi colonizzatori, nel corso del XVII secolo, hanno affidato il monopolio dello sfruttamento commerciale delle proprie colonie. La forza devastatrice e appropriatrice operava, cioè, attraverso la sinergia dell’interesse politico (gli Stati) e di quello economico (le società commerciali).
Tale modello operativo e rimasto attivo anche nel passaggio dal colonialismo propriamente detto al neocolonialismo e all’imperialismo. Se il grande processo di decolonizzazione avviato tra le due guerre mondiali ha visto il nascere, nelle ex-colonie, di Stati politicamente indipendenti, la loro dipendenza e la sottomissione economica, e quindi politica, dai paesi colonizzatori di fatto non è mai cessata. Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’imperialismo americano ha progressivamente sottratto alle ex potenze europee le rispettive aree di dominio, dando agli Stati Uniti, grazie al loro super esercito e al signoraggio della loro moneta, l’egemonia globale.
Da questo quadro si comprende bene come l’appropriazione del pluslavoro operaio da parte del capitalista sia solo una delle forme, quella studiata e criticata dall’opera di Karl Marx, attraverso le quali l’accumulazione del capitale si è data storicamente. Senza il lavoro schiavistico nelle colonie, senza il lavoro gratuito delle donne in ogni tempo e in ogni dove, senza lo sfruttamento del lavoro minorile e dei razzializzati, le spettacolari diseguaglianze7 che caratterizzano il passato e ancor più il presente del nostro mondo, non avrebbero potuto darsi.
Nel suo “Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie”, Maurizio Lazzarato, attraverso un’analisi disincantata e radicale, ci riporta con i “piedi per terra” rispetto a chiavi di lettura del presente che, prima con Foucault, poi con Deleuze e i molti loro epigoni, si sono concentrate sull’analisi del neoliberalismo attraverso il concetto di biopolitica. Lazzarato ci mostra come il neoliberalismo sia vigente solo in periodi di tregua nei conflitti di natura geopolitica tra differenti macchine Stato-capitale che tendono, ognuna, a espandersi senza limiti, a scapito e in concorrenza tra loro. La lunga fase neoliberalista, relativamente pacifica, che si è data in Occidente dalla fine degli anni ’70, si è oggi conclusa, lasciando nuovamente l’iniziativa al potere politico degli Stati nella direzione della preparazione di un nuovo conflitto su scala globale.
Il capitalismo ideale, economico, basato sulla concorrenza pura, immaginato da Adam Smith e da David Ricardo e oggetto della critica marxiana, non esiste nella realtà. Il capitalismo reale non crollerà a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto, come prevedeva Marx. Anziché la concorrenza perfetta, ad affermarsi nella storia sono stati invece il monopolio e l’oligopolio, il trust e il cartello, cioè fenomeni economicamente spuri, dove a essere determinante è la dimensione politica. Invece di essere un “processo senza soggetto” (Luis Althusser), l’accumulazione è il risultato di una precisa strategia politico-militare. Già Rosa Luxemburg definiva l’imperialismo come il dispositivo che tiene insieme l’azione economica (il capitale) e l’azione politico-militare (lo Stato)8.
Nella stessa opera, a p. 54, Lazzarato riporta una citazione da Rosa Luxemburg nella quale è espressa una critica teorico-politica, di fondamentale importanza per il nostro presente, al pensiero di Marx: “Marx aveva sviluppato la sua analisi dell’accumulazione in un’epoca in cui l’imperialismo non era ancora emerso sulla scena mondiale; l’ipotesi sulla quale riposava l’analisi di Marx, l’egemonia definitiva e assoluta del capitale nel mondo, esclude a priori il processo dell’imperialismo.”, nel quale invece lo Stato – quello egemone, nel nostro caso quello statunitense – gioca un ruolo chiave. Per calarci nel nostro immediato presente: Musk (il capitale) ha bisogno di Trump (lo Stato), così come Trump ha bisogno di Musk9.
È dentro la prima globalizzazione, quella esaminata da Karl Polanyi nel suo “La grande trasformazione” e studiata e criticata da R. Luxemburg, che il capitale dimostra di non poter esercitare “un dominio assoluto ed esclusivo”: esso ha bisogno dello Stato per sopravvivere e prosperare. Da questo “errore” marxiano (più che di un errore, si tratta di un limite storico – verrà sempre troppo tardi il momento in cui smetteremo di tirare per la giacca il barbuto di Treviri!) deriverebbe tutta una serie di carenze analitiche, tanto relative al passato quanto più al presente, questo presente di guerra.
I principali limiti del pensiero critico dal ’68 in poi, originati proprio dallo specifico orizzonte storico – preimperialista – nel quale si è prodotta l’opera marxiana, e riflettentisi nell’analisi della realtà di Foucault, fatta propria poi da Deleuze e da Negri a partire dal concetto di biopolitica, hanno prodotto una vera e propria rimozione della guerra e della rivoluzione come elementi imprescindibili della realtà storica e politica. Secondo Lazzarato, la mondializzazione non è quella descritta da Negri e Hardt in Impero. Egli scrive:
“La mondializzazione si sta riconfigurando secondo logiche politiche (non economiche) (tra macchine Stato-capitale alleate contro altre macchine diversamente alleate e quindi nemiche), come in realtà è sempre stato. La guerra fa risaltare chiaramente il ruolo dello Stato nel funzionamento del “mercato” e dell’economia. Nella crisi e soprattutto nella guerra, il rapporto costitutivo della macchina bicefala Stato-capitale si sbilancia a favore del primo. È il primo termine che prende violentemente il sopravvento sul secondo. Non è il mercato che distribuisce risorse secondo le leggi dell’economia, ma lo Stato che decide cosa e a chi si può esportare, dove e come si può produrre, come e quanto si deve spendere (privilegiare gli investimenti per gli armamenti, ridurre le spese e i diritti sociali ecc.), secondo le leggi della politica e della potenza. Così anche le merci, e soprattutto la tecnologia e la scienza, si scoprono avere una «patria».”
Sulla figura di Lenin, Lazzarato, a p. 80 di Guerra e moneta così si esprime: “I poveri di spirito (e ce ne sono molti!) considerano Lenin un «cane morto». Noi invece lo consideriamo un teorico non solo della rivoluzione ma anche del capitalismo, perché con il concetto di imperialismo, malgrado tutte le debolezze teoriche che vi si possono rilevare, enuclea con sicurezza politica quattro caratteristiche che si ritrovano pure nell’imperialismo sofisticato del dollaro10. Lenin e i rivoluzionari dell’epoca sono da studiare anche per un’altra ragione. La miseria del pensiero critico contemporaneo è costretta a riferirsi alla «geopolitica» per cercare di capire ciò che succede a livello di mercato mondiale con la guerra. La geopolitica è una disciplina istituzionale che riduce il capitalismo a rapporti tra Stati, spogliandoli della loro natura di lotta tra le classi e di lotta tra Stati a partire dall’accumulazione del capitale e dall’accumulazione di potenza. Per sfuggire dai limiti della geopolitica e riportare le strategie che si organizzano dentro la mondializzazione alle lotte di classe, Lenin può essere ancora molto utile.”
Guerra
Come ci indica Maurizio Lazzarato nei suoi più recenti lavori, i primi a svolgere una critica di classe all’imperialismo furono Rosa Luxemburg e Lenin, che poterono assistere al suo dispiegamento nel corso della Prima Guerra mondiale, durante la quale l’enorme devastazione di uomini e di risorse fu attuata proprio attraverso la macchina Stato-capitale. La potenza (dello Stato) e il profitto (del capitale) sono stati i due fattori che, congiungendosi e intrecciandosi in modo indissolubile, hanno precipitato il mondo nella prima guerra combattuta su scala planetaria.
La guerra si presenta, allora come oggi, come un potente fattore di socializzazione della produzione, la quale resterà da ciò per sempre segnata. La socializzazione della produzione in funzione della guerra determina l’identità e la reversibilità di produzione e distruzione: si tratta della produzione (di armi) per la distruzione (del nemico, statuale o di classe). “Il «general intellect» nasce militarizzato perché si sviluppa durante e grazie alle due guerre mondiali. La sussunzione della società al capitale e lo sviluppo del general intellect nascono nella e dalla guerra e ne saranno anche loro segnati per sempre. È ormai impossibile separare l’economico, lo scientifico, il tecnologico dal militare.”
Dal punto di vista analitico: “La rimozione dell’imperialismo significa l’esclusione della guerra, dei monopoli e dello Stato dal funzionamento del capitalismo. Il monopolio e la concorrenza tra imperialismi, con la conseguente corsa agli armamenti, costituiscono invece i processi di centralizzazione del comando sul lavoro nel mercato mondiale. Ma l’imperialismo è soprattutto una nuova fase dello scontro di classe, la fase della rivoluzione mondiale in cui i «popoli oppressi» e non più la classe operaia giocano un ruolo centrale. C’è un doppio salto rispetto a Marx, uno riguarda il capitalismo (non concorrenziale), l’altro la rivoluzione (non operaia).”
Durante la guerra, è il potere esecutivo, quello dei governi, che prende il sopravvento: il potere degli esecutivi, non quello degli Stati maggiori degli eserciti, è infatti in grado di mobilitare l’intera nazione e di fargli così adottare una particolare economia e produzione. Qui è impossibile non vedere l’immediata correlazione, nel presente, con il progetto ReArm Europe e con la New U.S. National Security Strategy.
Ciononostante, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, è proprio durante periodi di tregua nei conflitti armati che i processi di centralizzazione economica assumono la loro massima forza. Proprio durante il neoliberalismo, con “la sua pretesa lotta ai monopoli e a ogni tipo di concentrazione del potere che impedisca l’esercizio della libera concorrenza e della libera iniziativa, il capitale operava una centralizzazione del potere economico e del potere politico da far impallidire quella della mondializzazione precedente.”
Per quanto attiene alla potenza egemone, “Nessuna concorrenza può sfidare il dispositivo del dollaro come moneta internazionale, pena lo scontro con il Pentagono. Qualsiasi sistema monetario/finanziario (che si ponga come) alternativo al dollaro, capace cioè di funzionare come mezzo di pagamento per gli scambi internazionali e da riserva per le banche centrali, è una dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti.” Quale segno tangibile dell’attuale progressiva decadenza degli USA come potenza egemone mondiale e, con essi, dell’intero Occidente, alcuni paesi del Sud del mondo hanno raccolto questa sfida al dollaro come moneta dominante con la costituzione dei BRICS (oggi divenuti BRICS+), il cui intento è proprio quello di sottrarsi al dominio assoluto del dollaro come valuta di pagamento internazionale e di riserva finanziaria.
Mentre il neo e l’ordoliberalismo problematizzano il rapporto tra guerra e economia secondo la concezione di quest’ultima come un’alternativa alla guerra, in realtà, soprattutto a partire dal XX secolo, “ogni punto di svolta, ogni ristrutturazione della produzione economica e ogni cambiamento del potere politico sul mercato mondiale è stato determinato non da nuove razionalità, oppure da «rivoluzioni» tecnologiche o produttive (come sostenuto da Joseph Schumpeter nel suo “Il capitalismo può sopravvivere? La distruzione creatrice e il futuro dell’economia globale”), bensì dalla guerra; e ancora, non dalle crisi, come ai tempi di Marx, ma proprio dalle guerre, come accade dai tempi di Lenin. … Con l’imperialismo, le grandi svolte produttive e politiche sono determinate dalle guerre (Lenin) e non dalle crisi (Marx)”.
Lazzarato focalizza la sua critica al pensiero di Foucault, capostipite di una lunga sequela di autori che – sulla base del suo insegnamento – caratterizzerà il pensiero critico in Occidente sino ad oggi, sul passaggio che esso avrebbe compiuto da Marx a Weber. Egli scrive: “Proprio in “Nascita della biopolitica” Foucault, … non soltanto conferma l’abbandono della guerra come metodo di analisi del reale, ma anche della lotta di classe. … Il passaggio chiaramente enunciato è da Marx a Weber. Il primo utilizza quella che Foucault definisce «la logica contradditoria del capitale», mentre per il secondo il problema non è più la contraddizione ma la «razionalità irrazionale della società capitalista». … Il passaggio dalla contraddizione alla razionalità è il passaggio dal conflitto alla sua neutralizzazione.”
Sulla solo apparente contrapposizione tra neoliberalismo e imperialismo, sulla loro effettiva complementarità e coesistenza, Lazzarato insiste molto: “Le situazioni di pace e di guerra non si limitano a sostituirsi ma coesistono. La governamentalità «non comincia dove cessa il rumore delle armi», il mercato «non comincia quando finisce la guerra». Sotto la pace, dunque, la guerra (quella tra classi così come quella tra Stati) continua la sua opera; l’economia, la legge e il diritto sono, cioè, il proseguimento della guerra con altri mezzi (sul calco e rovesciamento del noto adagio di von Clausewitz «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi»). Nell’imperialismo del dollaro, sotto il mercato, sotto la governamentalità, sotto la concorrenza, «la guerra continua a infuriare».” Di questo siamo stati resi brutalmente consapevoli, bruscamente risvegliati dall’ubriacatura neoliberalista, dal tornare a divampare della guerra nella sua realtà e, ancor più, nella sua retorica: la guerra in Ucraina e i possenti venti bellicisti e guerrafondai che da essa hanno tratto slancio, ha tutte le prerogative per trasformarsi in una nuova guerra mondiale.
La critica di Lazzarato a Marx si estende alla sua teoria della moneta: egli ritiene che detta teoria sia ambigua: se da un lato supera la concezione propria dell’economia classica secondo cui la moneta è «neutrale», mostrando come, al contrario, essa sia determinante in quanto condizione indispensabile per accedere alle merci sia da parte del consumatore (operaio) che da parte del capitalista (imprenditore) e come fattore che interviene pesantemente nelle transizioni, nella ripartizione dei redditi, nelle differenze di classe, ecc., dall’altra, anche per Marx, “come per l’economia classica, il denaro nasce dallo scambio, ha un’origine mercantile, tutta economica”. In base a ciò, il rapporto della moneta “con il potere politico e lo Stato è un rapporto di utilizzo, strumentale, non è un rapporto strategico, perché (secondo Marx) la genealogia della moneta è spiegabile tramite l’economia. L’ambiguità marxiana (sulla moneta) implica che il denaro del mercato mondiale escluda «sia la moneta simbolica, …, sia il credito».”
La critica che l’autore rivolge alla teoria della moneta di Marx è che essa accredita un funzionamento autonomo della moneta negli scambi, una concezione del denaro come «automa», “che si esprime compiutamente in ciò che Marx chiama «movimento autonomo del valore», capace di rovesciare l’attività umana in un impersonale movimento delle cose (o anche «processo senza soggetto», come verrà detto più tardi). Vorrei mostrare che anche in questo caso, ciò che invece è fondamentale è la strategia politica e militare, quindi, il fatto che la lotta di classe precede non solo la produzione ma anche la moneta. La gestione monetaria e finanziaria (nell’imperialismo) può e di fatto si emancipa dall’oggettività prodotta dal funzionamento autonomo degli scambi. Ciò di cui non può liberarsi sono le lotte di classe11.”
A chiosa e chiarimento del paragrafo dedicato alla teoria della moneta in Marx, Lazzarato afferma: “La mia tesi non vuole sostenere che l’automatismo del valore monetario e finanziario non esista, ma al contrario che esso può essere costruito e funzionare solo dopo lo stabilirsi di strategie, dopo che scelte riguardanti la potenza politica, economica e militare abbiano stabilito chi sono i vincitori che comandano e chi sono i vinti che obbediscono. Innanzitutto, i rapporti di forza stabiliscono chi trae vantaggio dall’automatismo e chi l’automatismo «espropria». È ciò che l’imperialismo del dollaro documenta a chi voglia vedere.” L’assoluta strafottenza di Tramp (a capo del paese con l’esercito più potente del pianeta) nei confronti del resto del mondo, a iniziare dai supposti alleati – in realtà sudditi – degli U.S.A., è la più evidente conferma della veridicità di questo assunto.
“La faccia del capitalismo finanziario di cui il neoliberalismo non deve parlare, ubriacandoci invece di mercato, concorrenza, di domanda e offerta, ci rinvia alla strategia e ai rapporti di forza, in cui è sempre più difficile stabilire delle separazioni nette tra politico, economico e militare.”
Ciò che ritengo più rilevante nel recente lavoro di Lazzarato è la sua capacità di guardare alla realtà senza infingimenti, denunciando lo sbandamento teorico a cui è andato incontro il pensiero critico occidentale in seguito all’abbandono di concetti invece imprescindibili per comprendere la reale natura del sistema capitalistico ed elaborare, di conseguenza, una strategia all’altezza delle necessità: i concetti di imperialismo, di guerra (come distruzione) e, per converso, di rivoluzione. L’assoluta preminenza della dimensione strategica propria dell’imperialismo che, a partire dalla Prima Guerra mondiale, caratterizza il sistema capitalistico, ha il suo drammatico contraltare nell’assoluta mancanza di questa dimensione, quella strategica appunto, nelle lotte di classe e nei movimenti antagonisti. In fondo, si tratta della stessa critica che gli accelerazionisti muovono ai movimenti post sessantotto, definendo la loro politica come “folk politics”12.
La biopolitica di Foucault, la microfisica dei poteri, la teoria della governamentalità, non sono errate ma hanno una vigenza limitata e subordinata rispetto alla politica di potenza e alle sue linee strategiche. L’errore sta nel considerare il neoliberalismo e i suoi processi di funzionamento come fattori primari e autonomi nella determinazione dei processi storici al posto dell’imperialismo e delle proprie specifiche dinamiche fondate sul binomio Stato-capitale, come avevano intuito Lenin e Luxemburg avendole potute osservare in atto, a differenza di Marx, a partire dalla Prima Guerra mondiale.
Rivoluzione
È quindi necessario recuperare una prospettiva e un punto di vista di classe se si intende porsi effettivamente sullo stesso piano su cui il capitalismo esercita la sua presa sul mondo, quello della strategia e della politica di potenza. Punto di vista significa soggettività. “La (volontà di) potenza del capitalismo è soggettività, processi di soggettivazione collettiva (famiglia, scuola, religione, mass-media), come è soggettività, processi collettivi di soggettivazione, la (volontà di) potenza che contrasta il potere fatta di operai, donne, razzializzati. Non si tratta di processi senza soggetto né tantomeno di tecniche di governamentalità ma di politiche e strategie da una parte e dall’altra della relazione.”
Ogni processo rivoluzionario ha bisogno di un soggetto emergente, di una nuova soggettività che, a partire dal proprio specifico “punto di vista”, quello degli oppressi, degli sfruttati, dei sottomessi, prende coscienza di questa condizione e organizza e attua la lotta necessaria per trasformarla. “La vera immanenza è solo questa, un punto di vista partigiano che riorganizza la visione del «tutto» partendo dalla sua oppressione per meglio attaccarlo. La «verità» del «tutto» non risiede nell’oggettività (una supposta neutralità) dell’analisi, ma può darsi solo a partire dal dispiegarsi della lotta, dalla volontà di prevalere sul nemico. … Partire dall’oppressione significa partire dal conflitto, porre il conflitto prima della produzione, le lotte di classe prima dei rapporti di produzione, la lotta prima delle forze produttive.”
Ciò che emerge in modo netto dall’analisi di Lazzarato è che condizione preliminare di ogni trasformazione rivoluzionaria è l’assunzione della consapevolezza che il capitalismo, attraverso l’imperialismo e il suo braccio politico, cioè il fascismo, impone la propria volontà senza remore o limiti e lo fa attraverso lo sfruttamento, l’oppressione sociale e, quando necessario, per mezzo della guerra o del genocidio. Ogni visione conciliatoria, che non si fondi sulla consapevolezza della natura insanabile del conflitto di classe e sulla presa d’atto del carattere implacabile dell’azione del potere, è incapace di fondare una reale prospettiva rivoluzionaria: “L’imperialismo, quando la macchina politico-economica di cattura (la governamentalità) non funziona secondo le sue aspettative, quando la totalizzazione diffusa e dispersa della governamentalità fallisce, non esita a scatenare, oggi come ieri, guerre di ogni genere e a rimettere in gioco nuovi e vecchi fascismi.”
È davvero rilevante e per noi preziosa, la drastica valutazione che Lazzarato fa della condizione dei movimenti in questa specifica fase della storia, nella quale, ancora una volta, la pura forza delle armi si mostra come elemento determinante le relazioni politiche ed economiche. Egli scrive: “I movimenti, più che essere consapevoli della discontinuità della nuova fase politica, sembrano esserci scaraventati dentro. Sembrano in generale voler continuare la politica della fase precedente, mentre gli spazi politici si chiudono, la governamentalità è sostituita dalle politiche dei nuovi fascismi che accompagnano nuove centralizzazioni del potere politico, economico e militare. La situazione li spinge comunque a praticare delle rotture radicali, delle vere e proprie rivolte e insurrezioni dentro le quali sono costretti a interrogarsi sul «che fare» con il potere costituito. … Comunque sia, la tradizione rivoluzionaria aveva colto una serie di continuità e discontinuità nel funzionamento del potere e del conflitto che i movimenti politici e il pensiero critico sembrano aver abbandonato.”
Come noto, l’opera di Foucault, in particolare dagli anni ’70 in poi, pone al centro la questione della microfisica dei poteri, dei rapporti gerarchici e delle così dette “istituzioni totali” (di nuovo, famiglia, chiesa, scuola, caserma, ospedale, manicomio) tipiche delle società disciplinari, si concentra, cioè, sulle così dette tecnologie del sé: la biopolitica. Questa sorta di lente di ingrandimento con la quale Foucault ha osservato le dinamiche sociali interpersonali e i loro rapporti con lo Stato, lo ha spinto a rimuovere o, comunque, a sottovalutare i processi macroscopici delle politiche di potenza che ciclicamente attraversano e trasformano il mondo, i nessi dominanti l’indissolubile rapporto tra potere ed economia che lo stesso Marx, per ragioni storiche, a differenza di Lenin e Luxemburg, ha ignorato.
Lazzarato attribuisce a Foucault la separazione, la rottura del nesso che relaziona la soggettività, individuale e collettiva, con l’oggettività del mondo, tra emancipazione e rivoluzione. Egli avrebbe rotto questo nesso che la tradizione rivoluzionaria aveva sempre ritenuto necessario, in tal modo compromettendo l’indispensabile biunivocità tra i processi soggettivi collettivi e le trasformazioni oggettive della realtà storica. Si è, cioè, concentrato sulle questioni afferenti alla libertà soggettiva, trascurando quelle riguardanti la liberazione collettiva (la governamentalità a scapito dell’imperialismo e, per converso, l’emancipazione a scapito della rivoluzione).
Il giudizio piuttosto severo, ma che non possiamo permetterci di ignorare, specialmente alla luce della misera condizione in cui versano le lotte e i movimenti oggi e della drammaticità dell’attuale frangente storico, di Lazzarato sull’opera di Foucault (ovviamente, si tratta di un giudizio ex-post, che beneficia del senno del poi), non tralascia di riconoscere i giusti meriti al filosofo francese. Egli scrive: “Foucault rompe con la continuità storica di emancipazione e rivoluzione per delle buone ragioni: la rivoluzione sembra, ogni volta, tradire l’emancipazione, sia nelle forme di organizzazione (gerarchiche, antidemocratiche, più o meno verticistiche) che negli obbiettivi (instaurazione di un nuovo “sistema di potere” anziché di una condizione di “rivoluzione permanente” egalitaria, un processo costituente che non si chiude, che non si compie nel passaggio, sempre invece verificatosi nelle rivoluzioni passate, da un potere costituente che si fa potere costituito13).
“Il movimento del ’68, nell’interpretazione di Maurice Blanchot, avrebbe operato nello stesso modo, funzionando così da matrice per i movimenti di emancipazione successivi: ha praticato una rottura senza darsi «mezzi politici per l’avvenire, senza poteri istituzionali». La separazione di emancipazione e rivoluzione che si potrebbe interpretare come «debolezza» sarebbe stata invece (secondo Blanchot) la sua «forza». Blanchot conclude apprendo a tutte le teorie destituenti contemporanee: il movimento non ha fallito ma si è «sovranamente realizzato». La rivoluzione sarebbe «dietro di noi». Deleuze a modo suo va nella stessa direzione: se le rivoluzioni finiscono sempre male il divenire rivoluzionario non ha bisogno della rivoluzione perché non finisce mai, è in continuo divenire. Una buona parte dei movimenti che si sono sviluppati dopo il ‘68 ha coscientemente o incoscientemente assunto la separazione tra emancipazione e rivoluzione come soluzione all’impasse e ai fallimenti della rivoluzione mondiale. Sicuramente non era possibile né desiderabile una ripetizione delle rivoluzioni socialiste ma una nuova rivoluzione era necessaria perché quello che non ci siamo lasciati alle spalle è la controrivoluzione capitalista che ha imposto, nell’ordine e nella restaurazione, nuovo fascismo, guerre civili, guerra. La sola cosa solidamente destituita è stata la forza e la tradizione del movimento rivoluzionario, senza sostituirgli niente di altrettanto efficace e radicale. Per cui i rapporti di potere tra le classi sono regrediti all’epoca pre-rivoluzione sovietica.”
Esplicitata e chiarita ulteriormente questa denuncia dello sbandamento teorico che ci avrebbe condotto alla debolezza e alle miserie attuali, Lazzarato torna per l’appunto al nostro presente e non gira intorno alla questione, non mancando di inserire una nota personale; egli è perentorio: “Ora, la crisi del 2008 ha aperto una nuova fase politica. Se nei movimenti del ‘68 la necessità di una nuova rivoluzione poteva anche non imporsi, oggi non sembra esserci altra via di uscita. Nella fase politica attuale dove la guerra o, meglio, le guerre diventano l’asse politico centrale, questa eredità sessantottina è pregiudiziale allo sviluppo delle lotte di classe. I compagni italiani mi prendono in giro perché parlo di rivoluzione ma la guerra non ha radicalizzato solo lo scontro tra imperialismi ma anche tra le classi. Le lotte più radicali, le insurrezioni e le rivolte si svolgono lontane dai loro occhi e quindi le vedono difficilmente.”
La parte conclusiva di Guerra e moneta è dedicata alla delineazione di una sorta di “teoria della rivoluzione”, dove molti elementi e fattori si integrano in un processo multiplo: fattori sociali, economici, politici contribuiscono a produrre una rottura rivoluzionaria. Vale la pena leggere ancora le sue parole: “La lotta tra le classi taglia il divenire infinito dei rapporti di potere (quel divenire rivoluzionario del soggetto che per Foucault sarebbe sufficiente e renderebbe inutile la rivoluzione), lo blocca, lo fa biforcare, facendolo sfociare nelle rivolte, nelle guerre, nelle rivoluzioni o in momenti di scontro che riconfigurano i rapporti di forza, disegnando una congiuntura che modifica, ogni volta, la posizione delle forze in gioco.
Non si dispone dei tempi dello scontro a proprio piacere, non si può decidere l’ora è il momento di una lotta, di un’insurrezione o di una rivolta: accadono, succedono, si producono. E quando accadono, succedono, si producono bisogna farsi trovare pronti, capaci di agire diverse temporalità. Il tempo esce dai suoi cardini, per cui lo scontro è sottomesso ad accelerazioni, a concentrazioni, all’emergere nel presente di possibili rivoluzionari non realizzati nel passato, a intensità «extra-ordinarie» che determinano dei cambiamenti repentini di congiuntura: non più il futuro della rivoluzione socialista ma il presente del farsi del soggetto rivoluzionario, il presente della lotta che dispiega la negazione affermando il salto dalle emancipazioni alla rivoluzione che apre il pluralismo delle rivoluzioni. …
Nel farsi della lotta, nel dispiegarsi dell’attacco portato contro il nemico e nel costituirsi contemporaneo del soggetto e della sua organizzazione, emerge la «coscienza» non come consapevolezza, comprensione astratta dei rapporti di potere, ma come necessità politica di elaborare una tattica e una strategia per rompere il blocco della forza nemica, per rimuovere l’ostacolo al dispiegarsi della costruzione del soggetto. La necessità del momento riflessivo (un rapporto a sé differente dal rapporto a sé dell’emancipazione) emerge in questo momento preciso e il suo risultato è un doppio sapere: un sapere strategico per battere il nemico, un sapere strategico per la costruzione del soggetto» che non sacrifichi l’emancipazione alla rivoluzione. Saperi nuovi, imprevedibili, non programmabili, che nascono dallo scontro, nello scontro.”
Emerge qui molto chiaramente nella tesi dell’autore come il momento rivoluzionario sia imprevedibile, non programmabile, imponderabile a priori e, nel contempo, la necessità di “farsi trovare pronti”, di liberarsi dalla temporalità imposta per forgiarne una propria del soggetto collettivo liberato, attuando una strategia che non sacrifichi l’emancipazione alla rivoluzione, cosa che ne comprometterebbe il senso, come è sempre avvenuto nelle rivoluzioni passate, che salvaguardi il soggetto che se invece schiacciato e compresso porterebbe a vanificare il reale valore e significato della rivoluzione stessa, condannandola al fallimento. Ci troviamo qui nel contempo nella condizione di non poter prevedere né tantomeno programmare i saperi necessari allo sviluppo del processo rivoluzionario e nella necessità di “farsi trovare pronti”. Sulla specifica necessità di farsi trovare pronti, tornerò in conclusione.
La «libertà» del soggetto (emancipazione) può dispiegarsi pienamente, completarsi e avere il proprio senso, solo se agita in parallelo alla «liberazione» della società dal giogo del potere (rivoluzione): non basta il lavoro sul sé, sul soggetto, serve anche il conflitto di classe e serve vincerlo. “L’emancipazione non basta a sé stessa! Le emancipazioni sono conflittuali ma non incompatibili con il capitalismo. … Insomma, ci sono molte emancipazioni ma una sola rivoluzione: Per poter fare delle emancipazioni altrettante rivoluzioni, è necessario passare per la rivoluzione.”
Tutti i movimenti, tutte le lotte devono convergere in un solo movimento, in una sola lotta se davvero intendono vincere, distruggere il potere del capitale e far nascere una nuova condizione, quella del (essere in) Comune, in cui “sociale” e “politico” vengono a coincidere.
“Per fare il molteplice bisogna passare per il dualismo del potere”: serve abbattere il potere senza prenderlo, senza sostituirvisi. Per attuare la rivoluzione quale processo permanente, senza conclusione, senza compimento, serve affrontare una serie di impossibilità: quella di “totalizzare e sintetizzare le lotte e le emancipazioni e quella di restare nella dispersione e nella sola differenza, impossibilità di non rivoltarsi sfidando il potere e impossibilità di prendere il potere, impossibilità di organizzare il passaggio dalla molteplicità al dualismo e impossibilità di restare nella sola molteplicità, impossibilità della coordinazione e centralizzazione e impossibilità di affrontare il nemico senza coordinazione e centralizzazione. Cozzare contro queste impossibilità è la condizione per creare il possibile della rivoluzione. La rivoluzione è l’impossibile che diventa possibile. …”
“La posta in gioco che si manifesta non sono più le emancipazioni. … La sfida nella rivoluzione si pone a un altro livello: negare il potere nemico e nello stesso tempo negare le classi delle donne, dei lavoratori, dei colonizzati create dalla macchina Stato-capitale attraverso le guerre di assoggettamento. Le classi devono essere soppresse se si vuole uscire dalla conflittualità (tra le diverse lotte, tra i diversi movimenti) e integrazione (dei movimenti nella macchina Stato-capitale) che le emancipazioni comunque implicano.”
Pensiero strategico collettivo
Sui limiti dei movimenti post ’68, Lazzarato scrive: “Nessuno ha elaborato una teoria della crisi (anche se sta nascendo una “critica del pensiero critico”), si è dotato di una concezione della funzione della guerra nello sviluppo e ristrutturazione del capitale e dello Stato.”
“I movimenti si sono assuefatti a un conflitto senza rivoluzione (cioè, fine a sé stesso, privo di sbocchi!). … Foucault dice che il «rapporto a sé» è la forma di opposizione principale al potere. Non c’è dunque più bisogno di una teoria del capitale e dello Stato, della rivoluzione o della guerra: è sufficiente un sapere delle forme di vita, del prendersi cura del rapporto a sé; invece, questi cambiamenti dell’accumulazione, delle classi, degli Stati, del loro rapporto, contano eccome: agiscono sulle forme di vita, riconfigurando, allargando o restringendo lo spazio politico delle emancipazioni e dei processi di soggettivazione.”
“Lasciamo la parola ancora a Foucault che, per l’ultima volta, utilizziamo come sintomo della difficoltà del pensiero critico confrontato con la congiuntura contemporanea della guerra. La stessa attitudine contraddittoria e ambigua che Foucault ha avuto rispetto alla guerra la possiamo ritrovare anche nel suo rapporto con la rivoluzione. Anche qui si tratta di punti di vista molto diffusi nel pensiero critico: la rivoluzione, come la guerra, fa parte del passato. Se Foucault finirà con cercare nella rivoluzione iraniana un modello alternativo non solo alla tradizione rivoluzionaria ma anche alla politica europea, non ha sempre pensato in questo modo. «Se la politica esiste dopo il XIX secolo e perché c’è stata la rivoluzione. Questa non è una specie, una regione di quella. La politica si situa sempre in rapporto alla rivoluzione». Affermazione rimossa, quando invece sarebbe stata molto utile per capire che l’imperialismo le tecniche ancillari della governamentalità si rapportano sempre e comunque alla rivoluzione che hanno sconfitto negli anni ‘70 e di cui sempre temono il ritorno. Possiamo invece condividere pienamente il seguito del testo: «Il ritorno della rivoluzione è il nostro problema (la nostra necessità), il ritorno della politica non può manifestarsi che con il ritorno della rivoluzione».”
“Senza rivoluzione non c’è politica: c’è amministrazione, c’è governance (dell’imperialismo), c’è capitalismo e guerra. Il nostro problema: per ritrovare la politica bisogna reinventare la rivoluzione, altrimenti il capitalismo e la sua governance evolveranno inesorabilmente, come stanno facendo, verso nuove forme di fascismo e di guerra da cui, senza rivoluzione, saremo schiacciati. È rispetto a questa tragica situazione che si tratta di elaborare un concetto di guerra, sapendo però che la guerra, prima di essere uno scontro armato, è una strategia politica che può diventare confronto violento tra forze ma non necessariamente.”
Con queste parole si conclude “Guerra e moneta” di Maurizio Lazzarato, un’opera, così come gli altri suoi recenti lavori, utile a ricollocarci rispetto al presente di guerra e fascismo dilagante in cui, nelle attuali condizioni, stiamo sprofondando senza possibilità non solo di una salvezza ma persino di impegnarci in una lotta all’altezza delle reali necessità. Ecco la ragione del sottotitolo di questo articolo: per agire sul reale è innanzitutto necessario comprenderlo, attraverso un’analisi lucida, senza infingimenti, senza edulcorazioni ma che sia in grado non solo di vedere il presente in tutta la sua brutalità e orrore ma anche di leggerlo quale manifestazione di un sistema strutturato, basato sul binomio Stato-capitale e che possiamo definire, con Lazzarato, ma anche con Lenin, Luxemburg e tutta la tradizione rivoluzionaria, imperialismo.
In più occasioni, nel corso di conferenze tenute da Lazzarato in vari luoghi del mondo, egli ha dichiarato di non avere ricette specifiche sulla leniniana questione del “che fare?”, cioè dell’imprescindibile problema dell’organizzazione, sia rivoluzionaria che pre e post-rivoluzionaria. Riprendiamo qui il tema del “farsi trovare pronti” cui abbiamo accennato in precedenza: al di là dell’imponderabilità dei processi di rottura a venire, delle rivolte, delle sommosse, dei conflitti di ogni genere che li sostanzieranno, la questione dell’organizzazione rimane in ogni caso imprescindibile, una sorta di convitato di pietra14.
Se il potere è da abbattere ma non da prendere, se si raccoglie quindi l’esigenza di un suo definitivo superamento nella direzione di una società finalmente senza classi, se si vuole la rivoluzione senza sacrificare a essa l’emancipazione, si comprende in pieno la necessità di dare vita a un’inedita forma di democrazia effettiva, radicale, inevitabilmente “diretta” e quindi la rilevanza della proposta di quella che, nei miei precedenti articoli su questa rivista, ho chiamato Assemblea permanente. Si tratta di un metodo i cui principi sono la propositività aperta a tutti i membri e il loro pari peso decisionale: una forma organizzativa in grado di dare espressione a forme di intelligenza collettiva e libero sviluppo e valorizzazione al general intellect.
Come ho già scritto in precedenti articoli su Rizomatica, non vedo alternative rispetto a questo nuovo “modus operandi” che di fatto rifonda lo stesso concetto di “Politica” in una forma del tutto inedita rispetto al passato. Si tratta di un vero e proprio salto paradigmatico che implica la trasformazione della soggettività nella direzione di una sua crescita e di un suo arricchimento. È l’assunzione individuale della responsabilità collettiva, è la fine del dualismo del potere e del binomio sociale/politico: queste due dimensioni sono portate a coincidere grazie al venir meno della delega della propria sovranità a rappresentanti politici di mestiere. È l’autonomia del sociale che prende il posto della pretesa autonomia del politico.
Si tratta di un processo tendenziale, senza compimento, un sistema dove l’architettura dell’infrastruttura informatica si emancipa dal dominio Stato-capitale per essere appropriata dalla moltitudine umana, con l’onere, per quest’ultima, di farsi garante di tutte le altre forme di vita che ancora popolano questo pianeta. È lo Stack descritto da Benjamin H. Bratton15 che si fa quel Red-Stack su cui ha acceso un flash Tiziana Terranova con il suo Red Stack attack!16.
La prospettiva di ritrovare, oggi, la capacità di elaborare un progetto strategico di abbattimento del capitalismo e di edificazione del Comune, con tutte le sue necessarie articolazioni tattiche, è direttamente connessa con la possibilità di dare voce alla moltitudine, di darle al contempo capacità di proposta (intelligenza collettiva a partire dal e a confluire nel general intellect) e di decisione (democrazia diretta). In questo senso, quello della progettazione, adozione, ed elaborazione senza termine di quella che ho chiamato, un nome come un altro, Assemblea permanente, sembrano emergere alcuni segnali positivi: i più recenti movimenti ecologisti, a trazione giovanile, da Extintion Rebellion a Friday for future, da Last Generation a Generation X, sembrano prendere sul serio la questione di come devono funzionare le loro organizzazioni, di come si avanzano le proposte e di come si decide su di esse. Sono questioni dirimenti, le regole da stabilire prima di iniziare il gioco, le premesse formali di ogni elaborazione sostanziale.
I venti di guerra che in questo momento spirano sempre più forti sull’Europa e sul mondo ci fanno comprendere quale sia la posta in gioco rispetto alla possibilità di dar vita a nuove e inedite forme di lotta e di azione in cui ad agire non sia più una sparuta avanguardia ma l’intera classe sociale degli oppressi, degli sfruttati, dei diseredati, di tutti coloro che, quando va bene, per sopravvivere devono accettare il ricatto del lavoro salariato, lavoro che oggi non ha più neppure il riconoscimento della dignità. C’è infatti bisogno di tutta l’intelligenza disponibile nella società per cercare di navigare questo mare periglioso verso un futuro desiderabile. Passare da un sistema politico basato sulla rappresentanza, tanto nell’ambito istituzionale che nel contesto dei movimenti, a un modello fondato sull’auto-rappresentanza costituisce un vero e proprio salto paradigmatico della “Politica” intesa come l’imprescindibile attività umana volta a regolare i rapporti sociali.
Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno incontrastato sul mondo, sarebbe importante tentare di agire fin da subito, con il metodo dell’Assemblea permanente, nella direzione di una lotta di liberazione mondiale dal giogo delle macchine Stato-capitale, per rovesciare l’attuale spinta verso una guerra mondiale in una rivoluzione mondiale permanente in cui i molti popoli si riconoscano finalmente in una sola moltitudine, nell’intera umanità, parte anch’essa di un ecosistema planetario che ne è condizione stessa di esistenza.
Purtroppo, l’attuale “stato dell’arte” della democrazia diretta a livello mondiale ci mostra l’enorme ritardo nello sviluppo di questo nuovo paradigma politico. È probabile che l’accelerazione bellicista in atto ci ponga presto difronte al deflagrare di una guerra su vasta scala: in una simile circostanza è evidente che la sola opzione percorribile sia quella della diserzione e della resistenza antifascista, antimilitarista; ma resistere e sottrarsi non è sufficiente per costruire un nuovo futuro. Ecco perché, come opportunamente suggerisce Maurizio Lazzarato17, è importante “farsi trovare pronti”, disporre cioè di una nuova prospettiva aperta verso il futuro dell’umanità e dell’intero pianeta che la ospita.
Note
N.B.: Nel presente articolo, le numerose citazioni dal libro di Maurizio Lazzarato Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie sono riportate tra virgolette e in corsivo. I miei inserti nelle citazioni tratte dal libro sono riportati tra parentesi.
1 – F. Braudel Storia e scienze sociali. La lunga durata. In Scritti sulla storia, Bompiani, 2001.
2 – I principali autori ad aver analizzato questo fondamentale passaggio trasformativo del capitalismo sono Bernard Paulré, Yann Moulier Boutang, Carlo Vercellone, Antonella Corsani, Andrea Fumagalli, a partire dalle attività del Laboratorio MATISSE-ISYS in seno alla Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne.
3 – Cfr. Christian Marazzi Capitale & linguaggio. Dalla new economy all’economia di guerra, DeriveApprodi, 2002.
4 – Cfr. Bernard Stiegler La società automatica. L’avvenire del lavoro – Ed. Melteni – 2019. Per un significato più circostanziato del termine proletarizzazione in Stiegler, vedasi Fuori del Capitalocene. Dall’uomo indebitato all’uomo frugale pubblicato sul n° 6 di Rizomatica.
5 – Questo scritto è la trascrizione della Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930. Trattasi di un testo certamente peculiare, con numerose affinità con l’ormai celebre “Frammento sulle macchine” di Karl Marx (Per un approfondimento su questo testo marxiano, vedasi il mio Se le macchine di Marx siamo noi.) Anche questo è un testo breve, intenso, insieme visionario e predittivo, proiettato in una realtà futura, che corrisponde al nostro presente, all’attualità. Vi si distinguono due parti, la prima nella quale l’autore mostra di essere figlio del suo tempo e della sua patria e dove emerge il suo economicismo privatistico e colonialistico, tipico del pensiero britannico dell’epoca e dell’approccio anglosassone ai temi della produzione e della ricchezza. Poi, però, nell’atto di proiettarsi nel futuro, nell’evidenziare le enormi potenzialità di emancipazione dell’umanità rese possibili dal progresso scientifico e dalle trasformazioni tecnologiche (su questo scrive: “Dal secolo XVI è incominciata, proseguendo con crescendo ininterrotto nel XVIII secolo, la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche che, dall’inizio del secolo XIX, ha avuto sviluppi incredibili: carbone, vapore, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine automatiche e sistemi di produzione di massa, telegrafo, stampa, Newton, Darwin, Einstein e migliaia di altre cose e uomini troppo famosi e troppo noti per essere ricordati” – si trova qui un richiamo, forse involontario, al concetto di “general intellect” introdotto da Marx proprio nel Frammento), il tenore del testo cambia profondamente: “Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. … siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.” Nel presentare il tema, ancor oggi di piena attualità, della “disoccupazione tecnologica”, Keynes propone anche il suo rimedio: “Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti … dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.” Va detto che Keynes condiziona in modo ben preciso l’avverarsi di questa prospettiva di abbondanza; egli scrive: ”Il ritmo con cui possiamo raggiungere la nostra destinazione di beatitudine economica, dipenderà da quattro fattori: la nostra capacità di controllo demografico, la nostra determinazione nell’evitare guerre e conflitti civili, la nostra volontà di affidare alla scienza la direzione delle questioni che sono di sua stretta pertinenza, e il tasso di accumulazione in quanto determinato dal margine fra produzione e consumo. Una volta conseguiti i primi tre punti il quarto verrà da sé.” In realtà, dopo il 1930, si verificherà la tragedia di una Seconda Guerra mondiale e, dopo di essa, una rapida crescita demografica, mentre oggi si sta preparando, con solerzia e determinazione, un ennesimo conflitto su scala globale.
L’autore non trascura il tema tipicamente gorziano della mentalità lavorista in un mondo senza più il bisogno del lavoro: “… non esiste paese o popolo, a mio avviso, che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza. Per troppo tempo, infatti, siamo stati allenati a faticare anziché godere.” Questo problema è in realtà un falso-problema: la mentalità può mutare rapidamente nella misura in cui sia libera di diffondersi una cultura della dignità umana e del non-lavoro (salariato). Il vero problema oggi è la scarsità di risorse, tanto materiali che intellettuali, prodotta artificialmente dal potere al fine di garantire la creazione e tesaurizzazione di enormi patrimoni privati.
Ma ciò che vi è di più profondo e, per questo, apprezzabile del saggio di Keynes è la stigmatizzazione dell’avidità che connota la componente più bieca e nera dello spirito capitalistico: “Quando l’accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli (È evidente qui il richiamo a quell’etica protestante che Max Weber assocerà allo spirito del capitalismo nella sua opera più mirabile). Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali. Impossibile qui non pensare all’egotismo patologico dei plutocrati che ci affamano, da Musk a Bezos, da Zuckerberg a Thiel.
Il saggio si conclude con una dichiarazione di umiltà e con uno schiaffo ironico alla presunzione e supponenza degli economisti (anche se il peggio, come oggi sappiamo, doveva ancora venire…): “… guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.” Una sorta di anticipazione della critica all’economicismo a cui Karl Polanyi dedicherà la sua intera opera.
Per concludere questa lunga nota, ritengo che il maggior limite del pensiero di Keynes, in chiave di una critica anticapitalista, sia il suo sistematico uso del “noi” con cui egli allude all’umanità tutta: manca, cioè, una prospettiva autenticamente “di classe” e la comprensione, forse la più avanzata acquisizione marxiana, che l’appartenenza di classe plasma la soggettività.
6 – Sulla strettissima relazione, sino alla congiunzione, di questi due termini, Stato e capitale, Toni Negri, nella raccolta di saggi uscita sotto il titolo La forma Stato. Per la critica dell’economia politica della Costituzione – Ed. Feltrinelli 1977, ci mostra come lo Stato, di fatto, agisca come capitalista generale.
7 – Sul tema delle disuguaglianze, è notevole la dovizia di dati che Thomas Piketty fornisce nel suo Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
8 – Scrive Lazzarato nella nota 5 a pag. 53 del suo Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie Ed. DeriveApprodi 2023: “Non c’è potere che non si eserciti tramite obbiettivi e strategie, ma questo non vuol dire che questi ultimi risultino dalla scelta e dalle decisioni di un soggetto individuale (o collettivo) (di un comitato centrale degli affari). L’imperialismo del dollaro è definito dall’azione di una molteplicità di soggetti (economici, politici, militari), non necessariamente coordinati, con interessi anche diversi; è il frutto di una strategia che si fabbrica facendosi, attraverso errori e successi, sconfitte e vittorie che permettono di modificare, riconfigurare, calibrare il “progetto” mentre si sta realizzando. Ma ciò a partire da un obbiettivo chiave, da una volontà forte: battere la rivoluzione, sconfiggere il nemico politico che vi si annida. “Azione intenzionale non soggettiva” direbbe Foucault. Nell’imperialismo del dollaro ciò che è determinante non è il rapporto tra moneta e desiderio (Keynes ripreso da Deleuze e Guattari), ma tra moneta e strategia, tra dollaro e “volontà” politica americana.”
9 – È interessante l’interpretazione che Michele Kettmaier dà dell’evoluzione del rapporto tra Stato e Big Tech nell’epoca delle piattaforme; nell’articolo Il mondo non è un modello. Stato e imperi digitali, Kettmaier mostra come le odierne macchine Stato-capitale dispongano di inedite e sofisticate forme di integrazione e complementarità dei propri poli: lo Stato e le piattaforme proprietarie.
10 – Le quattro caratteristiche dell’imperialismo individuate da Lenin sono: 1) Finanziarizzazione dell’economia (rendita vs profitto; deindustrializzazione dell’Occidente); 2) Colonialismo (e neocolonialismo); 3) Centralizzazione (dello Stato: potenza; del capitale: profitto e, in misura crescente, rendita); 4) Guerra (di conquista, civile, tra Stati).
11 – In realtà, la convinzione di Lazzarato che il capitale non possa liberarsi dalle lotte di classe è fondata solo nella misura in cui la produzione (e la distruzione) passerà ancora attraverso il lavoro umano; in effetti oggi, in particolare con lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, non si può affatto escludere un sistema capitalistico in grado di funzionare senza un significativo apporto di lavoro umano, dove il proletariato, nel migliore dei casi percettore di un reddito di sussistenza, sarebbe espulso dalla produzione e posto ai margini del processo sociale senza un ruolo politicamente rilevante e di fatto inutile ai fini dell’accumulazione capitalistica che, a quel punto, potrà basarsi solo sul “lavoro” delle macchine.
12 – Sulla critica accelerazionista a quella che Nick Srniceck e Alex Williams in Inventare il futuro – Per un mondo senza lavoro – Ed. Nero 2018, definiscono “folk politics”, rinvio al mio articolo Tecnopolitica per il comune. Red-Stack vs Automa capitalistico, uscito sul n° 5 di Rizomatica.
13 – Su questo specifico passaggio da potere costituente a potere costituito e sul tradimento degli ideali rivoluzionari, A. Negri ha scritto uno dei suoi lavori più riusciti: Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno, Manifestolibri, 2002. In quest’opera, ripercorrendo le vicende delle quattro rivoluzioni che hanno segnato la storia dell’Occidente (inglese, americana, francese e russa), si mostrano i travagli a causa dei quali la spinta costituente, sempre profondamente democratica e libertaria, si è tradotta nell’instaurarsi di un nuovo potere statuale; in termini spinoziani, la potentia che si tramuta in potestas. Quest’opera è stata giustamente oggetto di un acceso dibattito teorico tra filosofia e scienza politica nel quale la necessità di una democrazia radicale, effettiva, diretta, è emersa come antidoto al ripiegamento dello slancio e della ragione rivoluzionaria in una ennesima forma-stato.
14 – Da qualche mese è uscita in Italia, per i tipi di Alegre, la traduzione del libro di Rodrigo Nunes del 2021 Né orizzontale né verticale – Una teoria dell’organizzazione politica. Si tratta di un’opera importante e, considerato anche il sottotitolo, ambiziosa, che ha il merito di affrontare il tema tabù e al contempo imprescindibile, in una prospettiva trasformativa, dell’organizzazione. L’autore nelle conclusioni dichiara esplicitamente che il libro intende assolvere anche a una funzione terapeutica nel senso che cerca di affrontare quello che definisce “il trauma dell’organizzazione” derivante dagli esperimenti falliti nel corso del XX secolo, in particolare il tradimento degli ideali della Rivoluzione del 1917 e la rivoluzione fallita del 1968. Al tentativo di elaborazione di questi traumi è dedicato il capitolo 2 del libro, titolato “Una o due melanconie?”, con riferimento a questi due determinanti frangenti storici del secolo scorso. Proprio a questo capitolo è dedicato l’articolo di Mario Sommella Oltre la melanconia di sinistra pubblicato nella rassegna di Rizomatica.
Data la rilevanza e corposità del testo di Nunes, mi riservo di trattarne in modo più approfondito in una futura occasione.
15 – Cfr. Benjamin H. Bratton The Stack: On Software and Sovereignty – Ed. MIT Press 2016
Ho richiamato e brevemente descritto quest’importante lavoro di Bratton in Fuori dal capitalocene. Dall’uomo indebitato all’uomo frugale.
16 – Cfr. Tiziana Terranova Red stack attack! Algoritmi, capitale e automazione del comune.
17 – Per una sintesi dell’acuminata e disincantata analisi dell’attuale stato di cose sviluppata da M. Lazzarato nei suoi più recenti lavori, rinvio alla lettura di un suo recente articolo dal titolo Gli Stati Uniti e il «capitalismo fascista» comparso sulla rivista on-line Machina.