I signori delle post-metropoli

Come la governance si fa militare e non può più dirsi capitalista.         di M. Minetti

Le metropoli e l’Urbe.

Per immaginare le città del futuro forse Roma potrebbe non sembrare un punto di osservazione privilegiato. La stratificazione sociale sedimentata durante lo stato pontificio, la condizione di capitale del regno sabaudo, le aspirazioni imperiali del fascismo e il massiccio inurbamento dell’ultimo dopoguerra, ci consegna una città in cui la separazione fra patrizi e plebei è ancora ben definita, poco scalfita dalla individuazione capitalista.

Roma è stata la prima metropoli della storia. Multietnica e centro di servizi, piuttosto che della produzione, già due millenni orsono. Forse per questa ragione la crisi del modello di produzione fordista l’ha toccata senza stravolgerla. Se andiamo ad elencare le caratteristiche che con ogni probabilità avranno le post-metropoli del futuro, è possibile che la nostra Città Eterna non si discosti poi molto dalle linee di sviluppo che caratterizzano altre città meno periferiche dell’Impero contemporaneo. Non uso a caso questa metafora dell’Impero (Hardt – Negri 2001, Kahnna 2009), in quanto mi risulta la più attinente, anche se ovviamente insufficiente per descrivere il governo sovranazionale dell’universalismo culturale, militare, tecnologico, linguistico, economico, frutto della globalizzazione.

Le città future.

Gli agglomerati urbani tendono ad accrescere la loro dimensione a discapito delle zone rurali e delle città medio-piccole. Più del 50% della popolazione mondiale vive nelle città (1), quindi in una porzione ristretta del territorio abitato e abitabile. Questa percentuale è destinata a salire. Le metropoli tendono a crescere sia in verticale che in orizzontale. La densificazione avviene per l’altissimo costo dei terreni edificabili e per il risparmio di risorse che la concentrazione delle abitazioni permette. Per gli stessi motivi di accessibilità economica, i centri abitati tendono a perdere i loro confini spaziali per fondersi in macro regioni metropolitane, un continuum abitativo di urbanizzazione estesa da alcuni definito post-metropoli.(2) Questo è un corollario di quella che viene chiamata gentrification (imborghesimento o signorilizzazione) delle zone più centrali, che espelle nelle periferie e nelle aree suburbane la popolazione con bassi redditi.

La popolazione che vive nelle cità è mediamente più giovane, più ricca, più istruita e, anche solo per ragioni di prossimità, ha un più facile accesso a merci e servizi, come anche a lavori nel terziario, che è globalmente quello che occupa la maggior parte dei lavoratori, tra il 70% e l’80% nelle economie nazionali più ricche. La media OECD è del 73%. (OECD 2019, p.26)

Il costo delle abitazioni è molto alto e la spesa per la casa costituisce la voce più importante del bilancio familiare per chi vive in città, in Italia fra la metà e un terzo del totale.(3). Il prezzo degli immobili funziona anche da barriera sociale che divide gli abitanti per classi di reddito, tra le varie zone e all’interno degli stessi quartieri.  La scaristà di alloggi e l’alto costo degli affitti permettono, inoltre, la creazione di una ingentissima rendita immobiliare, che trasferisce enormi somme di denaro dai non possidenti, i lavoratori più poveri, ai possidenti. I proprietari di appartamenti, a volte di intere palazzine, vivono di quelle rendite o ne fanno una integrazione di redditi da lavoro o pensioni. Vi sono poi enti pubblici e privati proprietari di edifici in affitto, veri e propri latifondisti del mattone.

Altro aspetto comune alle aree urbanizzate sono le connessioni, materiali e quindi relazionali, che permettono scambi rapidi e facilmente rimodulabili fra gli abitanti. Trasporti pubblici e privati per le persone, logistica per le merci, reti per gli approvvigionamenti, infrastrutture digitali per la comunicazione.

La concentrazione e la grande scala riducono al minimo i costi e i tempi dei processi permettendo rapide accelerazioni e adattamenti.

La diversificazione permette di occupare tutte le nicchie che si formano nell’ecosistema del super-organismo stratificato a più livelli.

Questo super-organismo, megamacchina o assemblaggio, per chi preferisce una metafora inorganica, è a sua volta del tutto dipendente dall’esterno. La città digitale, con tutte le sue strutture connesse in rete e monitorate in tempo reale, costituisce il dispositivo attualmente più evoluto per l’estrazione dei dati e la sperimentazione ingegneristica delle tecniche di controllo e modificazione dei comportamenti in aree segmentate. L’azione reciproca di milioni di individui moltiplica e consolida l’azione trasformativa delle industrie del senso (Bellucci 2019, p.104). Il marketing come produzione del consumo e la propaganda come produzione di ideologia, funzionano entrambi come strumento di governance basato sulla libera adesione a “modelli” comportamentali piuttosto che sull’ imposizione di diretttive di tipo normativo.

Gli esseri umani, ibridati con la tecnologia della metropoli, entrano a far parte di organismi ben più grandi di loro ma lo fanno rappresentandosi ancora come individui atomici, separati, unici, che ricercano il proprio utile egoistico, addirittura una realizzazione individuale o “la felicità” in competizione reciproca nella moltitudine.

La libertà individuale come ideologia della privatizzazione.

Proprio nella metropoli, priva di autonomia energetica, alimentare, produttiva, interconnessa su tutti i livelli, dedita principalmente al consumo e alla produzione del consumo, si celebra il culto di quel mito liberale che è l’individuo autonomo, ovvero massimamente astratto.

Quell’essere razionale pratico, teorizzato da Kant, che da sè ricava la norma universale del comportamento, raggiungendo la piena libertà, era certamente affascinante, e ancora lo è, in un mondo governato dalla paura e dalla violenza, in cui la legge significava costrizione eteronormata, colonialismo e tutela del sopruso dei più forti. La possibilità di una volontà libera e razionale, scagliata contro il monopolio della violenza, è stata la conquista universale dell’illuminismo, da cui il socialismo discende. Il socialismo utopistico infatti dava grande spazio alla volontà, sottovalutando la potenza costrittiva delle condizioni storicamente date. Quell’ “ottimismo della volontà” era lo specchio di una incrollabile fede nel progresso, ovvero nel cammino di necessaria emancipazione dell’umanità dalle costrizioni materiali.

I liberali hanno sempre affermato che “l’uomo” deve godere della sua “naturale” libertà di scegliere, privo di costrizioni, fra le opzioni che gli si presentano.

“Per questo, come è stato più volte ripetuto, la società civile si presenta come la realizzazione dell’individuo egoistico. In essa ha infatti luogo la genesi del singolo. Ed è solo grazie a questa genesi che la riproduzione individuale può divenire per il singolo uno scopo (privato), ed il suo «stato» può degradare a mezzo, cioè a qualcosa al quale egli si rapporta strumentalmente ed in modo formalmente autonomo.

L’espressione coerente di questa forma della soggettività interviene con la rivendicazione politica della libertà dai vincoli e dalle limitazioni preesistenti, e con la rappresentazione di questa libertà come diritto dell’uomo. Vale a dire che essa si esprime come rivendicazione e conquista di un potere personale, riconosciuto a priori come forma generale positiva della socialità, di «regolare le proprie azioni e di disporre dei propri possessi e delle proprie persone, come si crede meglio… senza chiedere permesso o dipendere dalla volontà di nessun altro»*. […] È evidente che attraverso questa mediazione viene, inconsapevolmente, cancellato il processo attraverso il quale la capacità di agire come individui è stata «prodotta», e si svalorizza il progressivo superamento dei legami attraverso i quali, di volta in volta, le preesistenti capacità umane sono emerse. In particolare, viene negata la produttività di quei legami nella «costruzione» dell’umanità dell’uomo. L’intera rivoluzione borghese viene ridotta a riappropriazione di ciò che è «per natura» umano; un emendamento degli errori delle generazioni intermedie, «che si sarebbero date», come sostiene apertamente Paine, «con presunzione a disfare l’uomo»1*. (Mazzetti 1992, pp. 147-148)

Oggi sappiamo che quella natura umana è un nostro prodotto storico e dalla lezione materialista ricaviamo che, in un sistema fortemente interconnesso, le opzioni che si possono presentare rispondono alle condizioni storicamente determinate dal grado di sviluppo delle relazioni in atto.

Prendendo come esempio l’abitare, che colloca anche le persone su un territorio, dobbiamo ammettere che ognuno può scegliere liberamente dove vivere e che tipo di abitazione prediligere. La scelta sarà però limitata dalla disponibilità economica a spendere la cifra corrispondente al costo della locazione, acquistata o in affitto, o dalle relazioni sociali che possono mettere in grado di goderne. Al di sotto di una certa disponibilità di denaro e di inclusione sociale ci si può trovare in “emergenza abitativa”, ovvero nella necessità di affidarsi a soluzioni di fortuna (automobili, stabili occupati, camper, baracche, ripari ) o alla pubblica assistenza.

Lo stesso vale per la possibilità di procurarsi il denaro, necessario alla soddisfazione dei bisogni personali, ovvero di scegliere liberamente il proprio impiego. Lo stato costituzionale ci assicura la libertà negativa di svolgere qualsiasi occupazione, senza limitazioni di razza o etnia, di credo, sesso, familiarità, luogo di nascita. La possibilità teorica, legale, di svolgere qualsiasi occupazione non ci permette però di possedere le qualità fisiche e culturali per svolgere qualsiasi lavoro. Questa libertà, tipica del capitalismo, non ci assicura neppure che, pur essendo disponibili nella persona le qualità necessarie a svolgere un lavoro e la volontà di svolgerlo, e financo esistendo il bisogno di quel lavoro per risponedere a bisogni sociali, vi sia infine qualcuno, o qualche istituzione, disposta a spendere in cambio di quella prestazione e nella misura sufficiente a rispondere dignitosamente ai bisogni di chi lavora.

E’ forse una colpa se chi ha disponibilità di denaro (di capitale) non è intezionato a investirlo pagando forza-lavoro di cui non sente il bisogno, perchè non ne ricava una opportunità di guadagno?

Dal punto di vista liberale e legale non c’è nessuna colpa nella mancata soddisfazione dei bisogni sociali e individuali. Da un punto di vista esterno, invece, riflessivo o critico sulla società, quella situazione rappresenta una contraddizione fra l’interesse individuale e l’interesse della società in generale. Una organizzazione sociale che ponesse delle barriere alla soddisfazione di desideri per poter creare una domanda da soddisfare nel mercato sarebbe una società, nel suo complesso, schizofrenica. Ovvero che esclude una parte dei suoi membri da sè. Osserviamo che questa è esattamente la cifra del capitalismo della sorveglianza, in quanto il consumatore individuale “è stato concepito […] come il contrario del cittadino.” (Gorz 2003, p.47)

Senza un intervento attivo dell’organizzazione sociale per la soddisfazione dei bisogni individuali e sociali di tutti, senza doveri, quindi, non può darsi nessuna libertà positiva, ovvero la predisposizione delle condizioni materiali necessarie al godimento di quei diritti sociali, come il diritto alla città (Lefebvre 2018), che altrimenti enunciamo soltanto come desideri, wishful thinking, illusioni.

In questi ultimi trenta anni di affermazione del neoliberismo, invece, nella direttrice del tutto opposta, gli spazi del comune, urbanistici e immateriali, sono stati privatizzati, messi a valore, per ovviare alle croniche situazioni debitorie delle amministrazioni centrali e locali. Oggi i progetti di smart city promettono questa città più sociale, al servizio dei cittadini, ma tendono a svilupparsi, nella ricerca di investimenti, verso una articolazione di privatizzazione dei servizi pubblici o comunque di controllo dei possibili mercati intersezionali, considerando i cittadini come portatori di interessi esclusivamente privati. Sappiamo che non può essere così, ma la narrazione dominante è questa, l’individuo atomico alla ricerca del benessere e della felicità attraverso il consumo, imprenditori in grado di procurarglielo.

La città digitale, iperconnessa, si trasforma in una enorme piattaforma di vendita con interfacce territoriali che permettono la progettazione e l’erogazione di servizi calati sugli effettivi bisogni (naturali o indotti) dei cittadini. Che sia un servizio di food delivery o di car/bike sharing, un sistema di semafori o di trasporti che si adatta in tempo reale ai flussi del traffico, la mappatura dei parcheggi, una illuminazione intelligente delle strade, la fornitura di connettività 5G per l’Internet delle Cose, per veicoli a guida autonoma per passeggeri o per la logistica, la raccolta e l’elaborazione algoritmica dei dati permettono al capitalismo delle piattaforme di integrarsi nel tessuto territoriale compenetrandolo.

“Con il termine capitalismo delle piattaforme*, facciamo riferimento alla capacità da parte delle imprese di definire una nuova composizione del capitale in grado di gestire in modo sempre più automatizzato un processo di divisione di dati in funzione dell’utilizzo commerciale che ne può derivare. Esso si basa sulla partecipazione, più o meno consapevole, dei singoli utenti, trasformati ora in prosumer. Sono infatti gli utenti delle diverse piattaforme a fornire la materia prima che viene poi sussunta nell’organizzazione capitalistica produttiva. Possiamo affermare che se oggi le relazioni umane, la cooperazione sociale, la produzione di intelligenza collettiva, la riproduzione sociale sono espressione del comune come modo di produzione, al momento attuale esse sono alla base del comunismo del capitale, ovvero della capacità del capitale di sussumere e catturare quelle che sono le istanze di vita degli esseri umani*. Lo strumento principale di questa capacità di catturare il comune umano è costituito dal machine learning.” (Fumagalli 2018, p. 60 )

Ci sono molti critici del capitalismo delle piattaforme che avanzano l’idea per cui, in quanto fruitori di certi servizi, collaboriamo individualmente all’accumulazione di quel “comune umano”, e dovremmo per questo motivo essere retribuiti, in quanto svolgiamo un lavoro. Questa retribuzione dovrebbe assumere la forma di un reddito universale incondizionato. Nel suo Forza lavoro Roberto Ciccarelli infatti scrive ” Perchè anche Facebook dovrebbe pagarci il reddito di Base” (Ciccarelli 2018, p.56) in quanto , come suggeriva Echeverria nel suo Telepolis più di 20 anni fa, anche il consumo si è trasformato in produzione (Echeverrìa 1995, p.3 ).

La prima considerazione è che, finchè rimaniamo nella teoria del valore marxiana, quel “lavoro ombra” (Illich 1985, Lambert 2017), quei comportamenti, quelle attività vitali, quelle interazioni con i dispositivi e i sensori, non costituiscono lavoro. Per Marx non si vende il lavoro, che non è propriamente una merce, difatti l’epressione “«prezzo del lavoro» è parimenti irrazionale come un logaritmo giallo” (Marx 1966, Libro III cap. XXVII.III), ma è la forza-lavoro che si vende in misura oraria e al prezzo necessario per la riproduzione della stessa forza lavoro nel contesto storico e culturale in cui si trova (in Italia tra i cinque e i cinquanta euro/ora). La si vende inoltre solo a condizione che esista una domanda di forza lavoro. Se la forza-lavoro è disponibile permanentemente senza corrispettivo di pagamento si tratta di schiavitù, che non è un rapporto capitalistico.

La seconda obiezione, avanzata da Andrè Gorz, è che “questa concezione non si limita a prendere atto della messa al lavoro totale della persona. Essa la legittima: se il reddito di esistenza <remunera> il lavoro invisibile che è una fonte della produttività del lavoro visibile, questa remunerazione autorizza a esigere che il lavoro invisibile renda effettivamente il lavoro visibile il più produttivo possibile. Si resta così sul piano del valore lavoro e del produttivismo.” (Gorz 2003, p.23)

Il diritto all’esistenza può essere invece garantito attraverso l’erogazione di reddito, diretto o indiretto, assieme all’impegno attivo a redistribuire il lavoro ancora socialmente necessario, indipendentemente da ciò che è utile alla produzione.

“La «cittadinanza», così come la si intende oggi, si concretizza quindi nella certezza, di un generale accesso alle condizioni fondamentali della propria esistenza individuale. È su questa base che Bobbio giunge alla conclusione che oggi tutti convengono sul fatto che «ogni essere umano deve avere il potere effettivo… (che poggia) sul possesso in proprio o come quota di una proprietà collettiva di beni sufficienti ad una vita dignitosa»*. Ed ha indubbiamente ragione Dahrendorf nel sostenere che ciò corrisponde al «compimento» della società borghese22, cioè all’ultimo sviluppo possibile dell’individualità al suo interno. ” (Mazzetti 1992, pp. 171-172 )

Le città come esperimenti di superamento del capitalismo in atto.

Il capitalismo, o libero mercato secondo la denominazione che preferiscono i suoi apologeti, mediante il crescente sfruttamento delle forze produttive, e tra queste non possiamo non considerare le risorse naturali, anche non rapidamente rinnovabili, oltre al lavoro umano, ai mezzi tecnologici e alla conoscenza necessaria per svilupparli, ha permesso un aumento della popolazione di ben 6 miliardi di individui negli ultimi 200 anni e la soddisfazione dei bisogni primari per la loro quasi totalità negli ultimi venti anni. (4)

10.000 anni fa, prima dell’invenzione dell’agricoltura e delle città, si stima vi fossero soltanto 10 milioni di esseri umani sulla terra, meno degli abitanti di New York. Gli esperti delle Nazioni Unite prevedono che tra 80 anni, circa nel 2100 la popolazione si stablizzerà intorno agli 11 miliardi di individui (5).

Non riconoscere al sistema economico capitalista questo merito, se non altro di aver liberato dalla miseria e dalla sofferenza miliardi di persone, in nome di un vagheggiato “aureo passato” pre-capitalista, armonico con la natura e libero dalle sovrastrutture sociali degli Stati nazione, risulta più uno sfogo emotivo di frustrazioni personali che una descrizione scientifica della storia.

Ciò che si vuole qui dimostrare è che, già durante lo svolgimento della parabola del capitalismo, sono state costruite le basi del suo superamento in una forma di relazioni sociali in cui i bisogni della società, nel suo insieme, si possano presentare contemporaneamente come fine e come mezzo dell’attività di tutti i suoi membri. [Mazzetti 1997, p.294]

Nel momento in cui si accetta che aziende di diritto privato, quindi in regime di concorrenza, gestiscano servizi pubblici essenziali alla cittadinanza come le forniture di acqua, elettricità, metano, connettività, trasporti, raccolta e trattamento dei rifiuti, servizi sanitari, istruzione, sicurezza, solo una limitazione al diritto alla proprietà privata può intervenire imponendo la finalità sociale a quelle aziende o addirittura sostituirgli delle aziende di proprietà pubblica.

In europa la sostituzione dei privati nei servizi pubblici con aziende pubbliche è avvenuta nel corso del novecento, in forme differenti, con quello che chiamiamo il welfare state o socialismo reale. Nelle grandi città, prima che altrove, si sono concentrati e conservati gli sforzi per limitare lo sviluppo libero (in senso liberista) delle forze produttive per sottometterle all’interesse generale della società. Tutta la regolamentazione del commercio, dell’urbanistica, della sanità, dei rapporti di lavoro, del trasporto privato, dei servizi, risponde a questa esigenza di sottomettere l’interesse privato all’utilità sociale. Questo processo non è avvenuto spontaneamente per illuminazione keynesiana o marxista dei governi, spesso anche di estrema destra.

L’intervento del pubblico, comunale, regionale (i Lander tedeschi) o nazionale, è intervenuto per risolvere delle crisi che bloccavano la possibilità di sviluppo economico (mancanza di investimenti) o la stessa sopravvivenza della società. Mi riferisco alla crisi del 1873, la grande depressione, alla crisi del ’29, o anche alla prima guerra mondiale e poi alla seconda. Non abbiamo più memoria di cosa significhi una crisi profonda che porta alla miseria centinaia di milioni di persone, pur nel pieno sviluppo del capitalismo, ne leggiamo nei libri di storia come se fossero lontane secoli.

Anche oggi, solo di fronte ad una crisi devastante e duratura può concludersi la parabola delle privatizzazioni, riportando la proprietà comune degli spazi, prima fra tutte la proprietà comune del suolo, e dei servizi sotto il controllo dei cittadini. Grazie alla ricchezza accumulata e diffusa, questo processo potrebbe avvenire attualmente senza il monopolio statale dell’iniziativa economica, ma in forme più decentrate con la cooperazione dei singoli.

In questi ultimi quarantacinque anni, che corrispondono esattamente alla età di chi scrive, lo sviluppo del capitalismo allo stadio dell’opulenza, ha raggiunto tutti i continenti e la maggior parte dalla popolazione mondiale (6), rendendo forse possibile, almeno parzialmente, il superamento della forma della proprietà privata.

“Per questo, nonostante schiere di non comunisti e comunisti possano aver creduto il contrario, non la proprietà statale è il fondamento della comunità, bensì la proprietà individuale. Anche se la prima può essere considerata come un primo rozzo tentativo di far prendere corpo alla seconda. Quest’ultima soltanto costituisce la verace negazione del rapporto della proprietà privata e la conquista di un rapporto personale del singolo con le condizioni generali della propria esistenza. ” (Mazzetti 1992, p. 176 )

Metabolismo eterotrofo, senso autotrofo.

Gli agglomerati urbani possono essere osservati anche secondo le due direttrici degli organismi autotrofi ed eterotrofi. Per l’aspetto che riguarda lo sfruttamento delle risorse materiali comuni, la città è un dispositivo di concentrazione e degradazione con aumento dell’entropia, quindi eterotrofo, anche se nasce con l’obiettivo di una maggiore efficienza e quindi limitazione di questa entropia.

Verso le città convergono i metalli, i materiali rocciosi da costruzione, gli idrocarburi come gas, carburanti liquidi, bitumi catramosi e polimeri di ogni genere, vegetali commestibili e ornamentali, animali macellati, energia elettrica prodotta altrove, acqua, manufatti tecnologici di ogni tipo, esseri umani.

La città, rispetto al territorio circostante, ampio fino alla totalità che comprende altre città, si comporta come un enorme predatore: trasforma l’energia in luce, calore, informazione, il cibo in rifiuti, gli edifici (lentamente) in rovine, l’acqua pura in scoli fognari, le materie prime in inquinamento. Quest’ultimo è soltanto una concentrazione, dannosa per l’uomo, di minerali solitamente rari in ambiente antropico come mercurio, diossine, il litio, il piombo, cloruro di vinile, cadmio, arsenico, l’alluminio..

La città, per vivere e prosperare, consuma e degrada risorse materiali estratte e trasformate altrove, è quindi un dispositivo di concentrazione e disgregazione in rifiuti. É l’essenza stessa dell’accumulazione capitalistica che non può avvenire senza conservazione delle gerarchie e stabilità politica.

Osservando invece la città per i suoi aspetti autotrofi di produzione, dobbiamo rivolgerci agli aspetti immateriali e riproduttivi della società umana, le culture. Cultura significa infatti proprio “coltivare” dal latino colere. (7) Le città sono colture intensive di umani che producono forme di senso che si evolvono attraverso le generazioni.

“Recuperando i concetti introdotti da U. Hannerz in Cultural complexity (1992) – in ‘flussi culturali’ locali e globali che strutturano ‘habitat di significati’. L’antropologia contemporanea rifiuta quindi una definizione di cultura caratterizzata da rigidità e chiusura. Le culture si formano non solo e non tanto da attributi interni esclusivi, ma dall’incontro e dallo scambio in scenari regionali e globali sempre più interconnessi.” (8)

Anche se gli scambi possono articolarsi attraverso le reti di fibre ottiche che attraversano i continenti, i nodi di queste reti sono le post-metropoli in cui si concentrano le connessioni. Più connessioni si concentrano, più il valore di rete di quel nodo sarà alto (9).

Concentrazione immateriale.

Una città che riesce a concentrare le persone più ricche, istruite, creative, accumula molto più valore di rete di una città che concentra milioni di persone povere, ignoranti, prevedibili.

Il capitale immateriale è l’accumulazione e il monopolio del capitale umano. Nelle accezioni che ne dà André Gorz nel suo saggio L’immateriale (Gorz 2003), scritto pochi anni prima di morire, il capitale umano è quell’insieme di conoscenze e intelligenza accumulate dagli esseri umani durante la loro vita, considerato dal punto di vista del capitale, come forza produttiva immateriale accumulata nella forza lavoro. Quell’aspetto della soggettivazione, autoprodotta dagli individui attivi e che incorpora le relazioni, le qualità individuali, è quello che eccede la capacità di esprimere lavoro-merce. Il lavoro-merce è quella forma che prende il lavoro quando può essere pagato con un salario contando il numero di ore prestate. Nel cottimo, ora tornato di moda grazie alle piattaforme, il lavoro merce è nascosto da un calcolo che remunera la prestazione in base al tempo medio necessario all’erogazione di una unità di lavoro (consegna, pezzo, chiamata, quintale di raccolto…).

Il lavoro-merce, per sua definizione, può richiedere per chi lavora un addestramento, ma non un lungo periodo di studio o apprendistato. Il lavoro merce è principalmente quello erogato, con i livelli più bassi di retribuzione, nei settori dell’agricoltura intensiva e dell’industria, ma anche nei servizi poco qualificati. Di questo tipo sono la professione dell’operaio, badante, commesso, pulitore, autista, magazziniere, guardia, impiegato, commesso, help desk…

Il lavoro soggettivato è invece quella forma in cui è fondamentale, per chi lavora, padroneggiare la creatività e saper prendere decisioni in autonomia, utilizzare la propria intelligenza, cultura, le proprie doti talentuose e le relazioni costruite nel tempo. Chiunque tratti il prezzo della propria prestazione con il cliente rientra in questo tipo di lavoro, solitamente può essere considerato un libero professionista ma può anche pretendere un contratto a tempo indeterminato. In questo caso, più che a conteggiare le ore da retribuire, il contratto prevedede che il committente sia l’unico, o sia comunque privilegiato. Di questo tipo sono le professioni della medicina, avvocatura, progettazone industriale, edilizia o nell’ITC, docenza, dirigenza, vendita, prostituzione, giornalismo, scrittura, sport, arti, politica…

I lavoratori non sono tutti uguali

Dire che tutti i lavoratori sono sfruttati è una fesseria. O meglio, dobbiamo distinguere cosa si intende per lavoro e cosa per sfruttamento. Se intendiamo i prestatori di lavoro-merce, allora certamente è così. Eppure la quantità globale di questo lavoro merce, in numero di ore lavorate in assoluto va a diminuire sempre di più. Da qui sorge il problema della disoccupazione e della ipertrofia dei servizi e della rendita.

Come osservava per primo Karl Marx in Salario, prezzo e profitto nel 1865,

“Astraendo dalla differenza delle energie naturali e dall’estro nel lavoro raggiunto dalle diverse popolazioni, le forze produttive del lavoro devono essere dipendenti sostanzialmente:

In primo luogo, dalle condizioni naturali del lavoro, dalla fertilità del terreno, dalla ricchezza del sottosuolo, e così via.

In secondo luogo, dalla graduale evoluzione delle forze di lavoro sociali, scaturente dalla produzione su grande scala, dall’accumularsi in modo concentrato del capitale e dalla coordinazione del lavoro, dalla divisione del lavoro, dai macchinari, dai metodi di lavoro migliorati, dall’utilizzo di forze naturali chimiche e di altro tipo, dalla riduzione temporale e spaziale in virtù dei mezzi di comunicazione e di trasporto, e da tutte quante le invenzioni grazie alle quali la scienza sottomette le forze naturali al servizio del lavoro e che favoriscono lo sviluppo del carattere sociale o cooperativo del lavoro stesso. Quanto maggiori sono le forze produttive del lavoro, tanto minore è il lavoro che viene utilizzato in un dato quantitativo di prodotti, e per questa motivo tanto minore è il valore del prodotto. Quanto più sono basse Ie forze produttive del lavoro, tanto maggiore è il lavoro che viene impiegato nello stesso quantitativo di prodotti, e per tale motivo tanto maggiore è il loro valore. Pertanto, possiamo fissare come legge generale il seguente asserto:

I valori delle merci dipendono direttamente dal tempo di lavoro utilizzato per produrle e inversamente dalle forze produttive del lavoro utilizzato. Dal momento che, finora, non ho discusso se non del valore, fornirò qualche indicazione aggiuntiva circa il prezzo, che è una forma specifica assunta dal valore. Considerato in se stesso, il prezzo non è nient’altro che l’espressione del valore sotto forma di moneta. ” (Marx 2010, pp. 269-271)

Per questa ragione cento caffè hanno lo stesso prezzo di uno smartphone o di una t-shirt griffata. Perchè nello smartphone e nel capo firmato sono incorporate enormi forze produttive del lavoro, ovvero capitale fisso materiale e immateriale in misura molto maggiore che nell’aspetto degli effettivi costi di produzione dell’oggetto.

“C’è un’altra implicazione della Legge di Moore, chiamata talvolta Seconda Legge di Moore: cresce in maniera esponenziale con il tempo anche l’investimento necessario per realizzare una fabbrica che produca una nuova tecnologia di microprocessori. Significa che per mettere sul mercato macchine più potenti a parità di costo, o più economiche a parità di potenza (per conquistare nuove fette di mercato), si devono fare investimenti (in tecnologie di produzione) che, anch’essi, raddoppiano periodicamente. In modo simile e analogo a quanto avviene in campo aerospaziale, ciò comporta una selezione naturale dei produttori: presto, il livello di investimenti necessari sarà alla portata solamente di grandissime imprese, sostenute da una politica industriale e di spesa dei propri Paesi (tipicamente per ragioni militari), che potranno permettersi di continuare la corsa. […] Lo sviluppo dell’elettronica porta con sé una concorrenza industriale tra Paesi, come per l’aerospazio.(Quintarelli 2019, p. 67)

Le post-metropoli regionali sono il luogo di accumulazione principale del capitale immateriale, necessario al procedere di questa corsa verso l’accumulazione del capitale fisso in generale, ovvero del capitalismo. Immaginiamo i grandi distretti tecnologici statunitensi o cinesi e le città aziendali integrate nelle strutture di ricerca e direzione delle grandi compagnie multinazionali.(10)

Nel centro territoriale dell’impero troviamo però anche la maggior parte dei lavoriesclusivi, che invece rappresentano una forma di rendita di posizione motivata da “norme sociali” (Piketty 2014, p. 1021). Questi lavori, tutti con retribuzioni notevolmente più alte della media ed evidentemente slegate da una misura della produttività, rappresentano il riconoscimento di uno status sociale elevato. Come per la nobiltà di toga del XVIII secolo, vi sono molti lavori che rappresentano una forma del privilegio. Parlare, per questi lavoratori, di sfruttamento è quantomai fuori luogo, e probabilmente non sono così adeguati neppure i temini lavoro, impiego, stipendio o reddito, usati per descriverli. Accanto al capitalismo sopravvivono altre forme sociali che non vanno liquidate come superati momenti logici della contemporaneità. Lo storico Fernand Braudel propone

“di sovrapporre alle fluttuanti frontiere dei normali atlanti una mappa dai contorni approssimativi delle diverse economiemondo, periodo per periodo. Braudel sostiene che il capitalismo vive della regolare sovrapposizione di livelli diversi, ove le zone periferiche nutrono quelle intermedie e soprattutto le aree intorno al centro. Questo infatti non è altro che la punta estrema di una struttura piramidale e cioè la superstruttura capitalistica dell’intera costruzione. Alla tradizionale e lineare successione dei sistemi socioeconomici (schiavitù, servaggio, capitalismo) viene contrapposta in tal modo una più complessa interpretazione dello sviluppo delle società, la cui struttura si ripeterebbe in rinnovate versioni senza mutare sostanzialmente.” (Braudel 1988, p.20)(10)

L’inurbamento come dispositivo estrattivo di risorse comuni.

In questo senso, il capitalismo estrattivo delle piattaforme estende sul piano globale il tessuto umano delle città dando vita alla Telepolis, la città digitale deterritorializzata. Scandalizzarsi per l’aspetto estrattivo delle vite degli esseri umani presente nelle piattaforme, che ci mostra gli utenti, o i consumatori, come elementi “coltivati” e venduti in un mercato globale, significa non riconoscere il medesimo aspetto, operato attraverso i dispositivi storici di estrazione della ricchezza, governati dalle elites del passato.

Se è evidente a tutti che l’aristocrazia feudale coltivava i contadini come dispositivi produttivi appartenenti alla terra e i poeti cortigiani come elementi di svago, mentre la borghesia aveva spostato nelle città gli esseri umani necessari alle arti e poi al lavoro nell’industria dando vita al capitalismo, non si capisce quale sia lo scandalo nelle nuove forme di estrazione della ricchezza mediante la produzione del consumo e l’analisi delle interazioni in rete. Sembra una romantica nostalgia del vecchio sistema di sfruttamento, ovvero del capitalismo. Ciò che potrebbe suscitare scandalo è che le interazioni maggiormente sfruttate sono quelle degli utenti più ricchi o meglio in-formati perchè sono quelle che possono produrre i maggiori profitti.

Al contempo questo sistema economico tende a forme di gratuità dei servizi e forme di reciprocità e condivisione della conoscenza che ci portano a dire che “il <capitalismo cognitivo> è la crisi del capitalismo tout court” (Gorz 2003, p. 34) perchè fa tendere il costo marginale di merci e servizi a zero (Rifkin 2017). Appare oramai superata la teoria di Marx del valore-lavoro o meglio il suo legame con i prezzi. Maggiore è la conoscenza incorporata nel processo produttivo di una merce o di un servizio e minore sarà il suo valore, e anche quella quota di valore aggiuntivo, o plusvsalore di cui il capitale si appropria. Per ovviare a questo inconveniente (il noto saggio di profitto che tende a zero nell’economia di scala) il capitale contemporaneo impiega molte delle sue forze per produrre la domanda, che, secondo i neoclassici, può aumentare il valore marginale e quindi i prezzi. Il mercato è oggi la fonte principale della ricchezza, non la produzione, garantendo profitti autonomi dal valore-lavoro di merci o servizi, ottenuti sul valore feticistico, ovvero simbolico.

Per i marginalisti o neoclassici, quelli che oggi chiamiamo neoliberisti, il profitto inteso come differenza tra prezzo e valore non esiste, in quanto il valore coincide con il prezzo che si è disposti a pagare per merci o servizi, è la domanda che “crea” la ricchezza. E’ l’esperienza del consumo che viene venduta. Questa risulta la tesi anche di Echeverrìa, che definisce l’essere tele-spettatori e consumatori una attività produttiva.

Anche la produzione di valore feticistico necessità forme del lavoro, all’interno di quelle fabbriche del senso (Bellucci 2019) che producono il consumo, ma il costo della pubblicità non è proporzionale al numero di unità di merci o servizi prodotti. Soprattutto se operato mediante algoritmi e attraverso reti digitali, il marketing ha anche esso un costo marginale (per unità di consumo) che tende a zero, per questo rientra nei costi fissi o nel cosiddetto capitale immateriale.

Chi autoproduce maggiore talento, conoscenza, intelligenza, nella forma del capitale immateriale, esprime la possibilità di produrre beni e servizi, chi invece ha alti livelli di spesa collaborerà a produrre il consumo. Produzione e consumo vengono spesso sviluppati su linee, anche territorialmente, separate.

Per produrre ricchezza il materiale grezzo, comune, dei dati estratti dagli utenti richiede molto lavoro qualificato e ben pagato da parte di figure altamente professionalizzate.

” Il sistema di Business Intelligence comporta dunque:

      • la raccolta dei dati del patrimonio dell’azienda;
      • la loro pulizia, validazione e integrazione;
      • la successiva elaborazione, aggregazione e analisi;
      • l’utilizzo fondamentale di questa mole di informazioni nei processi strategici e di valorizzazione.

    Si struttura in tal modo un vero e proprio ciclo di vita e di valorizzazione del sistema dei big data che può essere descritto nella figura seguente, sulla base di una successione di operazioni, ossia: “cattura/appropriazione dei dati”, la loro “organizzazione”, “integrazione”, “analisi”, “azione”.

    Nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto per quanto riguarda i dati non strutturati (circa l’80% del totale), tali dati si presentano come valore d’uso, prodotti e socializzati dagli utenti/consumatori nell’espletazione degli atti di cooperazione e relazione che vengono svolti quotidianamente. Non a caso si parla di cattura, o meglio di espropriazione, più o meno forzosa o volontaria. Tale ciclo di vita descrive, in estrema sintesi, il processo di valorizzazione dei big data. (Fumagalli 2018, p. 59 )

Osserviamo quindi quanto costa, per chi lo produce, il consumo costruito su marketing profilato. Le cifre che vedete nel grafico rappresentano il ricavo pubblicitario trimestrale di Facebook, per utente, nelle varie zone geografiche. Sommando i quattro trimestri del 2019 per gli USA si ottiene la notevole cifra di 139 dollari l’anno per utente. In tutto il mondo, 29 dollari è la media ARPU. (11) Invece

“Google ha ottenuto 37 euro di ricavi medi per unità (Average Revenue Per Unit), considerando come “utente” chiunque abbia usufruito di uno o più servizi, tra motore di ricerca, siti Web con annunci pubblicitari, comparazione prezzi, mappe e altro ancora.(12)

Vi sono poi anche delle società e degli utenti professionali che usano le stesse piattaforme per svolgere le proprie attività di consulenza e social media marketing. Le società offrono servizi di analisi, branding e marketing usando gli strumenti di pubblicità mirata della piattaforma, costruendo le campagne nei minimi dettagli, fino a rispondere alle interazioni dei possibili clienti con messaggi personali.

La persona singola, invece, che cura le proprie relazioni online accumulando followers nell’infosfera, ricavandone reddito, viene definita influencer, youtuber, blogger, instagram model…

Per quanto riguarda l’intelligenza, la soggettività utile alle catene collaborative del valore, la metropoli è il luogo ideale dove coltivarla. Le istituzioni formative e le possibilità di esperienze significative, offerte dalle enormi concentrazioni di umani delle classi elevate, attirano dalla provincia i giovani della classe media, permettendo lo sviluppo creativo della personalità, nella lunga fase di formazione e disciplinamento.

New york, Parigi, Los Angeles, Londra e Berlino, nei decenni passati, avevano in modo esclusivo quel ruolo riproduttivo, mentre oggi le esperienze artistiche, erotiche, accademiche, vitali, sono trasmesse in rete in tempo reale, rimbalzano nell’infosfera per arrivare sugli schermi dei dispositivi di tutto il mondo. Sono vetrine del vantaggio culturale accumulato. Tempo e spazio sono diventati concetti relativi, tutto è qui e ora, o almeno a poche ore di aereo.

Unità e molteplicità, comunità e moltitudini.

Uno schema della teoria degli assemblaggi di Manuel De Landa applicata alle città. (13)

Questa vita iperconnessa ha trasformato la nostra percezione di noi stessi e del mondo. Il Filosofo Manuel De Landa, a proposito delle città, ha formulato una teoria dell’assemblaggio in cui gli aspetti culturali e materiali si compongono in forme dinamiche individuate dalla loro generazione. De Landa traduce con “assemblaggi” (De Landa 2016) ciò che in Millepiani viene riportato come “concatenamenti” (agancements).(Giardini 2017)

“La macchina astratta è come il diagramma di un concatenamento. Traccia le linee di variazione continua, mentre il concatenamento concreto tratta le variabili, organizza i loro rapporti molto diversi in funzione di queste linee. Il concatenamento tratta le variabili a questo o quel livello di variazione, secondo questo o quel grado di deterritorializzazione, per determinare quali tra esse entreranno in rapporti costanti, od obbediranno a regole obbligatorie, e quali invece serviranno alla variazione da materia fluente.” (Deleuze – Guattari 2003 , p. 369)

Le riflessioni più interessanti sulle dimensioni urbane accolgono il pensiero rizomatico che tenta di non interpretare funzionalmente gli elementi dello spazio antropizzato. Emergono approcci alla complessità, ricercando nuovi modi di pensare lo spazio (Soja 1996, p. 13) mutuati dall’opera di Lefebvre e dei pensatori della post-modernità.

“Per Lefebvre la struttura fisica dell’urbano agisce da un duplice punto di vista: come organizzazione spaziale e come aspetto formale, intervenendo immediatamente, per questa via, sull’inclusione o l’esclusione di porzioni di popolazione dal sentirsi e dall’essere pienamente parte della città. Si è esclusi dalla città sia perché si è fisicamente allontanati dal suo cuore, relegati in periferia (organizzazione spaziale), sia perché, allo stesso tempo, se ne perde la connessione sentimentale, il contatto empatico, escludi dal partecipare ai processi della sua generazione e pertanto dal riconoscersi negli esiti formali di quelli (aspetto formale). ” (14)

Conclusa l’epoca dei modelli e delle metanarrazioni, degli stampi precostituiti di forme di consumo e di significato, oggi la ricerca incessante è quella della singolarità nella complessità, dell’unicità nella ricombinazione, dell’estremo individualismo edonistico o eccellenza nel desiderio. Gli fa da controaltare la reazione spaventata, soprattutto delle generazioni di epoche precedenti, che cercano invece una sicurezza identitaria in gruppi legati da una qualche affinità. La squadra di calcio, il territorio, le abitudini alimentari, l’appartenenza politica, la religione, i gusti musicali o lo stile di abbigliamento come forme di recupero della dimensione locale e tradizionale, estremizzate dalla globalizzazione. Anche la ritualità identitaria si manifesta, oltre che nelle comunità storicamente assemblate, anche incessantemente nelle forme prive di profondità mediate dalla rappresentazione online, dal “profilo”. Le identità costruite diventano nuove nature assemblate da mostrare nella propria comunità sociale, per essere riconosciuti. L’individualismo, quindi, è solo apparente. Senza l’ambiente della propria “cerchia” e una comune concatenazione percepita come natura “intrinseca”, l’individuo non esiste neppure.

Ci risulta sempre più evidente, quindi, che i singoli, pur avendo personalità differenziate, non sono scindibili dai contesti, spaziali e culturali di cui fanno parte. Sono assemblaggi che costituiscono a loro volta assemblaggi. Questi contesti sono forme di comunità leggere, non fortemente vincolanti, sovrapponibili in modo non coerente con altre, e viventi di una vita propria che costituisce l’ecosistema sociale.

La scelta di questi contesti, come assemblaggi a cui connettersi o disconnettersi entrando o meno a farne parte, sono l’unica possibilità di autodeterminazione nelle mani del singolo, almeno nella misura in cui è in grado di aprirsi alle relazioni e a conquistarne delle nuove.

Le classi sociali, in precedenza, standardizzavano i comportamenti in poche cerchie predeterminate. Il paese o il quartiere, il lavoro, la socialità prossimale del contesto contadino, operaio, borghese o aristocratico del proprio territorio. Oggi gli assemblaggi e le loro concatenazioni sono tendenzialmente infiniti e i piani sovrapposti nelle post-metropoli li moltiplicano. Bisogna conoscere i linguaggi per potervi entrare e avere il credito necessario per esservi ammessi, ma l’orizzonte si è ampliato enormemente.

Quello che viene chiamato capitalismo della sorveglianza, a mio avviso, tende a separare le comunità umane in cerchie sempre più impermeabili, chiedendo un pedaggio per poter superare quelle barriere di confinamento. Il mercato vende stili di vita promettendo di tenere fuori dalla propria bolla tutti coloro che non vi si riconoscono. Per questo il dispositivo estrattivo vive delle nostre insicurezze, fragilità emotive, paure, ipocrisie, ossessioni, ritualità e desiderio di sentirci speciali, amati, ammirati e felici, incofessabilmente migliori degli altri.

Quanto questo aspetto abbia a che vedere con la vita sessuale e affettiva mi sembra evidente. Il movente, che spinge a voler far parte di un certo ambiente è sempre erotico, nel senso ampio di desiderante, di risposta ad una mancanza. In quel senso per cui per Platone la filosofia è eros senza, per questo, escluderne il corpo.

La metropoli è il luogo della massima socialità e al contempo anche della massima solitudine.

L’estensione del dominio della lotta, come lo ha definito Houellebecq(15), è quella evoluzione verso il comportamento tipico dei mammiferi territoriali, per cui il maschio alfa si accoppia in modo esclusivo con le femmine mentre gli altri maschi sottomessi vivono ai margini del branco e non si accoppiano. L’autore mostra, in un parallelismo tra la competizione nel capitalismo e quel mondo animale, le frustrazioni e l’impotenza di un perdente, con la convinzione che si tratti del destino della maggioranza.

Quando si dice che il capitalismo è patriarcale penso ci si riferisca soprattutto a questo aspetto. Alla esposizione del maschio alfa di successo a cui si offrono le femmine per la riproduzione, o anche i maschi sottomessi per ricevere denaro e benefici, mentre tutti gli e le escluse devono lottare per arrivare a quella condizione privilegiata di prostituzione, che in passato era riservata alla aristocrazia. Capitalismo e patriarcale sono infatti termini che descrivono società differenti di epoche lontane e che però, negli aspetti riproduttivi, rimangono tristemente attuali. A dimostrazione che il capitalismo non ha ancora del tutto piegato alle sue forme le relazioni sociali tradizionali. La diffusione crescente della prostituzione maschile eterosssuale (Costa 2018, p.179) è il segno che però questo processo di affermazione della femmina alfa, come parificazione dei ruoli di potere nell’orizzonte del mercato, si sta attuando, ovviamente ancora in modo marginale e non quanto il lavoro fuori casa delle donne, l’accesso allo studio o la libertà sessuale in generale.

Questo discorso sulla pluralità degli individui e sulla competizione erotica, potenziati dai dispositivi di trasmissione e dalla cultura dell’immagine, stanno a dimostrare che la sofferenza, l’esclusione, la solitudine, l’inadeguatezza non sono eliminati dall’accesso a condizioni materiali di vita ben oltre la sopravvivenza, anzi. E’ proprio con la conquista dei consumi opulenti di massa che l’insoddisfazione per il mancato accesso alla società signorile si mostra più dolorosamente con l’invidia sociale.

L’autoassoluzione delle opportunità mancate non è più così credibile.

Come la mancanza di un lavoro dirigenziale o creativo, le carenze culturali, linguistiche e di consumi esclusivi (abitazioni, viaggi, automobili, abiti..) chiudono le porte di quella aristocrazia diffusa che si autorappresenta come vincente. Meritoriamente vincente e anche moralmente superiore. Ne è dimostrazione l’ostentazione di iniziative benefiche verso le vittime di disastri o povertà, che da sempre è appannaggio delle classi aristocratiche.(16) La classe media maggioritaria è esclusa da questa rappresentazione e deve accontentarsi di più umili surrogati di quel successo, da ostentare sui social. Lavorare indefessamente per otto dieci ore al giorno è l’ambizione e al contempo il prezzo da pagare per potersi permettere quello stile di vita, comunque sempre inadeguato rispetto all’aristocrazia.

Ecco che il socialismo oggi, nell’epoca della post-scarsità, potrebbe rappresentare l’opzione di fuga da questo gioco al massacro. Un modello di relazioni sociali non basate sulla competizione ma sulla cooperazione. Sulla apertura piuttosto che sulla segregazione, sull’essere e il conoscere piuttosto che sull’avere. Sulla accettazione dei propri limiti e di quelli altrui.

Il socialismo non può essere solo la versione laica del cristianesimo, la scelta altruistica di aiutare i poveri, i diseredati, i sofferenti. Anche, ma soprattutto il socialismo ci è necessario per aiutare noi tutti a vivere meglio. Con meno ansia, meno competizione, meno solitudine. Non guardando indietro di fronte alle trasformazioni della globalizzazione bensì andando avanti, oltre le sopravvivenze tradizionali del patriarcato e anche oltre la mercificazione delle relazioni nel mercato globale. Abbiamo bisogno di lavorare meno, consumare meno e coltivare relazioni che ci arricchiscono umanamente, che ci facciano vivere piacevolmente. Si tratta di porre il benessere della società come fine e non la società come mezzo per il benessere materiale e feticistico (che poi non è altro che una gabbia più dorata) della aristocrazia e della classe media.

Tutto ciò sarebbe oggi economicamente possibile ma l’ostacolo alla realizzazione del socialismo è principalmente culturale. Immersi in questa realtà non vediamo la possibilità di una evoluzione verso forme di relazione differenti dal denaro o dalla sua forma odierna(Harvey 2014, p. 96).

I poveri come risorsa

I poveri oggi potrebbero non esistere, in alcune zone più ricche la miseria è scomparsa, tant’è che si favorisce l’immigrazione di poveri, a patto che sia illegale, per svolgere le funzioni di deterrente al conflitto sociale. Anni di retorica razzista hanno mostrato che proprio dove gli immigrati svolgono i lavori più umili il razzismo è più forte. I razzisti non vogliono veramente che gli stranieri poveri vengano allontanati ma che siano segregati e obbligati soltanto al lavoro servile. Perchè accettino il lavoro servile di braccianti, stallieri, commessi, badanti, colf, prostitute, spacciatori, magazzinieri, vengono mantenuti dalle istituzioni in una condizione di illegalità o precarietà legale, abitativa e contrattuale. Non è una condizione indotta attivamente ma passivamente con un mancato accesso al diritto alla città, all’essere cittadini. In Italia, tra quel 10% di persone sotto la soglia di povertà la metà sono stranieri immigrati pur essendo gli immigrati un decimo circa degli abitanti. Questo vuol dire che se gli Italiani sono per il 95% al riparo dalla povertà, solo il 75 % (di chi presenta dichiarazione dei redditi) degli stranieri lo è. (17)

Anche nelle carceri la presenza di persone straniere è statisticamente incisiva (35%), solitamente per reati non gravi di spaccio furto e rapina dovuti alla condizione di bisogno e spesso all’impossibilità di trovare lavoro legale. (18)

Mi sembra evidente, quindi, perchè oggi parlare di povertà, in un paese opulento, significa parlare automaticamente di migrazioni. Il nostro paese esporta laureati e profili professionali qualificati mentre richiama soprattutto migranti economici con scarse o nulle professionalità, accanto a piccoli imprenditori del terziario, commercio e ristorazione principalmente. Esporta capitale umano e importa lavoratori e esercito industriale di riserva. E’ un paese coloniale a sua volta colonizzato.

“Le metropoli e i loro intorni spaziali (le periferie) sono le aree di insediamento prioritario contemporaneamente per le famiglie più benestanti e per quelle in cui la componente straniera è più forte. ” (ISTAT 2017, p. 55) questo perchè nelle città si trova una riserva enorme di lavoro servile, spesso a nero e talvolta nel campo della illegalità. L’immigrazione e la povertà sono quindi una risorsa preziosa che spinge ad accettare condizioni di lavoro che la dignità porterebbe a rifiutare, il benessere a non prendere in considerazione. I poveri di oggi possono essere assimilati, nella teoria delle classi sociali, al sottoproleteriato (19), mentre la classe operaia è entrata pienamente nella classe media, come in tutti i paesi dell’OCSE.

Per disciplinare al lavoro i poveri e mostrarli come spauracchio alle classi medie impoverite, come causa del loro impoverimento e possibile destino minaccioso, si dispone nelle città il dispositivo applicativo del decoro. Il dispositivo agisce vessando i “marginali” ma mantenendoli comunque sempre in vista, spostandoli di luogo in luogo, come comparse del disagio.

Il decoro è quella virtù dei latini, popolo per nulla amante della devianza, per cui la bellezza, l’ordine, la compostezza erano proprie dei buoni mentre la bruttezza, la sciatteria, i comportamenti inadeguati erano caratteristiche del volgo, dei malvagi e ovviamente degli schiavi, dei barbari, quindi degli stranieri.

Una società aristocratica e per complementarità quindi servile, si riconosce nell’ideale del decoro, allontanando dagli spazi che attraversa i segni del degrado su cui si fonda: la sottomisione e lo sfruttamento della plebe, dei servi e degli stranieri; l’esclusione concentrica dei ceti meno abbienti.

La povertà non è vista come un problema, purchè sia moralmente ineccepibile, onesta e laboriosa, al servizio dei signori e quindi della società.

I comportamenti antisociali (violenza, dipendenze, criminalità) non vengono eliminati, risultano utili come forme di controllo, esclusione, esempio negativo e stimolo, per chi ci convive, ad uscire da quella condizione. Sarebbe d’altronde troppo costoso prevenire quei comportamenti, intervenendo sulla formazione e sulla rigenerazione del tessuto sociale, mentre possono essere confinati nelle periferie degradate che servono da ghetto per i poveri.

La città come dispositivo di sorveglianza

La sorveglianza risulta quindi il dispositivo applicativo del decoro, della legalità, della tutela degli interessi dei signori e l’arma principale della conservazione delle relazioni sociali. Oggi la sorveglianza a distanza si avvale solo come ausilio dei dispositivi di controllo teritoriale come le telecamere ma si concentra nel monitoraggio algoritmico delle relazioni con i nostri dispositivi.

Le voci critiche, che ci mettono in guardia sul pericolo che la sorveglianza dei dati possa limitare l’accesso di particolari categorie di persone a degli spazi cittadini, generando o aumentando le discriminazioni, non criticano il fatto che esista una aristocrazia che dispone di porzioni di città come proprietà privata. La critica liberale viene condivisa da quanti hanno abdicato alla idea di una città comune per una idea di spazio privatizzato organizzato dal mercato. Il cittadino diviene individuo estraneo, consumatore, con dei diritti espliciti e nessun dovere se non pagare. Le relazioni si riducono a transazioni economiche in spazi necessariamente commerciali. Le attività sociali diventano “terzo settore” che appalta funzioni del welfare universalistico.

Una aggregazione sociale basata sul mercato è escludente per costituzione e dopo qualche decennio di accumulazione, diviene aristocratica. I Signori trasmettono i patrimoni e il potere per linea ereditaria, cercando in tutti i modi di escludere la classe media che preme per la scalata sociale. La massa da controllare e dirigere, da plasmare e disciplinare è proprio quella classe media che avrebbe gli strumenti per contendere l’esercizio esclusivo del potere. L’egemonia culturale risulta quindi la forma di controllo più dispendiosa e articolata e ha bisogno di sussumere tutte le ricchezze immateriali prodotte nel campo della conoscenza, per metterle al suo servizio.

Il controllo del territorio diventa sempre più militare, piuttosto che un compito condiviso dalla comunità. Anche questo è un aspetto, per nulla nuovo, di una società signorile. L’aristocrazia da sempre ha avuto a disposizione servi e guardie a tutela della propria distanza sociale. I signori della attuale cosmopolis preferiscono non usare i metodi intimidatori dell’ostentazione di armi, ma il controllo discreto di asettiche telcamere e varchi automatici, uniti alla progettazione urbanistica della segregazione.

D’altro canto la sorveglianza libera gli individui dal controllo interno dei desideri con la morale e il conformismo delle intenzioni, tipico della religione o di un appartenenza comunitaria, per applicargli un controllo esterno visibile o intuito, dei comportamenti. Il comportamento viene tollerato fino a quando non diventa problematico. Sono sempre di più i video e le intercettazioni a fornire prove di reato, in tutti i campi. Attualmente si agisce con la consapevolezza di essere sempre registrati con la costante preoccupazione di non essere denunciabili. Quel controllo pervasivo della coscienza che in passato era riservato al senso del peccato, oggi viene esternalizzato nell’occhio onniscente di una telecamera. La privacy non esiste più. La possibilità di nascondere aspetti della propria vita si riduce drasticamente.

Hackerare i quartieri.

Le città cresceranno di dimensioni nei prossimi decenni, soprattutto nelle nazioni con economie emergenti. Questo processo concentrazione potrebbe invertirsi nel momento in cui, effettivamente, le relazioni di prossimità dovessero diventare molto meno importanti di quelle mediate dalle reti. Verrebbero meno le ragioni dell’alta densità abitativa, soprattutto per chi può accedere ad alti standard di consumi. Come in passato, i signori potranno trasferirsi nelle ville. Le zone densamente urbanizzate sono fabbriche abitative, la qualità del vivere è subordinata all’economicità dell’accentramento dei servizi. Venedo meno la centralità della distribuzione territoriale dei poli produttivi e riproduttivi, le abitazioni potrebbero essere in futuro sistemazioni meno strategiche e permanenti. L’abitare sempre più una funzione di altri aspetti della vita.

Delle evoluzioni attese sono soluzioni di housing sociale e cohousing non dettati dalla necessità, basati su unità abitative-produttive che superiano la forma di separazione appartamento-trasporto-lavoro-trasporto-socialità-trasporto verso forme nuove di abitare produttivo integrato alla socialità che può essere variato molto spesso in base alle esigenze e ai desideri. Queste unità abitative e produttive potrebbero risultare dalla rigenerazione degli spazi di lavoro aggregato, resi obsoleti dall’innovazione produttiva e dalla riduzione dei consumi superflui.

Perchè ciò possa avvenire deve subentrare una crisi del valore immobiliare nelle città. Ovvero una ampia disponibilità di grandi edifici non residenziali e una crisi finanziaria e del consumo. Il limite anche in questo caso è culturale. L’ostacolo maggiore alla creazione di comunità solidali che sperimentino forme di socialità del vivere e del lavoro risiede nella sfiducia di poter superare il welfare familiare (in Italia) e l’individualismo mercantile.

In un ambiente che, inattualmente, disincentiva tutto ciò che devia dalla riproduzione della famiglia nucleare fordista del dopoguerra: coppia eterosessuale che lavora otto ore al giorno, casa di proprietà, macchina/e, due figli, cane, vacanze;(20) possiamo cercare di sottrarre spazi al mercato, conquistando isole di socialismo nella quotidianità.

Note

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