Il Board of Peace e la pianificazione alternativa di Gaza Phoenix.

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di S. Simoncini
«Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae mare scrutantur si locupes hostis est avari, si pauper ambitiosi, quos non oriens, non occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium,
atque ubi solitudinem faciunt pacem appellant.
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Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione andate a frugare anche il mare, avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero, gente che né l’Oriente né l’Occidente possono saziare, solo voi bramate possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano impero. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano nuovo ordine, infine dove fanno il deserto dicono, che è la pace»
Publio Cornelio Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, cit. in Vite perdite, di Daniele Sepe, cantato da Zulù dei 99 Posse.
La pace come continuazione della guerra con altri mezzi
La parola pace a Gaza, oggi, evoca più un dispositivo di governance che un valore universale. È un lessico che dichiara di chiudere la guerra mentre ne valorizza e riorganizza gli esiti: amministrare le rovine, governare i flussi, stabilire chi conta e chi no, decidere quali vite sono “ricostruibili” e quali restano eccedenze. In questa torsione autoritaria e affarista, la pace si avvicina a una parafrasi rovesciata di Clausewitz: non più la “guerra” come continuazione della politica con altri mezzi, ma la “pace” come continuazione della guerra con altri mezzi. Mezzi finanziari, normativi, infrastrutturali. Mezzi, sempre più spesso, digitali.
È in questo quadro che il Board of Peace appare, al tempo stesso, come male minore e come aberrazione. Male minore perché, nella narrazione dominante, rappresenterebbe un argine a una prospettiva ancora peggiore: l’ipotesi di un ritorno all’occupazione militare totale, fino a scenari di annessione e di espulsione, sostenuti dall’estrema destra di governo israeliana, e in particolare da figure come Bezalel Smotrich, che in Cisgiordania spingono apertamente verso un salto di qualità del colonialismo di insediamento. Ma anche aberrazione, perché la sua architettura somiglia a un “gran consiglio” di potenze e interessi che si colloca al di sopra dei vincoli dell’ONU, del diritto internazionale e del controllo democratico.
Questa ambivalenza produce un’immagine inquietante: il futuro di Gaza, in quanto laboratorio di una nuova governance globale, sembra schiacciato tra due forme di negazione. Da un lato, una pace commissariale, trumpiana, che promette ricostruzione e stabilità mentre ridisegna d’imperio governance e territorio; dall’altro, una traiettoria apertamente espulsiva, che non ha bisogno di ricostruire perché punta a trasformare Gaza in un problema di sicurezza permanente, da gestire militarmente e, se possibile, da svuotare.
Eppure, proprio quando tutto sembra chiuso in questa tenaglia, emergono segnali che incrinano il fatalismo. La Global Sumud Flotilla, con la sua logica di intervento civile transnazionale, ha mostrato che iniziative non governative possono spostare l’attenzione pubblica, aumentare il costo politico di certe scelte e produrre – anche indirettamente – nuove finestre di possibilità. Non si tratta di mitizzare una flotilla come se fosse una leva risolutiva, ma di riconoscere una dinamica: quando gli assetti politici globali si ripiegano in forme di governamentalità autoritaria, la pressione esterna può imporre una soglia, interrompere un’accelerazione e rendere praticabile forme di resistenza che prima apparivano impossibili. In quel senso, si può sostenere che la flottiglia abbia contribuito a “raffreddare” per un tratto la traiettoria più apertamente genocidaria su cui era lanciato il governo israeliano, facilitando un cessate il fuoco fragile e, con esso, l’emersione del Board of Peace. Ma la stessa logica potrebbe riattivarsi: la flottiglia non come evento, bensì come infrastruttura politica dinamica e capace di rimettere in tensione gli equilibri.
Questa è la premessa da cui conviene partire. Perché il vero punto, oggi, non è scegliere tra due mali. È capire se esistano alternative reali che non siano né la pace come gestione coloniale né la guerra come occupazione permanente. Alternative che non nascono nei palazzi, ma dentro reti municipali, comunità professionali palestinesi, solidarietà transnazionali, università, organizzazioni civiche. Alternative che, proprio perché non occupano il centro della scena, possono crescere inaspettatamente.
Pace come stato d’eccezione: il Board of Peace
Il Board of Peace viene presentato come un dispositivo “post-bellico”: una cabina di regia capace di tenere insieme cessate il fuoco, sicurezza, ricostruzione e rilancio economico. Il suo linguaggio è quello dell’efficienza e della stabilizzazione: coordinare fondi, mobilitare una forza internazionale, addestrare polizie, garantire che i flussi di aiuti non alimentino nuovi conflitti. A prima vista, sembra una risposta pragmatica al collasso.
Ma l’elemento rivelatore è proprio la sua forma istituzionale. Molte analisi hanno sottolineato un dettaglio tutt’altro che marginale: la carta fondativa del Board non menziona Gaza, pur essendo Gaza la sua principale arena. Questo significa che l’iniziativa si pensa come modello replicabile, un dispositivo che può essere esteso ad altre crisi, sottraendo spazio e centralità alle sedi multilaterali tradizionali. È il motivo per cui, fin dall’inizio, l’accusa ricorrente non è solo quella di “colonialismo economico”, ma di aggressione all’architettura del diritto internazionale: un organismo che tende a rendere opzionale il perimetro ONU.
Il Board, inoltre, non opera da solo. Intorno ad esso si costruisce un ecosistema di organismi “satellite” – comitati esecutivi, autorità tecniche, forze di stabilizzazione – che possono diventare la vera infrastruttura del day after. In quella cornice, la linea tra coordinamento e sostituzione si assottiglia: non si tratta solo di distribuire fondi, ma di disegnare un sistema di governo territoriale. E qui si pone la domanda cruciale: chi parla per Gaza? Quali garanzie impediscono che la ricostruzione diventi una tecnologia di rimozione – delle persone, della memoria, dei diritti – sotto il linguaggio neutro della “rinascita”? La domanda diventa ancora più tagliente se si guarda alla composizione del Board: non è un consesso neutrale di mediatori, ma un’alleanza di governi e leader con interessi convergenti. Vi siede, innanzitutto, il governo israeliano – mentre Israele è parte in un procedimento davanti alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio, e i suoi rappresentanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale – e, più in generale, un insieme di attori politici e finanziari che trattano la “pace” come piattaforma di governo regionale e stratosferici investimenti. A questo si aggiunge un dato politico che in Europa è passato quasi sotto traccia: tra i Paesi dell’UE, solo Ungheria e Bulgaria hanno formalmente aderito, mentre altri governi – come Italia e Grecia – hanno partecipato come osservatori. Il segnale è chiaro: l’attrazione esercitata dal Board non passa tanto da una legittimazione multilaterale, quanto dalla promessa di un modello di gestione extra-ONU, compatibile con culture di governo illiberali e con una ricostruzione intesa come grande operazione geopolitica e finanziaria e, potenzialmente, come sperimentazione di una nuova forma di colonialismo ipertecnologico.
Fig. 1: Jared Kushner, “inviato speciale” per la pace nominato da Trump e membro del Consiglio direttivo del Board of Peace
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Il peggio del peggio: sabotaggio e ipotesi di occupazione permanente
Se il Board of Peace appare come un male minore, è perché l’ipotesi alternativa è drammaticamente cupa e, a tratti, esplicita: una strategia che lavora per rendere il “day after” impraticabile, così da trasformare il caos in argomento per la permanenza militare. In questo senso, le ricostruzioni giornalistiche di +972 Magazine sulla vicenda della National Civic Assembly for Gaza (NCAG) sono istruttive.
Secondo l’inchiesta, l’NCAG – un organismo civico-tecnico pensato per preparare una transizione amministrativa – sarebbe stato svuotato attraverso una combinazione di condizioni impossibili: restrizioni sull’impiego di personale (né Hamas né Autorità Palestinese), assenza di staff operativo, ostacoli all’ingresso a Gaza, fino all’erosione sistematica di qualunque capacità di governo sul terreno. La conseguenza è un paradosso funzionale: si sostiene che “non esiste un’autorità palestinese credibile”, mentre si impedisce la costruzione di qualunque embrione di governance. È un meccanismo classico della governance coloniale: creare il vuoto e poi dichiarare che il vuoto rende necessaria l’amministrazione dall’esterno.
È qui che entra in scena l’ultra-destra di governo. Non serve immaginare un complotto: basta osservare l’allineamento tra sabotaggio politico e agenda territoriale. In Cisgiordania, misure amministrative recenti si configurano senza ombra di dubbio come leve di annessione de facto. Smotrich, che non nasconde l’obiettivo di imporre “sovranità” su territori occupati, incarna l’idea che la questione palestinese possa essere risolta non con negoziati, ma con un salto di regime territoriale: consolidare controllo, frammentare diritti, rendere irreversibile il fatto compiuto.
La domanda allora diventa inevitabile: se questo è il laboratorio in Cisgiordania, perché Gaza dovrebbe essere diversa? In un territorio devastato, con archivi distrutti, popolazione sfollata e proprietà difficili da documentare, la gestione dei registri – terra, residenza, identità – può diventare una leva demografica. Non serve una deportazione dichiarata: può bastare un insieme di regole che renda impossibile tornare, ricostruire, registrare, ottenere permessi. È il punto in cui la pianificazione e la ricostruzione diventano strumenti per la realizzazione di un regime coloniale.
Infrastrutture e digitale: quando il “futuro” diventa un automatismo macchinico
Dentro questa contesa, le infrastrutture non sono un capitolo tecnico: sono la sostanza della politica. Porto e aeroporto non sono solo opere; sono accessi, sovranità, economia, possibilità di vita. Acqua, energia e fognature non sono solo reti; sono dipendenze, vulnerabilità, capacità di resistere a blocchi e interruzioni. In una Striscia sottoposta per anni a restrizioni e assedi, la ricostruzione delle reti è anche ricostruzione del diritto a esistere.
E poi c’è la dimensione digitale, che spesso arriva travestita da neutralità: tracciabilità degli aiuti, identità digitali, piattaforme per l’erogazione dei servizi, sistemi di pagamento, registri elettronici di proprietà e residenza, strumenti di sorveglianza “intelligente” per la sicurezza. In una lettura tendenziosa, tutto questo riduce corruzione e inefficienza. In una lettura realistica, in un contesto militarizzato, può diventare un panopticon umanitario: ricevi aiuti se sei registrato; ti muovi se il tuo profilo è “abilitato”; ricostruisci se la tua proprietà è riconosciuta da un registro controllato da altri.
Il Board of Peace, nella sua retorica di modernizzazione, accarezza un immaginario futuristico: nuove città, industria high-tech, grandi infrastrutture logistiche, waterfront “rinato”. Ma questo immaginario tende a trattare Gaza come tabula rasa: un suolo “libero” da riprogettare, più che un tessuto sociale da ricucire. La tecnologia, in questo scenario, diventa un dispositivo coloniale, un colonialismo ipertecnologico appunto, fondato sul controllo automatico capillare della circolazione di merci e persone. Perché le infrastrutture – fisiche e digitali – non servono soltanto a far funzionare una città: regolano la circolazione di merci e valute, decidono chi accede a che cosa e a quali condizioni, definiscono e registrano interazioni, e così finiscono per plasmare la futura società di Gaza. La domanda, allora, non è tanto quale futuro avrà Gaza, ma quale futuro per il mondo si stia preparando e testando a Gaza.

Fig. 2: La “vision” di Gaza futura secondo i “palazzinari” Trump e Kushner
Le invisibili alternative dal basso: Gaza Phoenix contro la tenaglia coloniale
Ed è qui che la questione cambia segno. Se si accetta la narrazione secondo cui le opzioni sono solo due – Board o occupazione – allora la partita della ricostruzione è già stata perduta. Ma se si riconosce che esistono processi alternativi, la domanda diventa: come farli emergere e crescere?
La Global Sumud Flotilla, per quanto eterogenea, ha mostrato una possibilità: una mobilitazione transnazionale, non governativa, capace di imporre ai potenti un costo reputazionale e politico, di produrre attenzione e di smascherare la “normalizzazione” del genocidio. È la stessa logica che può sostenere un’alternativa di ricostruzione: non un progetto imperiale condito dagli spiriti animali del capitalismo distopico e dispotico trumpiano, ma una combinazione di municipalità, diaspora professionale, università, organizzazioni civiche, alleanze internazionali orientate ai diritti. A questo punto, l’alternativa finora rimasta sullo sfondo può essere nominata. Esiste un framework che prova a tradurre questa grammatica in pianificazione: Gaza Phoenix1.
Gaza Phoenix nasce precisamente come risposta al rischio di una ricostruzione coloniale. Il suo punto di partenza è tanto semplice quanto politicamente esplosivo: Gaza non è ground zero. Non è uno spazio vuoto da riempire, ma un territorio con memoria, reti sociali, pratiche quotidiane, asset spaziali sopravvissuti. Di conseguenza, rifiuta l’idea della grande sostituzione edilizia e propone un approccio multiscalare e a timeline integrate: emergenza, stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo sono fasi intrecciate, non blocchi separati.
Dal punto di vista urbanistico, l’elemento più interessante è la capacità di trasformare vincoli in criteri: infrastrutture decentralizzate e ridondanti, capacità di sopravvivenza civile, riuso delle macerie come materia prima, hub circolari come pezzi di economia locale, non come dispositivi tecnici isolati. Sul piano territoriale, il framework lavora su una lettura chiara della geografia di Gaza: asse urbanizzato longitudinale, costa come spazio pubblico e economia del mare, interno verde come sicurezza alimentare ed energia rinnovabile, e il Wadi Gaza come infrastruttura ecologica e sociale. Da qui nasce l’idea della Blue & Green Spine, che prova a tenere insieme resilienza climatica e ricostruzione sociale.
Due aspetti, in particolare, parlano direttamente al nodo della sovranità. Il primo è l’attenzione esplicita alla proprietà e alla prevenzione dell’appropriazione massiva sotto il pretesto della ricostruzione: Gaza Phoenix si definisce property-rights-aware e tratta i diritti fondiari diffusi come infrastruttura politica. Il secondo è l’uso del digitale come infrastruttura civica: archivi pubblici e servizi, e-learning e università connesse, strumenti per le imprese locali, accesso a sistemi bancari e monetari digitali per famiglie e amministrazioni. Il digitale non come recinto securitario, ma come infrastruttura collaborativa che integra energie civiche e istituzioni.
Una caratteristica fondamentale e poco evidenziata è che Gaza Phoenix non è solo “un piano di esperti”. È un processo che si appoggia a una struttura municipale – l’Unione delle Municipalità di Gaza – e che prova a costruire una comunità internazionale di supporto senza sostituirsi ai soggetti locali. In questo quadro si collocano iniziative come la giornata di studi ospitata dal Politecnico di Bari con Regione Puglia, costruita attorno al piano come punto di inizio di un processo endogeno e come piattaforma di vera cooperazione internazionale2.
Questa impostazione ha un pregio evidente ma purtroppo non scontato: evita il riflesso automatico dell’eccezione. Non assume che la guerra abbia azzerato tutto, ma cerca di mettere in sicurezza ciò che resta – reti sociali, istituzioni, pratiche – e di trasformare la ricostruzione in un processo di riparazione, non in una sostituzione.

Fig. 3: Il masterplan di Gaza Phoenix
Giustizia tra memoria e ricostruzione: quali risorse, processi e strumenti possono favorire una rinascita dal basso di Gaza
Resta quindi apertissimo il nodo più controverso: la relazione tra ricostruzione e giustizia. La domanda “Israele deve pagare?” non è solo morale: è giuridica e politica. Nel diritto internazionale, la riparazione per atti illeciti e danni di guerra è un principio consolidato; non coincide automaticamente con un meccanismo praticabile, ma stabilisce un orizzonte di responsabilità. Nel caso palestinese, inoltre, la questione delle riparazioni è intrecciata al riconoscimento dell’illegalità dell’occupazione e delle politiche di annessione che non riguardano solo Gaza.
Una ricostruzione finanziata esclusivamente da donatori esterni, senza un meccanismo di responsabilità e senza tutela dei diritti, rischia di produrre una distorsione strutturale e inaccettabile: le vittime pagano due volte. Prima con la distruzione, poi con la dipendenza. E i responsabili della distruzione non pagano nulla. Per questo la ricostruzione non può essere trattata come “piano infrastrutturale” separato dai processi di giustizia: gli stessi strumenti tecnici – censimenti, registri, valutazioni danni – possono essere catturati e trasformati in leve di controllo. Altrimenti può essere considerata un compimento del piano genocidario.

Fig. 4. La stima dei danni provocati da Israele secondo Gaza Phoenix
Da qui nasce un’ipotesi che si vuole lanciare con questo articolo, che solo a prima vista sembra collaterale: costruire un museo immateriale del genocidio, della distruzione e della ricostruzione, come infrastruttura di memoria pubblica e come dispositivo di giustizia. Non un memoriale simbolico, ma una piattaforma capace di connettere prova, racconto e progetto: immagini satellitari, mappature dei danni, ricostruzioni 3D, testimonianze, timeline, stratificazione dei luoghi cancellati.
Forensic Architecture3, con le sue metodologie di investigazione spaziale e visiva, potrebbe contribuire a costruire un archivio interoperabile che funzioni anche come contro-infrastruttura politica. Non serve soltanto a ricordare: serve a rendere discutibile e contestabile qualunque narrazione che trasformi Gaza in un terreno neutro di investimento. In un’epoca in cui la ricostruzione tende a essere raccontata come “ripartenza”, un museo immateriale può impedire che la modernizzazione venga usata per rimuovere il crimine e per cancellare la storia.
La contrapposizione tra Board of Peace e Gaza Phoenix non è una disputa tra “piano grande” e “piano locale”. È una disputa tra due teorie della pace. La prima immagina la pace come governo coloniale tecnocratico: sicurezza, controllo dei flussi, investimenti, grandi infrastrutture e una governance eccezionale che riduce la società a oggetto di gestione. La seconda immagina la pace come ricostruzione di capacità collettive: proprietà protetta, municipalità rafforzate, infrastrutture resilienti, digitale come servizio pubblico, memoria come diritto.
Se la comunità internazionale vuole davvero sostenere un’alternativa, non basta mettere fondi “per la ricostruzione”. Deve scegliere come quei fondi vengono governati, quali principi li vincolano, quali istituzioni locali vengono riconosciute, e quali infrastrutture – materiali e immateriali – rendono possibile una sovranità civile e democratica. In questo quadro si profila, all’orizzonte, una nuova missione della Global Sumud Flotilla (GSF): non solo come gesto di rottura capace di riaprire lo spazio politico, ma come possibile piattaforma di continuità tra pressione civile transnazionale e proposta istituzionale dal basso. Se la sua “infrastruttura di terra” – reti logistiche, comunicative, legali e di advocacy – decidesse di assumere Gaza Phoenix e un museo immateriale del genocidio e della ricostruzione come architrave propositiva, la Flotilla andrebbe oltre il punto di rottura della visibilità politica e diventerebbe niente di meno di un vettore di un modello alternativo di governo mondiale.

Resta però il problema politico più difficile: una ricostruzione che sia il più possibile democratica e disarmata, capace di trascendere Hamas senza imporre strutture esogene. È qui che l’ONU torna a essere non un simbolo, ma una questione di metodo: perché, se si rifiuta sia l’amministrazione extra-ONU del Board of Peace sia l’orizzonte espulsivo del governo israeliano, serve un dispositivo di transizione che tenga insieme legittimità, inclusione e sicurezza senza trasformarsi in un protettorato. La storia recente offre esperienze, controverse ma istruttive, di state building e amministrazioni transitorie in cui la comunità internazionale ha cercato di accompagnare processi politici interni – dal Sud Africa, con la centralità della legittimazione popolare e della ricomposizione istituzionale, fino alla Bosnia, dove la pace ha assunto la forma di un compromesso fortemente internazionalizzato e non privo di effetti collaterali. Gaza, oggi, è davanti a un bivio simile: senza una cornice multilaterale credibile e senza un processo politico che non sia “per delega”, anche la migliore infrastruttura materiale rischia di produrre soltanto governabilità coloniale; mentre l’alternativa che vale la pena sostenere è quella che trasforma la ricostruzione in un percorso di sovranità civile dal basso, incentrata su giustizia e memoria.