No, la geopolitica non mi ha convinto

navi e relitti galleggianti immersi nella nebbia

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di F. Barbetta

La geopolitica è la soluzione?

Utilizzare la geopolitica come principale chiave di lettura del mondo presenta notevoli problemi epistemologici perché questa disciplina ha sempre oscillato tra un uso scientifico e un impiego ideologico, spesso funzionale a strategie di potenza e giustificazioni dell’imperialismo. Il geografo brasiliano José William Vesentini afferma che sul piano epistemologico è complicato definirne con precisione lo statuto scientifico. Si presenta come un sapere che tenta di spiegare le dinamiche di potere tra gli Stati attraverso fattori geografici ma spesso si riduce a una narrazione che naturalizza i rapporti di forza esistenti. Questo è evidente nella tradizione classica della geopolitica, in cui il determinismo ambientale gioca un ruolo centrale grazie all’idea che la posizione geografica di un paese o la sua disponibilità di risorse determini automaticamente la sua politica e il suo destino storico.

Questo approccio riduzionista ignora il ruolo delle strutture economiche, sociali e politiche nel plasmare la storia e le relazioni internazionali, attribuendo alla geografia un’influenza quasi assoluta. L’altro grande problema epistemologico, sostiene Vesentini, è il suo rapporto ambiguo con il potere politico. Pur essendo nata come disciplina che avrebbe dovuto fornire strumenti analitici per comprendere le strategie degli Stati, si è spesso trasformata in un discorso ideologico volto a giustificare l’espansionismo e la dominazione di alcune potenze su altre. Questo è particolarmente evidente nei casi della geopolitica tedesca prebellica e della geopolitica anglosassone in cui concetti come l’heartland di Mackinder o la lebensraum di Haushofer hanno avuto conseguenze politiche dirette, alimentando strategie imperialiste e conflitti globali. La geopolitica soffre anche di un problema metodologico legato alla sua scarsa capacità predittiva. A differenza delle scienze sociali più strutturate, le quali cercano di costruire modelli esplicativi basati su dati empirici, tende a fare ampio uso di categorie vaghe e di metafore spaziali che non offrono una reale capacità di previsione e spesso si traducono in analisi ex post che giustificano decisioni politiche già prese piuttosto che fornire strumenti per anticipare i mutamenti globali. La geopolitica ha spesso ignorato le trasformazioni economiche e tecnologiche che modificano radicalmente le condizioni del potere internazionale. La rivoluzione industriale, l’emergere delle multinazionali, il ruolo della finanza globale e la digitalizzazione sono fattori che sfuggono alla tradizionale analisi geopolitica, troppo ancorata a una visione statocentrica e territoriale delle relazioni di potere. Questo limite è particolarmente evidente nel mondo contemporaneo in cui le reti globali, le interdipendenze economiche e i flussi di informazione hanno ridotto l’importanza del controllo territoriale come unico criterio di potenza. La geopolitica rischia di rimanere prigioniera di schemi ottocenteschi, incapace di cogliere le dinamiche più profonde che strutturano il mondo attuale. Un’altra critica riguarda l’eccessiva influenza subita da parte di scuole di pensiero legate agli apparati di potere militari e governativi. Invece di svilupparsi come un campo di ricerca autonomo, la geopolitica è stata spesso plasmata dalle esigenze strategiche di Stati e imperi, risultando più vicina alla propaganda che alla scienza. Questo è evidente anche nella geopolitica contemporanea, in cui think tank e istituzioni legate ai governi producono analisi che più che descrivere il mondo tendono a modellarlo secondo gli interessi delle potenze dominanti.

Perché ha presa a sinistra?

Moishe Postone anni fa parlava di antimperialismo degli imbecilli come espressione di una struttura feticistica del pensiero che riproduce, all’interno del campo politico che si pretende critico dello stato di cose presente, le stesse categorie mistificate del dominio capitalistico. L’espressione riecheggia volutamente la celebre definizione dell’antisemitismo come socialismo degli imbecilli coniata da August Bebel alla fine dell’Ottocento e suggerisce una continuità inquietante: come un secolo fa una certa critica al capitalismo, incapace di coglierne la natura sistemica, finiva per personificare il male nella figura dell’ebreo, così oggi una certa sinistra, impotente di fronte alla complessità del capitale globale, finisce per identificare il nemico in una potenza concreta, gli Stati Uniti. Per Postone il capitalismo è una forma storicamente specifica di organizzazione sociale caratterizzata da una scissione costitutiva tra una dimensione astratta e una concreta. Da un lato ci sono lavoro astratto, valore, denaro, finanza e flussi impersonali che dominano il pianeta, dall’altro troviamo il lavoro concreto, la produzione materiale, l’industria, la comunità nazionale. Il capitalismo occulta questa dualità. La dimensione astratta, pur essendo costitutiva del sistema quanto quella concreta, appare come qualcosa di esterno mentre la dimensione concreta viene percepita come l’unica realtà autentica. La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, lungi dal produrre quell’internazionalismo critico della globalità che molti avevano sperato, non ha portato a un superamento della logica dei campi ma alla sua riproposizione in forma feticizzata. Privata della griglia interpretativa che per decenni aveva organizzato la sua visione del mondo, una parte significativa della sinistra occidentale ha semplicemente traslato la struttura dualistica su un nuovo asse. Il confronto che una volta vedeva contrapposti il campo socialista e quello imperialista diventa l’opposizione assoluta tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, tra l’impero e le sue vittime. Questa traslazione, spiega Postone, ha conseguenze teoriche e politiche devastanti. La categoria spaziale di campo si sostituisce alle categorie temporali di possibilità storica ed emancipazione. L’antagonismo è pensato come conflitto esterno tra due entità geopolitiche contrapposte. Ne consegue che l’opposizione alla politica americana diventa di per sé progressista, indipendentemente dalla natura di chi si oppone. Ciò che rende questa posizione una forma di imbecillità politica per Postone è la sua incapacità di cogliere la natura del capitale globale. Il dominio astratto del capitale opera attraverso reti e flussi transnazionali ridefinendo continuamente la geografia della produzione e della finanza, oltre a svuotare dall’interno la sovranità degli Stati nazionali (compresi quelli del centro capitalistico). Tutti questi processi sono feticisticamente identificati con una potenza concreta, gli Stati Uniti. È un’operazione che rovescia la realtà. L’abbraccio mortale del capitale viene letto come l’effetto della volontà malvagia di un attore geopolitico specifico. In alcune varianti più virulente a questa identificazione si aggiunge quella con Israele, considerato come la testa di ponte della cospirazione americana in Medio Oriente, se non come il vero regista occulto dell’intera politica imperiale americana, un’analisi antisemita anche se mascherate da altro.

Quale alternativa?

In Impero Michael Hardt e Toni Negri ritennero la globalizzazione capace di rendere obsolete le categorie fondamentali con cui la modernità ha pensato la politica mondiale. Al centro di questa obsolescenza vi è la geopolitica classica, intesa come quella disciplina e prassi che concepisce lo spazio mondiale come un mosaico di territori statali sovrani in competizione per risorse, influenza e sicurezza all’interno di un sistema di equilibri e confini definiti. A questa logica Hardt e Negri contrappongono il concetto di Impero, una nuova forma di sovranità globale che rappresenta un superamento degli imperialismi del passato. L’Impero non ha un centro geografico localizzabile, non ha confini esterni che ne delimitino il dominio e non agisce principalmente attraverso l’annessione territoriale.

Per comprendere questa discontinuità occorre partire dalla nozione di costituzione mista che i due autori riprendono dallo storico greco Polibio, il quale vedeva nella Roma repubblicana la perfezione politica perché in essa si combinavano armoniosamente i tre principi classici di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Oggi, sostengono Hardt e Negri, la sovranità imperiale assume una forma analoga ma su scala globale e con contenuti radicalmente nuovi. Il momento monarchico, un potere unitario e supremo, è impersonato dagli Stati Uniti, inteso come il solo attore in grado di esercitare, in ultima istanza, il comando globale agendo come polizia mondiale in nome di un ordine che si pretende universale. La guerra si trasforma in un’operazione di polizia internazionale, una serie infinita di interventi umanitari volti a sedare conflitti interni allo spazio ormai unificato dell’Impero.

Il livello aristocratico della costituzione imperiale è occupato dalle grandi multinazionali, dalle corporation finanziarie e dagli stati-nazione dominanti che, attraverso organismi come il G8, il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, gestiscono i flussi economici, monetari e produttivi su scala planetaria. Questo potere organizza e struttura direttamente territori e popolazioni, determinando la nuova geografia del mercato mondiale. Le multinazionali diventano esse stesse attori politici fondamentali con la capacità di allocare la produzione, segmentare i mercati del lavoro e imporre una nuova divisione globale del lavoro. A questo livello la logica geopolitica dell’influenza e del controllo territoriale lascia il posto a una logica reticolare di gestione dei flussi, di investimenti e di estrazione del valore che produce nuove gerarchie e nuove disuguaglianze organizzate come un mosaico complesso e frammentato in cui Primo e Terzo Mondo si compenetrano e coesistono.

Infine, il momento democratico è rappresentato da quella galassia di organismi che pretendono di dare voce agli interessi e ai bisogni della popolazione globale come le Nazioni Unite o le ONG. Questi attori, che Hardt e Negri definiscono ironicamente i tribuni della plebe dell’Impero, giocano un ruolo cruciale nel legittimare il potere imperiale. Essi, agendo in nome di valori etici universali (la pace, la giustizia, i diritti umani), intervengono nelle crisi, denunciano le violenze e, nel farlo, contribuiscono a definire il nemico, a tracciare i confini del bene e del male e a preparare simbolicamente e moralmente il terreno per gli interventi degli altri due poteri. La loro azione, per quanto animata da nobili intenzioni, è funzionale al paradigma imperiale perché contribuisce a trasformare la politica in una questione di emergenza umanitaria, legittimando così un intervento che si presenta come al di sopra della politica stessa.

Questa tripartizione è un campo di forze in continuo squilibrio e tensione. L’originalità della sovranità imperiale risiede proprio in questa natura ibrida e nel fatto che il suo esercizio non è più mediato dalla società civile come avveniva nello stato-nazione moderno. Le vecchie mediazioni (i partiti, i sindacati, le associazioni) entrano in crisi e il potere tende a esercitarsi in modo sempre più diretto e immediato sulla vita sociale, in quella che, riprendendo Michel Foucault, è definita una società del controllo. A differenza della società disciplinare moderna, in cui il potere agiva attraverso istituzioni separate e localizzate (la fabbrica, la scuola, la prigione) che producevano soggettività normalizzate, nella società del controllo il potere è diffuso, flessibile, modulare. Le logiche disciplinari si liberano dalle mura delle istituzioni e si riversano sull’intero tessuto sociale, colonizzando il tempo di vita, le relazioni, gli affetti, la comunicazione. È questa l’essenza del biopotere, un potere che investe e produce la vita stessa nella sua interezza. L’Impero diventa la forma politica del biopotere su scala globale.

È qui che si rivela il paradosso fondamentale e la posta in gioco politica di questa costruzione. L’Impero, per funzionare, deve attingere costantemente a ciò che Hardt e Negri chiamano il comune, ovvero la cooperazione sociale della moltitudine. Il capitale, nella sua fase postmoderna, estrae questo valore da risorse comuni e sociali. Le grandi corporation tecnologiche, ad esempio, non fanno che capitalizzare l’intelligenza collettiva e le relazioni sociali che si sviluppano sulle loro piattaforme. Il comune, potenza produttiva e relazionale della moltitudine, contiene in sé il germe di una potenziale autonomia dal capitale. La moltitudine, ovvero l’insieme di tutti coloro che lavorano e sono sfruttati sotto il comando del capitale, possiede in sé la forza per rovesciare l’apparato di comando parassitario che si nutre della sua stessa linfa.

Il saggio Impero, vent’anni approfondisce ulteriormente questa tensione. Se Impero descriveva la macchina di comando, questo lavoro apparso su Euronomade ne analizza l’evoluzione e le contraddizioni a venire. La tesi centrale è che le due sfere fondamentali della realtà imperiale, quella della produzione e riproduzione sociale e quella della governance globale, sono sempre più fuori sincrono. La prima si sviluppa con una propria autonomia, fatta di cooperazione, comunicazione e innovazione dal basso, la seconda cerca di governare e catturare valore da questa sfera ma lo fa in modo sempre più parassitario, attraverso meccanismi monetari e finanziari, e non più attraverso una vera integrazione e mediazione politica. È questa disarticolazione a generare le crisi continue che attraversano l’ordine globale. Esse sono il modo stesso con cui il potere imperiale oggi funziona.

Per Negri e Hardt il ritorno della sovranità nazionale invocato da forze reazionarie e sovraniste non è affatto un’alternativa all’Impero ma ne è piuttosto una manovra interna. Queste spinte mirano a riconquistare posizioni di privilegio all’interno della gerarchia globale, a risalire i gradini di quella costituzione mista. Esattamente come, in ambito cultuale, il postmodernismo e il postcolonialismo, con le loro politiche della differenza, rischiano di essere un sintomo e persino un sostegno involontario al nuovo potere che proprio sulla gestione e valorizzazione delle differenze (etniche, culturali, di genere) fonda le sue strategie di controllo e segmentazione della forza lavoro.

In Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione prima e in The Rest and the West poi Sandro Mezzadra e Brett Neilson attaccano l’intero presupposto secondo cui la scena globale sia strutturata da unità politiche compatte, dotate di sovranità piena e che agiscono su uno spazio preesistente. L’assunto implicito di molta analisi geopolitica è che il territorio sia un dato e che la politica consista nella sua difesa o espansione. Mezzadra rovescia questa prospettiva dato che considera il territorio un effetto variabile di operazioni materiali del capitale. Per entrambi la globalizzazione non può essere letta né come dissoluzione dello Stato né come sua continuità intatta. Ritengono che lo spazio globale sia attraversato da tensioni permanenti tra capitale e forme politiche che portano ad una ristrutturazione degli Stati grazie a processi di valorizzazione che non riescono più a contenere pienamente. La sovranità diventa allora un campo di forze, un luogo di conflitto e rinegoziazione continua.

Il concetto di operazioni del capitale permette di cogliere questo mutamento. Invece di assumere come unità di analisi gli Stati, Mezzadra propone di guardare ai processi attraverso cui il capitale si muove. L’estrazione, ad esempio, designa una logica che consiste nel catturare valore da risorse e cooperazioni sociali non prodotte direttamente dal capitale le quali vengono progressivamente incorporate al suo interno. Questo spiega la crescente importanza della rendita nelle forme contemporanee di accumulazione. La valorizzazione si fonda sempre più sulla capacità di appropriarsi di esternalità: terre, conoscenze, dati, relazioni sociali, perfino forme di vita. Ne consegue che il potere si esercita costruendo dispositivi giuridici e finanziari che permettono di estrarre valore da contesti sociali differenti. Questo spostamento ha implicazioni dirette per la comprensione delle gerarchie globali. La distinzione centro/periferia si trasforma. Non esistono più periferie completamente esterne al sistema, anche le popolazioni espulse dal lavoro formale o dalla cittadinanza piena restano bersaglio di dispositivi che le includono in modo differenziale nei circuiti del capitale. L’espulsione è una modalità di inclusione subordinata. Questo significa che i confini non coincidono con le linee tracciate sulle mappe politiche, attraversano piuttosto i corpi, i contratti di lavoro, gli status giuridici. La frontiera diventa una tecnica di governo che segmenta la forza lavoro e distribuisce diritti in modo gerarchico.

La logistica rappresenta un altro livello su cui lo spazio viene prodotto. Con la riorganizzazione delle catene globali del valore la produzione è diventata una sequenza transnazionale che collega stabilimenti, porti, zone economiche speciali e piattaforme digitali. Il dato secondo cui il commercio mondiale è passato da circa un quarto del Pil globale nel 1970 a oltre il 60% prima della crisi del 2008 indica una integrazione senza precedenti. In un simile contesto parlare di “competizione tra Stati” come chiave primaria diventa riduttivo perché la stessa produzione di valore è distribuita su più territori. Il controllo strategico si esercita attraverso nodi e corridoi. Il potere consiste nel governare flussi, garantire continuità logistica, stabilire standard e regimi normativi che rendano possibile la circolazione. La geografia che ne risulta è frammentata e punteggiata da enclave ad alta intensità operativa che spesso sfuggono alla piena sovranità statale.

La finanza complica ulteriormente il quadro. I mercati del credito e del debito sovrano contribuiscono a ridefinire le condizioni della decisione politica. Meccanismi di credito che diventano regolatori sociali incidono sulla legittimità del potere statale e ne trasformano le priorità. Le politiche di austerità adottate in diversi paesi dopo il 2008 mostrano come la sovranità sia vincolata da dispositivi finanziari transnazionali. Qui la distinzione netta tra economia e politica, su cui molta analisi geopolitica si fonda, perde consistenza. Il potere circola attraverso reti finanziarie che impongono vincoli e orientamenti.

In The Rest and the West l’attenzione si sposta sulla configurazione multipolare del capitalismo. La contrapposizione tra Occidente e “resto” viene criticata come schema che oscura la complessità delle articolazioni capitalistiche. L’ascesa della Cina, ad esempio, non può essere ridotta a espansione geopolitica nel senso classico. Tra il 1990 e il 2015 la sua quota di Pil mondiale è cresciuta in modo impressionante, così come la sua presenza nel commercio globale. Questo incremento è stato possibile grazie a una integrazione profonda nelle catene globali del valore e a un uso strategico di infrastrutture e finanza. La Belt and Road Initiative, con i suoi investimenti infrastrutturali in Asia, Africa ed Europa, è una ristrutturazione dei corridoi logistici e dei flussi finanziari che ridefinisce lo spazio operativo del capitale.

Il multipolarismo è quindi qualcosa di diverso da un equilibrio tra grandi potenze territoriali. È piuttosto l’effetto di una differenziazione delle traiettorie capitalistiche che si articolano all’interno di un mercato mondiale integrato. Le economie emergenti sono nodi di reti produttive e finanziarie che attraversano più continenti, non blocchi economici omogenei alternativi all’Occidente. Il mondo appare come un campo di assemblaggi in cui capitale e Stato si combinano in forme variabili. Non esiste un centro unico né periferie completamente esterne, esistono piuttosto configurazioni instabili in cui sovranità, diritto e accumulazione si ricombinano continuamente.