Nuove articolazioni del lavoro, l’esempio di Airbnb.

Circa 30.000 alloggi offerti negli annunci solo a Roma.

http://insideairbnb.com/rome/?neighbourhood=&filterEntireHomes=false&filterHighlyAvailable=false&filterRecentReviews=false&filterMultiListings=false

di M. Minetti

Nel 2009 nasce Airbnb, come sito di annunci di affitti immobiliari a breve termine per privati. Nel 2015

il sito è stato utilizzato da 3,6 milioni di persone per viaggiare in Italia mentre altri 1,34 milioni di italiani hanno affittato abitazioni per viaggiare all’estero. I quasi 83mila proprietari di alloggi (gli host) che si sono serviti di Airbnb hanno guadagnato complessivamente 394 milioni di euro affittando la loro casa. Ma non basta. Per Airbnb l’Italia è il terzo paese al mondo per offerta di abitazioni, dopo Stati Uniti e Francia. […] L’anno scorso Airbnb Italy Srl ha versato al Fisco italiano 45.775 euro di imposte sugli utili. […] Airbnb incassa una commissione del 3% dai proprietari sul valore dell’affitto e una quota variabile dal 6 al 12% (inversamente proporzionale alla durata del soggiorno) dagli ospiti: sono questi i soldi che finiscono nel paradiso fiscale che fa parte dell’Unione europea. […] Partendo dai 394 milioni di euro guadagnati dagli host (i proprietari delle abitazioni) e calcolando le percentuali del 3% e del 6-12% richieste ai possessori degli appartamenti e ai turisti, si può arrivare a una cifra vicina ai 50 milioni di euro.(Mincuzzi 2016)

Sempre nel 2015 a Roma “i proprietari Airbnb (9.800) hanno ospitato 758mila persone consentendo alle famiglie di incassare 93 milioni di euro e ai turisti di spenderne 400 sul territorio. “ (Cosimi 2016) Nel 2018 in Italia gli host sono diventati poco meno di 200.000 di cui il 53% donne. Quindi in 3 anni il numero di host è più che raddoppiato. (ANSA 2019) Per fare un paragone con altri settori economici prendiamo la FCA, la maggiore industria di automobili in Italia. “Oggi i dipendenti diretti di Fca in Italia sono 29.000 compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000“ (Revelli 2018). Airbnb, in Italia, fornisce un reddito a un numero di persone sei volte maggiore dei dipendenti di FCA, soltanto che gli host non risultano come lavoratori nelle statistiche e non pagano contributi previdenziali.

Gli host di solito affittano i propri appartamenti o stanze anche su altre piattaforme, la principale è Booking.com, che serve principamente strutture alberghiere, è una società statunitense fondata nel 1998 che ha incorporato altre grandi aziende del settore. Ogni giorno vengono prenotati 1.550.000 pernottamenti su Booking.com. Questo ci riporta la dimensione planetaria del fenomeno. Dal sito di Report, rai3: “Secondo una nostra stima Booking incassa in Italia di commissioni 800 milioni di euro, ma paga 4,8 milioni di tasse, lo 0,6 per cento. Expedia 250 milioni di commissioni, paga 2,7 milioni, l’uno per cento” (Report 2019).

Vorrei quindi presentare la nuova e diffusa professione dell’host. Una forma di lavoro non così diversa dal tradizionale affittacamere, poco qualificante, molto flessibile per orari e forme del lavoro, che rientra a pieno titolo nel cosiddetto capitalismo di piattaforma o GIG economy, nel quale si incorporano alcuni aspetti della rendita immobiliare.

Per lavorare come host bisogna possedere o prendere in affitto un immobile. Il ricavo lordo annuale che si può ottenere dall’investimento iniziale (in una città come Roma é di almeno 200.000 euro per un mini appartamento in zona semi-periferica) è di circa il 10% lordo annuo. Ovviamente il valore dell’investimento comprende dei parametri fondamentali di interesse per la clientela, come vicinanza di luoghi turistici, trasporti, servizi di ristorazione, locali notturni, pregio dell’immobile e del quartiere, etc..

Per ottenere un reddito mensile netto (tolte le tasse, anche se facilmente eludibili) di circa 1000-1200 Euro, a fronte di 2-3 ore al giorno di lavoro e di una reperibilità continua, bisogna disporre di un investimento iniziale piuttosto ingente. Questo tipo di lavoro viene infatti svolto in prima persona da giovani, donne inoccupate, persone con lavori precari o part-time, appartenenti ad una media-alta borghesia: chi eredita appartamenti o li compra appositamente come investimento e fonte di reddito, spesso per i figli senza lavoro.

Vista la notevole resa sul capitale iniziale e la quasi assente componente del rischio d’impresa, molti soggetti economici si sono lanciati nella gestione conto terzi di affitti su Airbnb. Società che comprano immobili, agenzie immobiliari o più informali agenti di hosting, offrono ai proprietari un servizio completo di gestione degli affitti, trattenendo percentuali sui ricavi che vanno dal 20% al 30% sul prezzo praticato. Queste società, ovviamente, per vivere e prosperare devono gestire numerosi immobili impiegando manodopera prevalentemente precaria per la gestione dei calendari e prenotazioni, per i servizi di check-in e check-out, per la pulizia e manutenzione delle camere. Sono dei veri e propri alberghi diffusi, liberi da tutti quei vincoli burocratici e legislativi, nonché fiscali, delle strutture alberghiere. Gli host che sviluppano il maggior volume di affari sono proprio questi e godono di condizioni particolari anche rispetto alle commissioni, offrendo un servizio generalmente più scadente e prezzi più bassi.

La figura dell’host individuale, quello che affitta un immobile di sua proprietà o in affitto, potrebbe essere assimilato ad un piccolo imprenditore, in quanto il reddito che gli proviene dalla resa maggiore degli afftti temporanei rispetto all’affitto di lungo periodo è dovuto al lavoro che impiega nel procacciarsi i clienti, nell’assisterli e nella cura dell’abitazione. Ma dovè la capacità imprenditoriale in questo tipo di attività?

I clienti vengono forniti dal software, le modalità del servizio vengono decise dalla azienda che le valuta con dei rating, al di sotto dei quali si viene bloccati dalla piattaforma. La standardizzazione del lavoro da compiere lo configura più come un lavoro dipendente che come una impresa sul mercato. Vista l’enorme diffusione dell’offerta di alloggi e il conseguente abbassamento dei prezzi, infatti, le uniche imprese che si arricchiscono con un impiego di manodopera minimo, sono i gestori delle piattaforme che estraggono profitti da ogni transazione.