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di F. Cori
E’ evidente ad ogni persona dotata di un grado medio d’intelligenza e di buon senso, che la politica internazionale – il rapporto tra Stati – sta vivendo un inasprimento e una recrudescenza talmente aspri che le dinamiche di guerra, lungi dall’essere fenomeni episodici o periferici, tendono ad assumere sempre di più i tratti di un conflitto mondiale dai contorni inquietanti e, per molti aspetti, assolutamente imprevedibili. Se volessimo inquadrare da un punto di vista di filosofia della storia la tendenza fondamentale presente in questa fase è evidente che il signoraggio del dollaro, quindi l’egemonia statunitense come guida dell’occidente globale (Usa, Europa, Giappone,etc) di fronte all’ascesa della Cina e dei paesi emergenti. Si tratta di una crisi irreversibile per cui la perdita d’egemonia culturale degli Usa e, più in generale dell’occidente, tenta di essere compensata con un utilizzo sempre più massiccio e generalizzato della violenza militare. Da questo punto di vista ci troviamo solo ad un livello, importante, ma sempre supeficiale del fenomeno: la radice di questo problema va ricercata a livello più strutturale, più profondo, cioè nell’ambito della produzione e riproduzione della vita umana, cioè nella crisi di valorizzazione del capitale. Gli Stati dell’Unione Europea e gli Usa sono al vertice di questa crisi: basta osservare i tassi di crescita della media Ue: tutti discendenti con medie che si aggirano intorno al’’1-2%.
Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce a trovare alcuna soluzione alla crisi. Da questo punto di vista non condivido affatto l’idea dell’Europa che agisce contro i propri interessi: si tratta di una visione che non tiene conto del punto di vista delle classi dirigenti e che si fissa su un dato reale – la subalternità politica, economica, militare dell’Unione Europea agli USA – ma secondario. Il problema del riarmo in Europa ed in Italia è in primo luogo un tentativo di uscire dalla gravissima crisi di sovrapproduzione attraverso la riconversione dell’apparato produttivo in apparato bellico. Se non si coglie questo dato strutturale non si capisce la pervicacia con cui una parte considerevole della classe dirigente sostiene a spada tratta l’obiettivo della sconfitta della Russia sul campo nonché la prosecuzione della guerra in Ucraina e i continui doppi standard tra la Russia ed Israele. Si tratta di uno schieramento politico largo, bipartisan supportato da una campagna mediatica continua e da una torsione degli apparati dello Stato utilizzati in chiave sempre più repressiva. Da questo crogiuolo di interessi e pressioni ideologiche scaturiscono le proposte, oggi solo accennate del servizio di leva obbligatorio, presentato alle giovani generazioni come possibile via d’uscita alla crescita del livello d’occupazione giovanile, alla dismissione di alcune aziende e allo svuotamento progressivo dello stato sociale (scuola, sanità, pensioni) che incide pesantemente sul livello medio dei salari reali e di conseguenza sui consumi interni.
La classe dirigente italiana – di cui le attuali forze di governo rappresentano lo spaccato più reazionario e feroce – consapevole di questa dinamica accentua gli strumenti repressivi sia nei confronti delle proteste in generale sia verso i lavoratori e l’esercizio dei loro diritti. L’impostazione ultraoccidentalistica e filo-trumpiana del Governo Meloni, con l’accettazione delle politiche ultraprotezionistiche di Trump, è pienamente consapevole del fatto che la tendenza generale è quella dell’impoverimento complessivo di settori sempre più vasti della classe lavoratrice e del ceto medio, così come sa benissimo a quali sacrifici andranno incontro le folli politiche di riarmo imposte dall’Europa e condivise dalla classe dirigente italiana. L’intera sua azione – così come quella di tutte le forze di estrema destra – si contraddistingue per una difesa ad oltranza degli smodati privilegi degli ultraricchi e di una repressione poliziesca sempre più feroce verso i ceti popolari.
In questo contesto l’attacco è così feroce ed irrazionale da mobilitare contro il riarmo e la repressione settori della società molto vasti; con pezzi sempre più consistenti di ceto medio in via d’impoverimento che, magari, non colgono direttamente il nesso tra politiche repressive e dinamiche del riarmo, oppure che intravedono nei processi di riarmo solo una scelta politica irrazionale e non una necessità, per le classi dirigenti, di uscita dalla crisi. Il movimento contro la guerra si muove spesso su basi etiche (ed è importantissimo che lo faccia), ma non sempre riesce a collegare questa protesta con gli effetti concreti sulla vita dei lavoratori che, dovendo risolvere problemi concreti, vertenze particolari, non riescono sempre a muoversi verso le cause più profonde e reali degli effetti che le politiche di riarmo producono sulla loro vita. Affinché questo processo possa avvenire si dovrebbe favorire il più alto livello di convergenza contro le politiche repressive e contro il riarmo, la manifestazione del 27 e 28 Marzo indetta da No kings, così come è importantissima la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia. Ma il lavoro più duro e di lunga portata è far crescere il conflitto sui luoghi di lavoro, a partire dai bisogni immediati. Ancora più difficile è generalizzare questo conflitto, per portarlo sul piano politico più generale della lotta contro il riarmo e dei cambiamenti nei rapporti di potere. Questa è la battaglia più dura, la più tenace e significativa sul fronte interno. E’ proprio su questa battaglia che l’oligarchia italiana ed Europea non vogliono cedere di un millimetro.