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Riconciliare la sinistra

Pubblicato il 14/02/2026 da rizomatica

Dalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari


Articolo pubblicato col lievi modifiche in origine su Sinistrainrete il 25/12/2025.

di M. Sommella e M. Minetti

“Il rincoglionimento conosce tre fasi.
Nella prima lo sai solo tu;
nella seconda lo sai tu e lo sanno gli altri;
nella terza lo sanno solo gli altri.”
Biagio Di Giovanni a Repubblica 30/09/2028

Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono opponendosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali nel corpo sociale restano intatti.

Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce gli interessi della rendita e della proprietà privata, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli schieramenti identitari ai bisogni concreti dei cittadini.

Dentro questa cornice, “riconciliazione delle sinistre” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.

1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale

La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “radicale” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste. Il problema è che questa polarità, a volte, replica la stessa dinamica “sinistra/destra” quando diventa complementare. È una divisione alimentata da linguaggi e posture più che da progetti di governo alternativi. E qui sta lo scandalo: si può presidiare un vocabolario “progressista” sui diritti di genere, sull’antifascismo o sulla solidarietà sociale e, nello stesso tempo, accettare come inevitabile un modello economico che produce precarietà, salari bassi, privatizzazioni, disuguaglianze territoriali, impoverimento del welfare? In queste condizioni la sinistra rischia di diventare un’identità morale, non una rappresentanza sociale della classe lavoratrice e delle persone meno abbienti.

2. La melanconia della sinistra radicale come rifugio, e la “superiorità morale” come scorciatoia.

Qui ci torna utile la definizione di Rodrigo Nunes: la “melanconia di sinistra” non è solo tristezza. È un modo di stare nella sconfitta fino a farne un habitat. Da una parte produce cinismo (“tanto non si può cambiare nulla”), dall’altra narcisismo della sconfitta (“noi almeno siamo dalla parte giusta”). In entrambi i casi, l’effetto pratico è identico: rinuncia a costruire rapporti di forza che possano cambiare la situazione.

Ma c’è un passaggio ulteriore, più difficile da ammettere: quando la politica non riesce a incidere materialmente, tende a spostarsi sull’etica come terreno di compensazione. Se non posso migliorare le condizioni di vita dei cittadini, dimostro di essere “migliore”, più preparato, più onesto, più presentabile. Se non riesco a costruire maggioranze parlamentari e a governare mediante leggi, certifico la mia appartenenza usando il lessico inclusivo, abbracciando le cause umanitarie, denunciando con ferma indignazione il fascismo e le ingiustizie.

Esempi concreti di questa dinamica si vedono quando la battaglia politica viene ridotta a una gara di purezza: chi sbaglia una parola viene trattato come un nemico; chi pone un problema di lavoro, casa o sicurezza sociale viene liquidato come “comunista”; chi chiede una piattaforma di riforme sociali a un governo di centro-sinistra viene accusato di tradimento. È una scorciatoia: invece di discutere e organizzare una dialettica interna, si autoproclama la superiorità della posizione più facile da mantenere in base ai sondaggi. Il caso dei giudizi sulla guerra a Gaza, in Palestina, in questo senso, è rivelatore. La spinta etica e la solidarietà hanno prodotto indignazione e mobilitazione reale, ma spesso non hanno scalfito la linea istituzionale del Partito Democratico in modo proporzionato alla forza delle piazze. In compenso, hanno offerto alla destra un terreno comodo: presentarsi come baluardo dell’ordine pubblico e dell’“Occidente”, non tanto contro i Palestinesi in astratto, quanto contro i filo-palestinesi come soggetto politico da delegittimare, criminalizzare e contenere. Non a caso, nell’autunno 2025 in Italia si sono registrate forti tensioni e interventi restrittivi attorno alle manifestazioni pro-Palestina, fino al divieto di un corteo a Bologna motivato con ragioni di ordine pubblico, lo sgombero di un centro sociale, Askatasuna, ritenuto coinvolto nella contestazione alla stampa sionista e all’arresto di nove attivisti palestinesi con l’accusa di finanziamento del terrorismo in base a prove raccolte dallo Stato israeliano. Nello stesso periodo, il governo di destra ha gestito l’esposizione pubblica sul tema in modo ambivalente: da un lato parole diplomatiche e umanitarie, dall’altro attacchi politici alla mobilitazione, definita “illegale” quando assumeva forme di pressione diretta.

Questo non significa che la mobilitazione etica sia inutile. Significa che, da sola, non basta. Se resta senza organizzazione permanente, senza obiettivi di rivendicazione comuni e senza strumenti di forza, può rimanere solo testimonianza. E la testimonianza, viene battuta dalla macchina del potere.

3. L’unità non “contro” qualcuno, ma “per” qualcuno

Se l’unità serve soltanto a “battere la destra”, rischia di essere un’alleanza elettorale senza popolo. Se invece serve a rappresentare i bisogni materiali di chi lavora e delle categorie sociali più fragili, cambia tutto: perché la classe lavoratrice reale non è un blocco ideologico uniforme. Al suo interno ci sono persone di sinistra e di destra nei valori, nella cultura, nella tradizione familiare, nella religione, nel modo di leggere la nazione, l’autorità, l’ordine. Ma su alcune rivendicazioni elementari la frattura è netta: salari, orari, casa, sanità, scuola, sicurezza sul lavoro, trasporti, bollette, pensioni, diritto a curarsi senza indebitarsi, diritto a non essere ricattati. Un fronte popolare nasce quando la domanda sociale precede l’etichetta ideologica. Non chiede a alla popolazione di cambiare identità per meritare diritti: gli riconosce un interesse comune contro il potere economico della rendita e dei profitti.

4. Mujica: l’unità non è un valore, è un attrezzo

L’insegnamento del politico uruguaiano Pepe Mujica è l’antidoto al moralismo: non chiedeva unità per amor di bandiera. Chiedeva unità alle forze politiche progressiste perché senza unità i più deboli non contano nulla. E perché la popolazione segue chi percepisce come forte: chi non si presenta spezzettato, litigioso, minoritario per vocazione.

Ma c’è una conseguenza pratica: l’unità non può essere la somma di identità “progressiste” che si riconoscono a vicenda e si uniscono per spartirsi i ruoli di governo. Deve essere un’alleanza sociale attorno a poche rivendicazioni materiali chiare, comprensibili, verificabili. Prima si impara a camminare insieme su un programma minimo, poi si può diventare comunità.

5. Unità di classe, non unità di tribù

Una proposta politica sensata sposta l’asse: dalle tribù identitarie alla rappresentanza di classe. La classe dei ricchi possidenti non è omogenea culturalmente: può votare destra o sinistra, parlare liberal o conservatore, sfilare per cause civili e al tempo stesso difendere un sistema fiscale e del lavoro che scarica il peso su dipendenti e pensionati. La classe lavoratrice, invece, può essere culturalmente divisa, ma ha comunque bisogni comuni. Se la sinistra non costruisce un discorso politico che unisce quei bisogni, lascia campo a chi li intercetta con altre chiavi: sicurezza, identità, religione, risentimento, promessa di protezione, espulsione di capri espiatori. E intanto i rapporti sociali restano quelli di sempre. L’unità, allora, non è un cartello elettorale contro qualcuno. È un patto sociale per i molti.

6. Le rivendicazioni materiali che possono fare da collante

Bisogna essere concreti. Una piattaforma di riforme deve essere auspicabile anche per chi ha una cultura tradizionale, cattolica o nazionalista. Non significa annacquare i diritti e scendere a compromessi con la destra bensì “fare qualcosa di sinistra”: significa partire dalle urgenze che attraversano la maggioranza degli sfruttati, che spesso sono anche immigrati, persone che non hanno studiato e che non hanno una coscienza di classe o politica.

Un’unità possibile oggi può reggersi su pilastri riconoscibili: salario e contratti; lotta alla precarietà e ai subappalti; sicurezza sul lavoro con controlli reali e sanzioni; sanità pubblica con riduzione delle liste d’attesa e inversione della privatizzazione; casa e affitti con politiche abitative pubbliche e contrasto alla rendita speculativa; fisco più equo con alleggerimento su lavoro e pensioni e maggiore progressività su grandi patrimoni e rendite; scuola e formazione che permettano la mobilità sociale; trasporti e servizi territoriali per non trasformare le periferie in colonie interne.

Queste cose parlano a chiunque non viva di rendita, indipendentemente da come vota “di pancia” sui temi identitari. E soprattutto ridanno alla parola “sinistra” un significato verificabile: stai dalla parte di chi lavora contro la rendita e contro il privilegio, oppure no.

7. La riconciliazione come igiene politica

A questo punto “riconciliare” non significa volerci bene. Significa smettere di usare la purezza come arma fratricida e smettere di usare la governabilità come giustificazione per qualsiasi resa.

Vuol dire anche una cosa molto concreta: non chiedere alle classi popolari di diventare culturalmente uguali a noi per meritare tutela. È una strada perdente, perché lascia intatto il dolore materiale e pretende che la gente voti per riconoscenza simbolica e identità. La politica dovrebbe fare l’opposto: costruire una comunità d’interessi e, solo dopo, una comunità di senso.

La domanda finale resta brutale, ma è la sola utile: l’unità serve a vincere una partita tra identità o a rappresentare chi lavora contro chi possiede?

Se accettiamo la lezione di Rodrigo Nunes sulla melanconia e quella dell’ex presidente Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra antifascista, nasce dalla sua funzione. Quando la sinistra torna a essere utile ai bisogni materiali del popolo, allora smette di essere una definizione e torna a essere un fatto. Forse è proprio lì che la riconciliazione diventa possibile: non perché ci siamo perdonati, ma perché abbiamo smesso di confondere la politica con lo specchio e abbiamo ricominciato a guardare, insieme, la vita reale.

Questo articolo è stato pubblicato in Rassegna e contrassegnato come alleanze, coalizione, dialogo, elezioni, identità, lavoratori, mujica, nunes, partiti, politica, presidente, riconciliazione, sindacato, sinistra, unità da rizomatica . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

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