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di A. Marin
Abstract. Il testo analizza la politica come tentativo di suturare l’incompletezza del campo sociale, utilizzando il pensiero di Ernesto Laclau, che unisce psicoanalisi lacaniana e filosofia politica gramsciana. La società viene concepita come un non-Tutto, attraversato da antagonismi irriducibili, quali articolazioni simboliche di un linguaggio, strutturalmente non in grado di ricoprire integralmente il Reale. La politica opera attraverso significanti vuoti, ovvero simboli che unificano domande sociali eterogenee, costruendo il popolo come entità discorsiva contingente. Il populismo è interpretato non come ideologia, ma come logica politica emergente in momenti di crisi istituzionali, dove fronti antagonisti si formano attorno a catene di domande insoddisfatte. Il testo riflette inoltre sulla frammentazione contemporanea, in cui la difficoltà di creare identità politiche stabili, apre a rischi di destrutturazione psicotica del campo sociale.
Introduzione.
Che cos’è la politica e in che relazione si trova con la società e con i soggetti che la praticano? E’, molto banalmente, il modo incruento, in apparenza, attraverso il quale l’essere umano cerca, a livello istituzionale, di tutelare e soddisfare i propri interessi e i propri bisogni personali? Oppure lo strumento per declinare concretamente ideali e parole dall’ambizione universale, quali democrazia, libertà, giustizia? E’ un bisogno fondamentale dell’uomo, in quanto animale sociale? Appartiene a quella che Marx chiamava sovrastruttura, ovvero a un momento secondo, espressione della sottostante e fondante struttura economica? Oppure essa origina da un trauma dell’umano in quanto tale e dal tentativo, sempre fallito, di superarlo? Una prassi, di conseguenza, che non rispecchia una struttura o una società in quanto già costituite, ma che le istituisce in quanto tali? E se di trauma si tratta, dove è necessario reperirne la causa e l’origine? Per rispondere a queste domande proveremo a seguire il pensiero di Ernesto Laclau, un filosofo post-marxista che ha coniugato il pensiero psicoanalitico di Freud e Lacan con la filosofia politica di Gramsci.Ricordando che secondo il pensatore argentino, ciò che non ha retto del marxismo, come teoria e come prassi politica, è stato il suo “riduzionismo di classe”, ovvero l’idea che la società sia un’entità compatta e strutturata, simile a un organismo il cui scheletro economico, sottoposto a un’analisi approfondita, rivelerebbe delle leggi rigorose che determinerebbero in modo rigido le fasi dello sviluppo storico, individuando automaticamente anche gli attori del cambiamento sociale, identificati nelle classi, soprattutto nella classe operaia.
1. Lo sfondo lacaniano.
Partiamo dal tratteggiare velocemente alcuni concetti psicoanalitici, segnatamente di indirizzo lacaniano, sui quali si fonda l’analisi filosofico politica di Laclau. Ricordiamo innanzitutto che perlo psicoanalista francese, l’essere umano è oggetto di un “battesimo simbolico”, ovvero venendo alla luce, viene da subito cooptato all’interno di una struttura, quella del linguaggio, che lo precede e che segnerà per sempre il suo destino di essere parlante. Il linguaggio apporrà il suo marchio simbolico sul corpo di ogni piccolo venuto al mondo, separandolo per sempre dal mondo animale. Se infatti il corpo dell’animale è animato dall’istinto, ovvero da un programma genetico attraverso il quale interagisce meccanicamente con il suo ambiente, quello dell’uomo, in quanto nato “a bagno nel linguaggio”, è viceversa il teatro delle pulsioni. La pulsione, a differenza dell’istinto, nella sua plasticità, non ha una meta precisa e non segue un percorso lineare. Il corpo umano, quindi, non è una dato di natura, ma un prodotto della cultura. In esso il biologico è subalterno alla trama simbolica incarnata ed è quest’ultima che decide della sua esistenza e del suo destino.
Il corpo del bambino è originariamente sede di un godimento primordiale legato alla fusionalità del suo rapporto con la madre (la Cosa freudiana, das Ding). Una volta che questo corpo subirà la cablatura simbolica da parte del linguaggio, attraverso norme igieniche e di comportamento, esso verrà prosciugato da questo godimento, cosa che renderà inaccessibile per sempre la Cosa. Questo zuiderzee del godimento è però un’opera incompleta, che lascia un residuo, un cascame di godimento che tende a polarizzarsi attorno a quello che Lacan chiama l’oggetto piccolo (a), ovvero quelle dislocazioni corporee che Freud indentificava nelle zone erogene orale, anale, genitale e a cui Lacan aggiungerà quella propria dell’occhio. L’opera è incompleta perchè il grande Altro (A) con cui Lacan indentifica il Simbolico, è esso stesso strutturalmente incompleto, ovvero contiene una lacuna che non gli permette di sussumere in sé la totalità del Reale del godimento corporeo, ragione per la quale esso viene simbolizzato con A barrato (Ⱥ): «in tal modo ho aggiunto una dimensione al luogo della A, mostrando che come luogo non tiene, che c’è una falla, un buco, una perdita. L’oggetto a funzionerà rispetto a questa perdita» (Lacan 2011, p. 27). Il Simbolico è l’orizzonte di senso intrascendibile della vita propriamente umana, quello per cui non può darsi “Altro dell’Altro”, come punto di vista esterno al Simbolico stesso, o per dirla altrimenti, come metalinguaggio. Seguendo la lezione di De Saussure, se il significato non è un’entità isolata, ma generata attraverso un sistema di differenzeponentesi all’interno del linguaggio,le parole acquistano significato non per ciò che sono intrinsecamente, ma per come si differenziano da altre parole nel sistema linguistico: «nella lingua non vi sono se non differenze. Di più: una differenza suppone in generale dei termini positivi tra i quali essa si stabilisce; ma nella lingua non vi sono che differenze senza termini positivi»(De Saussure 2017, p. 145). È per questa ragione che, se nessun significante può significare se stesso, in quanto il suo significato emerge solo dalla sua differenzarispetto ad altri significanti, «l’insieme dei significanti contenuti nel Simbolico risulta per forza incompleto, marcato da un –1, cioè dall’assenza di un significante in grado di nominare l’insieme di tutti i significanti, facendone al contempo parte […]Questo difetto strutturale del Simbolico fa si che non-tutto il Reale si trovi ricompreso nella rete estesa del Simbolico stesso». Ispirandosi ai teoremi di incompletezza di Gödel, per i quali la coerenza di un sistema matematico non è dimostrabile con proposizioni appartenenti al sistema stesso, Lacan sostiene che il Simbolico, come sistema di segni, contiene punti di impossibilità tali da rendere irrealizzabile una totalizzazione simbolica. Questo equivale a dire che il grande Altro contiene lacune che, resistendo ad ogni simbolizzazione, appartengono al registro del Reale, nel quale ristagna il godimento.
L’impossibilità di una ricopertura integrale del Reale, senza resti, fa si che del Reale residui nel soggetto, e che esso emerga quando la trama simbolica, che sostiene l’essere umano si fessura ed emerga in un sintomo, un lapsus o un atto mancato. Qui il Reale, quale godimento da sempre perduto, che si può solo lambire attraverso quel suo residuo rimasto dopo il filtraggio simbolico, che è l’oggetto piccolo (a), parla (ça parle) attraverso le tortuose vie del linguaggio del Soggetto inconscio. L’oggetto piccolo (a) è «quel frammento di corpo godente che, pur dipendendo nella sua genesi dall’intervento del linguaggio, resiste al moto della sua colonizzazione, rimanendo rispetto ad esso eterogeneo» (Cavallari 2024). Eterogeneità dell’oggetto piccolo (a), che sarà lo sfondo della categoria di eterogeneità sociale, quale guadagno che Laclau realizzerà ne La ragione populista, rispetto al precedente Egemonia e strategia socialista, scritto dal filosofo argentino assieme alla compagna Chantal Mouffe. Guadagno che permetterà a Laclau di andare oltre un temperato antagonismo, superabile all’interno di una contraddizione logica di tipo dialettico, al quale la mancanza di tale categoria, lo inchiodava.
Se, come già spiegato, il Reale del godimento residua nel soggetto in quanto tale, in quanto il Simbolico non è in grado strutturalmente di svuotarlo, ricoprirlo, sigillarlo completamente, cosa accade nei sottoinsiemi simbolici della società e della politica? In sé il Reale non manca di nulla ed è il Simbolico a introdurre in esso la mancanza. Se quest’ultima nasce perciò da una castrazione simbolica che amputa il soggetto di una parte di sé, che andrà perduta per sempre, e da un limite strutturale del Simbolico stesso, è forse la politica il tentativo reiterato ma impossibile, di superare questa mancanza, come tentativo sempre destinato al fallimento di completare l’Altro? E la società in che relazione si pone con tutto questo?
2. La società non esiste.
Per Marx la società ha come fondamento la struttura economica. Una struttura le cui leggi dettano rigorosamente lo sviluppo storico di cui le classi, in particolare la classe operaia, ne sono gli attori pincipali. Laclau ha cercato di superare questa concezione essenzialista della società propria di Marx, partendo dall’affermazione forte “La società non esiste”. Ma in che senso “La società non esiste” per Laclau? Nel senso che la società non è un Tutto conchiuso, “solido e compatto” e non è definibile attraverso una positività concettuale. Essa semmai è un non-Tutto, privo di fondamento e necessità, abbandonato alla pura contingenza delle articolazioni discorsive. E’ qualcosa che contiene nel suo intimo il cuore pulsante del Reale. E il Reale che c’è al suo interno fa si che la società sia percorsa strutturalmente da faglie di antagonismo non ricomponibili, che impediscono una sutura simbolica totale del sociale stesso. Si potrebbe dire che “La società non esiste” nello stesso senso in cui, in campo psicoanalitico, Lacan afferma che “La donna non esiste”, nel senso che non esiste come un Tutto, ma solo come un non-Tutto, come parzialità contingente sottoposta al dominio assoluto del Nome-del-Padre. Quello che non esiste, che non ha alcun riferimento nella realtà, è l’articolo determinativo la che sta davanti a la società e la donna. L’articolo la esibisce un concetto che non risponde ad alcuna realtà, né quella de la donna, barrata dal Nome-del-Padre, quale condizione polarizzatrice di ogni significante dell’ordine simbolico, né quella de la società, che non è riducibile essa stessa a unità concettuale, in quanto luogo di una conflittualità sociale permanente, che rende impossibile ogni ri-composizione unitaria. Ri-composizione che non può darsi in quanto la non coestensività dell’orizzonte simbolico rispetto al Reale, rende ogni sua articolazione contingente, transeunte e continuamente esposta a un sovvertimento che trova nelle faglie di Reale che percorrono il Simbolico stesso, il suo alimento.
Come l’incompletezza del grande Altro (Ⱥ) impedisce al soggetto di «alienarsi totalmentein esso e di risultare pienamente rappresentato dal linguaggio e dal senso, cosa che lo renderebbe un soggetto pieno e consistente, unitario, compatto, integralmente realizzato […] e non diviso, luogo di conflitti, nient’affatto realizzato, alla ricerca di ciò che gli manca» (Siciliano2021,p. 2), così tale incompletezza non permette il costituirsi de la società.
Il sociale si costituisce come ordine simbolico, e il suo campo è un campo discorsivo aperto, dove discorso è per Laclau il luogo di costituzione, per quanto parziale, dell’oggettività in quanto tale: non esiste nulla al di là delle pratiche discorsive o di quelli che Wittgenstein chiama giochi linguistici. Che è quanto lo stesso Lacan sosteneva: «Non c’è nessuna realtà prediscorsiva. Ogni realtà si fonda e si definisce in base a un discorso […] Il legame sociale io lo designo con il termine discorso […] esso si instaura unicamente ancorandosi nel modo in cui il linguaggio si situa e si imprime, si situa su ciò che brulica, ovvero l’essere parlante» (Lacan 2011, pp. 30, 51).
Scrivono Laclau e Mouffe: «Il fatto che ogni oggetto sia costituito come un oggetto del discorso non ha niente a che fare con il fatto di sapere se vi sia un mondo esterno al pensiero, o con l’opposizione realismo/idealismo. Un terremoto o la caduta di una tegola sono eventi che certamente esistono, nel senso che succedono qui e ora, indipendentemente dalla mia volontà. Ma se la loro specificità come oggetti è costruita nei termini dei «fenomeni naturali” o delle “manifestazioni dell’ira divina”, questo dipende dalla strutturazione del campo discorsivo. Quello che viene negato non è che questi oggetti esistano fuori dal pensiero, ma l’affermazione affatto diversa che possano costituirsi come oggetti fuori da ogni condizione discorsiva di emergenza» (Laclau-Mouffe 2011, p. 176).
E’ nel campo discorsivo che le identità sociali si strutturano attaverso catene di significanti in sé mai letterali, in quanto significati a partire da un sistema di differenze, ma sempre segnati da quell’eccedenza di senso che rende queste identità aperte ed esposte a fluttuazioni di significato, cioè contingenti.
Il campo discorsivo si compone di elementi, ovvero significanti, fluttuanti. Al suo interno si danno i discorsi, che, attraverso la pratica articolatoria, fissano parzialmente il senso di questi elementi all’interno di un sistema di differenze, sempre precario e instabile. Questa instabilità deriva dalla natura discorsiva del campo che crea «le condizioni della vulnerabilità di ogni discorso, perché niente lo protegge, in ultima istanza, contro la deformazione e la destabilizzazione del suo sistema di differenze da parte di altre articolazioni discorsive che agiscono al di fuori di esso». Questo può accadere perché ogni elemento del campo discorsivo è surdeterminato ovvero appare costitutivamente eccedente e sovvertibile. Ogni significante cioè non è mai letterale e la sua fissazione all’interno del sistema di differenze di un discorso è solo parziale. Infatti «sinonimia, metonimia, metafora non sono forme del pensiero che aggiungono un secondo senso a una letteralità primaria, costitutiva delle relazioni sociali; sono invece parte dello stesso terreno primario sul quale il sociale si costituisce». Per dirla con Lacan, il campo discorsivo è quell’Altro simbolico che minaccia ogni tentativo di fissare e stabilizzare discorsivamente ogni identità, lasciandola esposta a trasformazioni mutevoli e contingenti, laddove «non c’è identità sociale completamente al sicuro da un esterno discorsivo che la deformi e che le impedisca di diventare pienamente suturata […] non esiste identità che possa essere pienamente costituita» (Laclau-Mouffe 2011, pp. 180-181). Se da un lato non si dà una fissazione assoluta del significato, risulta però necessario se ne diano di parziali, in quanto lo stesso sovvertimento del significato di un discorso, non sarebbe possibile, se quest’ultimo non fosse fissato a un significato. Queste fissazioni parziali del significato, si danno attraverso quelli che vengono chiamati punti nodali, ovvero significanti particolari, che arrestano la produzione di senso della catena significante.
3. Il politico come costruzione del popolo.
L’impossibilità de la società come Tutto unitario, si riflette in quella de il politico, all’interno del quale è il popolo a darsi come rappresentazione politica della società, sempre costruita e sempre destinata al fallimento, quale tentativo impossibile di dire la Cosa, ovvero di accedere al fondo inaccessibile del Reale della Cosa sociale.
Laclau sostiene la tesi che il politico coincida con la costruzione del popolo, della quale si tratta di definire i confini, identificandoli a un nome, punto nodale di una catena di domande insoddisfatte. Aggiungendo che non ha alcun senso domandarsi se un determinato movimento politico sia o meno populistico, poiché il politico è sinonimo di populismo.Con populismo infatti Laclau non si riferisce a un tipo di movimento, identificabile con una certa base sociale o un certo orientamento ideologico, ma a una logica politica. Mentre le logiche sociali consistono nel seguire un sistema di regole che delineano un orizzonte in cui alcuni oggetti sono rappresentati e altri esclusi (ad esempio le logiche del mercato, della parentela ecc.), le logiche politiche sono riconducibili all’istituzione del sociale tout court.
L’unità di analisi da cui parte Laclau è quella di domanda sociale. Nella lingua inglese la nozione di domanda demand può indicare una richiesta o un reclamo. E’ nella transizione da richiesta a reclamo che Laclau individua una delle prime proprietà del populismo. Scrive Laclau:«Pensiamo a una gran massa di contadini migranti, che si stabiliscono nelle bindonvilles alla periferia di una città industriale in via di sviluppo. Si crea il problema degli alloggi, e il gruppo di persone interessate dal problema si rivolge alle autorità locali. Qui abbiamo una domanda che inizialmente è forse solo una richiesta. Se soddisfatta, il problema può dirsi risolto. Ma se non è così, le persone possono incominciare a osservare che i loro vicini esprimono altre richieste, ugualmente non soddisfatte – problemi con l’acqua, o di salute, o di scolarizzazione, e così via. Se la situazione resterà invariata nel tempo, si avrà allora un accumulo di domande inascoltate e una crescente incapacità del sistema istituzionale ad assorbirle in mododifferenziale (ognuna isolata dalle altre): tra di loro si stabilirà una relazione di equivalenza. E probabilmente, qualora non intervengano fattori esterni, assisteremo in quel caso al crescere del divario tra il sistema istituzionale e il popolo» (Laclau 2008, p. 69). La situazione può essere descritta con lo schema seguente:
Dn: domande insoddisfatte dei settori della società. Ognuna è diversa dalle altre nella sua particolarità (semicerchio inferiore). Tutte le domande sono equivalenti nella comune opposizione al sistema dominante (semicerchio superiore).
Quindi, attraverso l’emergere di una catena equivalenziale di domande insoddisfatte, si produrrà una dicotomizzazione dello spettro politico e le richieste diverranno reclami. Quando le singole domande, soddisfatte o meno che siano, rimangono isolate, parliamo di domande democratiche, quando invece esse si articolano in maniera equivalenziale, andando a costituire una più ampia soggettività sociale, diventano domande popolari. Con quest’ultime viene a costituirsi in maniera embrionale il popolo, ovvero una configurazione populista.
4. Logica della differenza e logica dell’equivalenza.
Secondo Laclau esistono due modalità di costruzione del sociale, tra di loro complementari: secondo la logica della differenza e secondo la logica dell’equivalenza. La logica della differenza funziona all’interno del discorso istituzionale, il quale assorbe isolatamente le domande sociali particolari all’interno di una cornice simbolica omogenea in cui esse assumono un significato che è legato alla loro posizione differenziale all’interno del sistema stesso: «tutte le differenziazioni si esigono a vicenda e si riferiscono l’una all’altra all’interno di un insieme sistematico. Il linguaggio, come sistema di differenze, è l’espressione archetipica di questa interconnessione simbolica» (Laclau 2008, pp. 102 e ss). Se questo sistema assorbisse in sé, soddisfandole, tutte le domande sociali, avremmo una società organica, pacificata e trasparente a se stessa cioè una totalità suturata. Questo sarebbe possibile solo se questa logica differenziale e relazionale non avesse limitazione alcuna e andasse a fissare tutti gli elementi fluttuanti del campo discorsivo in un unico discorso, quello appunto istituzionale. In realtà le limitazioni sono due. La prima, come già visto, non è di natura extra-discorsiva, ma è legata ad un esterno discorsivo, a sua volta costituito da altri discorsi, che impediscono a ogni identità di completarsi, di costituirsi pienamente. La seconda è data da una particolare articolazione discorsiva, l’antagonismo, che non è né un opposizione reale tra cose né una contraddizione tra concetti ma ciò che mette in discussione il sistema delle differenze in quanto tale: «se il linguaggio è un sistema di differenze, l’antagonismo rappresenta il fallimento della differenza: in questo senso si situa all’interno dei limiti del linguaggio e può esistere solo come sua interruzione […] L’antagonismo sfugge alla possibilità di essere afferrato attraverso il linguaggio, visto che il linguaggio esiste solamente come tentativo di fissare quello che l’antagonismo sovverte» (Laclau-Mouffe 2011, p. 202). L’antagonismo funziona secondo la logica dell’equivalenza la quale tende a dicotomizzare il campo discorsivo creando un fronte antagonista che non risulta mai completamente stabile: «proprio come la logica della differenza non riesce mai a costituire uno spazio pienamente suturato, così non ci riesce nemmeno la logica dell’equivalenza. La dissoluzione del carattere differenziale delle posizioni degli agenti sociali tramite la condensazione equivalenziale non è mai completa» (Laclau-Mouffe 2011, p. 207).
Ricapitolando, la costruzione del sociale si può dare:
-
Secondo la logica della differenza, ovvero attraverso l’affermazione di tante domande particolari isolate che vengono integrate organicamente nel sistema differenziale/istituzionale esistente, che non traccia una frontiera antagonistica
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Secondo la logica dell’equivalenza, ovvero attraverso un parziale venir meno della particolarità di alcune domande, alla luce di un’accentuazione di ciò che tutte le particolarità condividono in maniera equivalenziale (la loro opposizione al sistema), che traccia una frontiera antagonistica (*).
Dunque, il sociale è il luogo della tensione irriducibile tra queste due logiche, laddove ogni identità sociale che andrà a costituirsi al suo interno, risulta frutto di un determinato discorso1. Si possono distinguere due tipi di discorso:
un discorso istituzionalista, che si sforza di far coincidere i limiti della formazione discorsiva coi limiti della comunità. Privilegia la logica della differenza all’interno di uno spazio comunitario omogeneo, ad esempio la nazione, in cui tutte le differenze sono considerate ugualmente valide.
un discorso populista, che crea una frontiera di esclusione che divide la società in due campi. Esso tende a privilegiare la logica dell’equivalenza. Il popolo in questo caso è qualcosa di meno della totalità dei membri di una comunità: è una componente parziale (una plebs ovvero i sottoprivilegiati) che aspira egemonicamente a essere considerata l’unica totalità legittima (il populus ovvero il corpo di tutti i cittadini). Una parte si identifica col tutto (sineddoche), ad esempio “Tutto il potere ai Soviet”. In questo caso la frontiera antagonistica (*) produce un campo sociale non più omogeneo ma fratturato, che non può essere ricomposto da una logica dialettica.
E’ quindi con Gramsci che l’articolazione delle due istanze di particolarità (la plebs) e universalità astratta (il populus) diventa pensabile, laddove il populus può esistere solo se si incarna in una plebs: «non c’è universalità che operi come pura universalità, c’è solo universalizzazione relativa prodotta dall’espandersi della catena equivalenziale attorno a un nucleo particolaristico. La nozione gramsciana di ‘guerra di posizione‘ esprime esattamente ciò» (Laclau 2010, p. 208).
Laclau sottolinea inoltre come tra un populismo di sinistra e un populismo di destra esista una zona grigia che può essere attraversata in entrambe le direzioni. Questo perchè, nella costruzione discorsiva della divisione sociale, vanno distinte una funzione ontologica e un contenuto ontico3. Poichè la relazione tra questi due è indeterminata, può accadere che la funzione ontologica (es. il bisogno di un voto di protesta radicale, di esprimere la divisione sociale) venga svolta da contenuti ontici, ovvero da significanti, di segno politico diametralmente opposto4.
5. Il significante vuoto.
La divisione del campo sociale in due fronti nel populismo presuppone la presenza di alcuni significanti2 privilegiati che condensano in sé il significato di un intero fronte antagonistico (i nemici: il regime, l’oligarchia, l’1% ecc., gli oppressi: il popolo, la nazione, la maggioranza silenziosa, il 99% ecc.).
I rapporti equivalenziali non possono spingersi oltre un vago sentimento di solidarietà se non si cristallizzano in un’identità discorsiva, se non si condensano in una precisa identità popolare, composta di parole e immagini, che faccia riferimento alla catena equivalenziale come una totalità. Il denominatore comune che permetterà questo sarà una domanda individuale che, per ragioni circostanziali acquisirà una certa centralità:
D1: una delle domande diventa il significante dell’intera catena (significante vuoto)
Questa domanda, pur restando particolare, diventerà però il significante della catena totale delle domande equivalenziali. Ad esempio dopo il 1989, per un breve periodo, nei paesi dell’Europa dell’Est, il «mercato» significò qualcosa di più di uno strumento economico, tenendo assieme attraverso i suoi legami equivalenziali, contenuti come la fine dello stato burocratico, le libertà civili, la pace con l’Occidente ecc.). Più estesa sarà la catena, meno questo significante sarà ancorato alla sua originaria domanda particolaristica. La funzione di rappresentare la relativa «universalità» della catena prevarrà su quella di esprimere il particolare reclamo che è il portatore materiale di quella funzione. L’identità popolare, insomma, funzionerà tendenzialmente come un significante vuoto. La funzione significativa di termini come giustizia, uguaglianza, libertà, ad esempio, non è quello di esprimere un contenuto positivo, definibile concettualmente, ma quello di «fungere da nomi di una pienezza che è costitutivamente assente. È perché non esiste situazione umana in cui non ci sia qualcosa di ingiusto che un termine come “giustizia” è per noi dotato di senso. Giacché nomina una pienezza indifferenziata, questo termine non ha nessun contenuto concettuale positivo: non si tratta di un termine astratto, dunque, ma vuoto». Nella rivoluzione russa del 1917 le domande sociali di pane, pace e terra persero la loro particolarità, la loro concretezza per diventare significanti vuoti nei quali si potevano riconoscere proteste che non avevano nulla a che fare con queste tre domande. Ciò è paragonabile al processo di condensazione del sogno, nel quale l’immagine del contenuto manifesto non significa qualcosa in sé, ma è l’espressione sovradeterminata di una pluralità di pensieri inconsci condensati da quella singola immagine. Lo stesso carattere vuoto dei significanti che «danno unità o coerenza al fronte popolare non è il frutto di un sottosviluppo ideologico o politico; esprime semmai il fatto che ogni unificazione populista ha luogo su un terreno sociale radicalmente eterogeneo» (Laclau 2008, pp. 92, 93). Donde la vaghezza e l’imprecisione che sono iscritte nella natura stessa del politico.
E’ importante poi considerare che ciò che tiene assieme la catena equivalenziale non è un’unità precedente alla nominazione del significante vuoto ma che questa unità è data in modo performativo dallo stesso significante vuoto.
Per Laclau, sulla scorta di Slavoj Žižek e prima di lui di Jacques Lacan, è il nome stesso, il significante, a supportare l’identità dell’oggetto. Non si tratta di una teoria della designazione in cui il referente sia dato semplicemente per assodato, ma di una teoria della produttività della nominazione, della sua dimensione performativa, in cui la nominazione stessa produce retroattivamente l’oggetto5. Il punto di capitone è quel punto nodale che determina l’unità di una formazione discorsiva e che non ha una sua identità positiva. Esso non è la parola più significativa nella quale si condensi tutta l’ampiezza di significato del campo che essa trapunta. E’ la parola che, «in quanto parola, a livello del significante stesso, unifica un dato campo, ne costituisce l’dentità e l’unità […] si consideri la famosa pubblicità delle Marlboro, l’immagine del cowboy abbronzato, le vaste praterie e così via; tutto questo “connota” naturalmente una certa immagine dell’America (una terra di persone dure e irreprensibili, di orizzonti senza limite…), ma l’effetto di trapuntatura (il punto di capitone ) avviene solo quando ha luogo una specie di capovolgimento; non avviene fino a che i “veri” Americani cominciano a identificarsi (nella loro ideologica esperienza di sé) con l’immagine creata dalla pubblicità delle Marlboro, finché l’America stessa non è vissuta come “the Marlboro country”» (Žižek 2014, p. 127).
Dunque, il significante vuoto è qualcosa di più dell’immagine di una totalità già data: è ciò che costituisce quella totalità. La costruzione di un popolo è «l’unico caso che ci riveli la rappresentazione per ciò che essa è: il terreno primario di costituzione dell’oggettività sociale» (Laclau 2008, p. 155). Qui, ciò che viene rappresentato non esiste come un oggetto già prima e a prescindere dal processo rappresentativo. La rappresentazione diviene ontologicamente primaria, in quanto sono i nomi a costituire retrospettivamente l’unità dell’oggetto. Se dunque l’unità dei soggetti popolari è data a un livello nominale e non concettuale, i soggetti popolari come «assemblaggio di elementi eterogenei tenuto assieme in maniera equivalenziale solo da un nome», sono sempre delle singolarità. La conseguenza per Laclau è che se la forma estrema della singolarità è l’individualità, ciò non può che condurre all’identificazione dell’unità del gruppo con il nome del capo. Laddove capo non va inteso hobbesianamente come il sovrano di un governo effettivo, ma come quel nome che permette la costituzione di una totalità significante, che non conduce necessariamente al primo: «Il ruolo di Nelson Mandela come simbolo della nazione fu compatibile, ad esempio, con un grande pluralismo all’interno del suo movimento. In ogni caso, però, l’unificazione simbolica del gruppo attorno a un’individualità- e qui sono d’accordo con Freud- è congiunta alla formazione di un popolo» (Laclau 2008, pp. 94, 95).
Possiamo sintetizzare l’approccio di Laclau al populismo e quindi al politico in questo modo:
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L’emergenza del popolo richiede il passaggio attraverso equivalenze, da domande particolari e isolate, a una domanda globale che porta con sé la costruzione di frontiere e di un’articolazione discorsiva del potere come forza antagonistica.
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Questo passaggio non può però essere colto da una semplice analisi delle domande isolate e visto che non può darsi alcuna transizione dialettica da un livello all’altro, deve necessariamente intervenire qualcosa di qualitativamente diverso, che appartiene alla dimensione dell’affetto: l’investimento radicale.
Le formazioni discorsive o egemoniche sarebbero indecifrabili senza la componente affettiva. Esiste infatti una stretta relazione tra la significazione e l’affetto, laddove la prima non può risolversi nella discretizzazione formale del linguaggio e il secondo non può darsi se non attraverso l’investimento di una catena significante.
6. Psicoanalisi e teoria politica.
Ritornando su di un terreno più propriamente psicoanalitico va ripetuto che a livello primordiale esiste un godimento (Jouissance) che è assoluto ed è legato alla diade madre/bambino. Questo godimento pieno, nominato come la Cosa (das Ding), è ciò che attraverso il marchio del significante (il linguaggio, la cultura ecc.) viene a perdersi. O meglio a perdersi ma allo stesso tempo a conservarsi in quelli che Freud chiama oggetti parziali. In questi oggetti parziali (objets petit a per Lacan) rimane una traccia di questo godimento primordiale assoluto. Laclau pensa che le categorie psicoanalitiche appartengano al campo di quella che si può definire una ontologia generale: «la mitica totalità della diade madre/figlio corrisponde alla pienezza irrealizzabile» di una società in cui si dia la soddisfazione esaustiva di tutte le possibili domande sociali. «L’aspirazione alla pienezza o integrità non scompare definitivamente, ma viene trasferita a oggetti parziali che sono gli oggetti delle pulsioni. In termini politici è esattamente ciò che abbiamo indicato come relazione egemonica: una certa particolarità assume il ruolo di un’universalità impossibile […] L’intero sarà sempre incarnato da una parte: non c’è universalità che non sia egemonica […] Gramsci formulò la questione politica in termini simili: quale forza sociale diventi la rappresentazione egemonica della società come un tutto è deciso ogni volta da una lotta contingente; ma una volta che una particolare forza sociale sia divenuta egemonica, essa rimarrà tale per un intero periodo storico. Con ciò, abbiamo raggiunto una spiegazione esauriente di ciò che significa investimento radicale: rendere un oggetto l’incarnazione di una pienezza mitica» (Laclau 2008, pp. 108, 109), laddove l’affetto (il godimento) è l’essenza stessa dell’investimento. Si tratta della stessa scoperta fatta in due campi diversi, quelli della psicoanalisi e della teoria politica:
in psicoanalisi: «essendo la pienezza della madre primordiale un oggetto puramente mitico, non è possibile agguantare la jouissance se non attraverso l’investimento radicale di un objet petit a»;
nella teoria politica: «nessuna pienezza sociale è raggiungibile se non attraverso l’egemonia. E l’egemonia non è altro che l’investimento, in un oggetto parziale, di una pienezza (una società pienamente pacificata) sempre sfuggente perché puramente mitica» (Laclau 2008, p. 109).
Riassumendo: se l’incompletezza strutturale di A riverbera nel soggetto, lasciando ristagnare in quest’ultimo un resto di Reale (oggetto piccolo (a)), altrettanto si può dire accada nel campo sociale. La situazione mitica di un godimento primordiale incarnato dalla pienezza irrecuperabile di Das Ding, corrisponde secondo Laclau alla completa realizzazione, impossibile da raggiungere, di una società in cui ogni possibile richiesta sociale venga pienamente soddisfatta. E come l’oggetto piccolo (a) incarna il resto di questo godimento primordiale, lasciato dal taglio simbolico operato dal linguaggio, resto che diviene la causa del desiderio, ovvero del tentativo, sempre fallito, di raggiungere la jouissance della condizione di Das Ding, analogamente le specifiche entità simboliche presenti nella società, si trasformano in rappresentazioni di una pienezza mitica e irrealizzabile, propria di una società completamente armoniosa. Questo processo, definito da Laclau come investimento radicale, permette a un elemento particolare di assumere il ruolo di rappresentazione di una Totalità che, tuttavia, rimane intrinsecamente irraggiungibile.
L’egemonia è resa possibile dal carattere aperto e incompleto del sociale perchè, «in un sistema chiuso di identità relazionali, nel quale il significato di ogni momento è assolutamente fissato, non c’è posto per alcuna pratica egemonica […] Le pratiche egemoniche sono suturanti nella misura in cui il loro campo operativo è determinato dall’apertura del sociale, dal carattere essenzialmente non fisso di ogni significante» (Laclau-Mouffe 2011, p. 213 e ss).
Nella tradizione marxista, Gramsci rappresenta un punto di svolta epistemologica: mentre il marxismo classico aspirava ad accedere a una totalità chiusa e coerente, determinata in ultima istanza dall’economia, l’approccio egemonico introduce una rottura netta con questa visione essenzialista della società. Qui, l’unico orizzonte totalizzante possibile emerge da una parzialità (la forza egemonica), che si pone come rappresentazione di una totalità mitica. Utilizzando la terminologia lacaniana, un oggetto assume il ruolo e il valore della Cosa.
Da tutto ciò si può concludere che il populismo non può esistere senza un investimento affettivo legato a un oggetto parziale. Se una società fosse in grado di creare un ordine istituzionale capace di soddisfare tutte le domande attraverso i propri meccanismi interni, non ci sarebbe spazio né per il populismo né per la politica. La necessità di “costruire un popolo” emerge solo quando questa pienezza non viene raggiunta e gli oggetti parziali presenti nella società (come obiettivi, figure o simboli) ricevono un investimento emotivo tale da rappresentare la mancanza di questa completezza. Perciò, l’aspetto affettivo risulta essere un elemento cruciale.
7. Il significante fluttuante.
Tornando all’ultimo diagramma, se esso è utile per presentare la categoria di significante vuoto, che concerne la costruzione di un’identità popolare, una volta data per assodata la presenza di una frontiera stabile, allo stesso tempo risulta una semplificazione, in quanto presenta una frontiera interna che rimane sempre la stessa, cosa questa poco realistica. La frontiera, in realtà, è soggetta a spostamenti e per questa ragione Laclau introduce un secondo diagramma e con esso la categoria di significante fluttuante, con cui tenta di afferrare concettualmente la logica degli spostamenti di questa frontiera:
In questo modello, la divisione dicotomica non scompare del tutto, ma viene attenuata poiché il sistema stesso (il regime oppressivo dello Zar nell’esempio di Laclau) assume una posizione egemonica. Esso cerca di disgregare la catena equivalenziale che unisce il fronte popolare, creando una nuova catena equivalenziale in cui alcune richieste del popolo vengono incorporate e rielaborate all’interno di connessioni completamente diverse (linea a, b, c). Queste domande saranno influenzate dalla pressione esercitata da progetti egemonici concorrenti. Di conseguenza, emergono due approcci antagonisti per costituire il “popolo” come attore storico. In questo contesto, il significato di una domanda specifica (D1) diventa indefinito, poiché conteso da frontiere equivalenziali differenti e in competizione. Laclau definisce significanti fluttuanti quei termini il cui significato, in situazioni simili, rimane in sospeso. La stabilizzazione del significato di D1 dipenderà dall’esito della contesa egemonica. Come esempio di significante fluttuante potremmo prendere il reddito di cittadinanza, calamitato com’è stato negli anni scorsi, da fronti egemonici antagonisti. Quello del PD come forza politica di governo che tentava di sussumerlo in una logica differenziale e quelli del PD e di FI come partiti in competizione elettorale che tentavano di inglobarlo nelle rispettive catene equivalenziali attribuendogli significati diversi. Tutti tentativi che perseguivano lo scopo di indebolire il fronte popolare del M5S, il quale una volta al governo, partorì un topolino che aveva solo qualche timida somiglianza con il reddito di cittadinanza, come era stato pensato originariamente dal movimento.
8. Eterogeneità e antagonismo sociale.
A questo punto è necessario introdurre un’ulteriore categoria per spiegare come si origina l’antagonismo sociale: quella di eterogeneità sociale. L’omogeneità sociale rappresenta la cornice simbolica che struttura una società, ovvero ciò che abbiamo definito come logica della differenza. In questo contesto, tutte le differenze si sostengono reciprocamente e si riferiscono le une alle altre all’interno di un sistema coerente (il linguaggio ne è l’archetipo). Come già visto, una prima eterogeneità emerge quando una domanda sociale specifica non può essere soddisfatta all’interno di quel sistema. L’eterogeneo, quindi, è ciò che non trova una posizione differenziale all’interno dell’ordine simbolico esistente.
Il diagramma 2 illustra uno spazio saturato, in cui tutte le entità sociali trovano una rappresentazione e una chiara linea di confine separa due fronti antagonisti, entrambi i quali condividono lo stesso spazio rappresentativo. In questo contesto, il fronte antagonista (Zs) rappresenta il lato negativo di un’identità popolare che, senza questa opposizione, non potrebbe nemmeno esistere. In realtà un campo della rappresentazione saturo non può darsi, in quanto esso non in grado strutturalmente di ricoprire tutto il “Reale”6. È a causa di ciò che possono esserci in esso elementi irrappresentabili, eterogenei, ovvero questo campo è «sempre screziato da un “Reale” eterogeneo che non può dominare simbolicamente».
Quindi affinchè s’inneschi un antagonismo sociale che non sia una mera contraddizione logica, riducibile all’interno dello stesso campo di rappresentazione, è necessaria «un’esteriorità non solo rispetto a qualcosa d’interno alla rappresentazione, ma anche rispetto allo spazio della rappresentazione in quanto tale. Chiamerò questo tipo di esteriorità eterogeneità sociale. L’ “eterogeneità“, così concepita, non è una differenza. Due entità, per essere differenti, hanno bisogno di uno spazio all’interno del quale la loro differenza sia rappresentabile, mentre ciò che ho appena chiamato eterogeneità presuppone proprio l’assenza di questo spazio comune […] Le domande m e n (diagramma 4) risultano eterogenee nel senso che non possono trovare una collocazione strutturale all’interno di uno dei due fronti antagonistici» (Laclau 2008, pp. 132, 133).
L’eterogeneità di cui parla Laclau fa cadere la rigida separazione tra interno ed esterno perchè «nulla è del tutto interno o del tutto esterno» ma è estimo, come scriveva Lacan. L’esterno è in realtà interno allo stesso campo della rappresentazione, allo stesso campo della discorsività e lo rende non omogeneo, non suturato. Questa faglia che si apre nel campo della rappresentazione, nel campo del simbolico e che alimenta l’antagonismo sociale, è un altro modo di nominare il Reale inteso come la pietra d’inciampo della simbolizzazione, come il nocciolo duro che resiste alla simbolizzazione e che impedisce la chiusura dello stesso campo sociale. A conferma di ciò Žižek scrive: “il reale (l’antagonismo) è inerente al simbolico (al sistema delle differenze), non all’Al-di-là trascendentale che il processo di significazione cerca di afferrare invano: nel caso dell’antagonismo reale, l’opposizione esterna è sempre interna; l’opposizione antagonistica di B ad A impedisce ad A di realizzare la sua piena auto-identificazione, la tronca dall’interno» (Žižek 2004, p. 270).
Le forze sociali non sono entità omogenee come le classi di Marx, ma un aggregato di elementi eterogenei tenuti assieme da un’articolazione politica. Quest’ultima quindi non è soltanto l’espressione di un movimento più profondo ma è costitutiva e fondante. L’articolazione politica è un momento assolutamente costitutivo del legame sociale.
La resistenza dell’operaio allo sfruttamento da parte del capitalista dipenderà esclusivamente dal modo in cui l’operaio reale, nella sua concreta esperienza, si forma e si definisce, non da una semplice determinazione concettuale. Questo implica che l’antagonismo non è intrinseco ai rapporti di produzione stessi, ma si manifesta piuttosto nel confronto tra i rapporti di produzione e un’identità esterna (eterogenea) da essi. Pertanto, negli antagonismi sociali ci troviamo di fronte a un’eterogeneità che non può essere ricondotta né integrata attraverso un processo dialettico (l’opposizione A-B non potrà mai diventare A-non A)7. Senza l’eterogeneità non potrebbe esistere l’antagonismo. I punti di resistenza si trovano sempre al di fuori dello spazio discorsivo omogeneo e dialettico in cui si confrontano le forze antagoniste. Non esiste inoltre alcun punto di rottura o contestazione che possa essere considerato privilegiato in modo assoluto o definito a priori. Non vi è alcun motivo per cui le lotte che si svolgono all’interno dei rapporti di produzione debbano necessariamente rappresentare i punti centrali di una lotta anticapitalistica globale. Un capitalismo globalizzato genera una moltitudine di punti di crisi e antagonismo, come le emergenze ecologiche, gli squilibri economici, l’alta disoccupazione e altri fenomeni. Solo una sovradeterminazione di questa varietà di conflitti antagonisti può dar vita a soggetti anticapitalistici globali in grado di affrontare efficacemente il sistema dominante. Come dimostra la storia, non è possibile prevedere in anticipo chi saranno gli attori egemonici di questa lotta. Non vi è alcuna certezza che saranno gli operai. L’unica cosa certa è che saranno coloro che si trovano ai margini del sistema: gli esclusi, gli emarginati, i reietti e gli elementi eterogenei.
Quindi «il “popolo” sarà sempre qualcosa di più di una pura opposizione al potere. C’è un Reale del “popolo” che resiste a ogni integrazione simbolica […] Il “popolo” lungi dall’avere quella natura omogenea che solitamente ha una classe sociale (definita dalla sua precisa localizzazione nei rapporti di produzione) è l’articolazione di una pluralità di punti di rottura (Laclau 2008, p. 115, 144). Se la costruzione di un popolo è l’atto politico per eccellenza, che travalica la semplice amministrazione dentro una «stabile cornice istituzionale», le condizioni alla base del populismo che abbiamo delineato, ovvero «la costruzione egemonica di frontiere antagonistiche all’interno del sociale e l’appello a nuovi soggetti di cambiamento sociale – tutto ciò implicando la produzione di significanti vuoti per unificare una molteplicità di domande eterogenee in catene equivalenziali», sono le stesse del politico. Nell’accezione che Laclau dà al termine populismo, «non c’è intervento politico che non sia in qualche misura populista anzi, è lo stesso politico a essere sinonimo di populismo».
Se le frontiere antagonistiche sono instabili e in continuo spostamento (significanti fluttuanti), questo dà vita ad un nuovo gioco egemonico: «ogni nuovo popolo richiederà la ri-costituzione di uno spazio di rappresentazione attraverso la costruzione di una nuova frontiera» (Laclau 2008, pp. 145, 146). Ma non tutti i progetti politici sono populisti nella stessa misura, questo dipende dall’ampiezza della catena equivalenziale che unifica le domande sociali.
Il populismo, ovvero «l’emergenza del popolo», dipende quindi da 3 elementi:
-
rapporti equivalenziali rappresentati egemonicamente da significanti vuoti
-
spostamenti delle frontiere interne attraverso la produzione di significanti fluttuanti
-
un’eterogeneità strutturale che rende impossibile qualunque ricopertura simbolica o sutura dialettica, con l’assegnazione di ruolo centrale all’articolazione politica
La costruzione di un popolo si rivela la conditio sine qua non per garantire lo stesso funzionamento democratico dei sistemi rappresentativi contemporanei. L’identità del popolo non è fissata una volta per tutte ma è stabilita, ogni volta, cambiando le catene equivalenziali. Questo significa che non esiste un’oggettività del «popolo» in quanto tale, ma che il «popolo» viene ri-costruito, ovvero ri-significato di volta in volta, nella lotta per l’egemonia tra i diversi populismi antagonisti. Si deve però aggiungere che un appello populista si può dare e trovare riscontro solo a un certo livello di crisi (di rappresentanza) del sistema istituzionale. Senza la crisi e l’instabilità politica nella Repubblica di Weimar degli anni ’30, Hitler sarebbe rimasto il capo di una minoranza.
Laclau fa una ulteriore distinzione tra significante tendenzialmente vuoto e interamente vuoto. Quello di Solidarność è stato un esempio di significante tendenzialmente vuoto in quanto le sue domande proprie, pur andando a rappresentare una catena equivalenziale più ampia, sono rimaste ancorate a un certo contenuto programmatico. Ed è stato questo legame che ha fatto in modo che gli anelli della catena avessero, nella loro particolarità, una certa coerenza tra loro.
Il nome Movimento 5 Stelle (M5S) è un caso paradigmatico di significante interamente vuoto. Si tratta di un significante de-contestualizzato, al quale corrisponde un grado zero di significato politico. Il M5S nasce utilizzando significanti privilegiati quali onestà, casta, cittadini ecc. Lo spettro di significati che può abbracciare è tendenzialmente molto vasto. Infatti gli anelli della catena equivalenziale, ovvero le domande particolari che esso aggrega, non hanno bisogno di allinearsi gli uni agli altri con una qualche coerenza: neoliberista in economia ma a favore in qualche misura di un reddito di cittadinanza, diventa poi neokeynesiano, elogia l’abusivismo di necessità ma allo stesso tempo è per la difesa dell’ambiente, si proclama né di destra né di sinistra ecc. Possono essere assemblati i contenuti più contradditori finchè tiene la subordinazione di tutti al significante vuoto. Se l’amore per il capo, per il leader, è stata la condizione di un consolidamento del legame sociale (cosa questa sviluppatasi attraverso i meet up), questa, fino a un certo momento è sembrata essere la situazione estrema in cui l’amore per il padre Beppe Grillo, rappresentasse l’unico legame tra i fratelli. Cosa che rendeva l’unità del popolo grillino estremamente fragile. Da un lato il potenziale antagonismo tra domande contradditorie poteva esplodere in qualsiasi momento, dall’altro un amore per un leader che non si cristallizzi in una qualche forma di regolarità istituzionale, in termini psicoanalitici: un ideale dell’Io che non sia parzialmente introiettato da Io ordinari, può originare solo identità popolari transitorie. Un altro aspetto della logica populista che il M5S ha incarnato perfettamente è quello di aver creato un fronte antagonistico compatto contro l’intero panorama dei partiti politici esistenti, sottraendosi a qualunque dialogo, confronto e compromesso. Inoltre, come ogni movimento populista il M5S è nato sullo sfondo di una crisi di rappresentanza e di un assetto istituzionale in via di disfacimento. L’aspetto problematico per il M5S è stato il suo passaggio dalla logica dell’equivalenza alla logica della differenza, questo una volta che, assumendo incarichi di governo, è entrato all’interno delle strutture istituzionali. Fatto che lo ha obbligato a superare la divisione dicotomica dello spettro politico con la creazione di uno spazio differenziale pienamente integrato in un discorso istituzionalista. Con la conseguenza di una rottura della catena equivalenziale, che venendo ad accorciarsi, ha portato a un dimezzamento del numero di voti per il M5S. Oggi, dopo un periodo di governo e uno ben più lungo di presenza parlamentare, il M5S, ridimensionato nei numeri, è entrato completamente nella logica istituzionale differenziale, avendo assunto una certa identità politica, nei fatti se non nelle parole, che lo rappresentano sempre né di destra né di sinistra. Lo stesso significante M5s, dopo diversi anni di esposizione semiotico politica, ha assunto una configurazione tendenzialmente vuota, la quale sovradetermina ora una serie di contenuti programmatici più vicini e coerenti tra loro. Potremmo aggiungere che anche il significante Lega, con la mutazione lepenista intervenuta nel partito, è diventato un significante tendenzialmente vuoto, non più radicato in un territorio determinato (la Padania) ma che ambisce ad essere rappresentativo dell’intera nazione.
Riassumendo: la politica è il tentativo impossibile di costruire la società, di superare l’incompletezza di A, di operare una sutura definitiva del campo sociale ovvero di eliminare quell’antagonismo che gli è consustanziale. E questo tentativo sempre fallito perchè impossibile, è ciò che permette storicamente l’avvicendarsi degli attori politici al potere. Quando infatti il sistema di potere non è più in grado di soddisfare alcune domande sociali, assorbendole e soddisfacendole isolatamente al suo interno, c’è la possibilità che il loro accumulo generi un fronte antagonista che, se nasce da quella che abbiamo chiamato eterogeneità radicale, può scompaginare il suo assetto. Ma perchè ciò possa accadere, perchè si possano aggregare domande sociali eterogenee andando a costituire un’identità particolare che abbia l’ambizione egemonica di porsi come totalità, c’è bisogno di un atto politico, ovvero di un atto linguistico performativo. Se le frasi, secondo Lacan, vengono cucite attraverso significanti particolari che egli chiama punti di capitone, il discorso politico antagonista verrà cucito attraverso punti nodali in grado di creare, apre coup, l’unità di una catena di significanti sociali eterogenei. Un’unità che prima della nominazione di questo punto nodale, di questo significante vuoto, come lo chiama Laclau, non esiste in quanto viene creata retroattivamente attraverso l’atto performativo dello stesso significante vuoto.
9. Oltre i limiti e le paure dell’oggi.
Dando uno sguardo sull’oggi, le ragioni per cui l’insieme di gruppi, movimenti e associazioni che nel nostro paese esprimono le più diverse domande sociali, lasciate puntualmente insoddisfatte dalle istituzioni, non riesca a creare un’articolazione politica in grado di generare un’unico fronte antagonista, sono abbastanza chiare. Al di là di una solidarietà di fondo tra tutte queste lotte disseminate sul territorio, e di un loro comune riconoscimento di quale sia il fronte antagonista, nessuna di loro è in grado di perdere un po’ della sua specificità, per incarnare quel significante vuoto necessario a far da collante di una catena equivalenziale che tutte le unisca. Finchè queste domande rimarranno isolate, qualcuna di esse potrà anche venire soddisfatta a livello istituzionale, il quale la ingloberà nella sua logica differenziale, quando ciò sia ad esso funzionale, ma la stragrande maggioranza di esse continuerà a non esserlo. In ogni caso non ci sarà il benchè minimo mutamento del registro sistemico e della logica differenziale che lo governa.
C’è anche ‘ipotesi più preoccupante,che è quella di non vivere più in un universo sociale e politico di tipo nevrotico, come quello descritto da Laclau, dove il punto di capitone in qualche modo tiene ancora. Sarebbe questo il caso di una destrutturazione del campo simbolico che aprirebbe le porte ad un’emergenza psicotica sociale. Ricordiamo che il discorso dello psicotico, nel quale nessun significato è in grado di fissarsi, è una vera e propriainsalata di paroleche si legano tra loro secondo una logica soggettiva delirante, che chiude a ogni forma di condivisione e socialità. Sembra che oggi il campo sociale si trovi immerso in una Babele di significanti fluttuanti, non più in grado di legarsi tra loro lungo direttrici almeno parzialmente e temporaneamente stabili. Un campo che tende a venireassorbito in un universo immaginario, che tenta di compensare la strutturale mancanza del Simbolico, rafforzando in questo modo l’urto di un Reale non simbolizzato. Un campo infine dove ogni discorso divora incessantemente l’altro e i flussi di significanti sono soggetti a una obsolescenza accelerata che non permette una loro fissazione, condizione questa, perché si creino concrezioni significative in grado di produrre dis-continuità ri-generative di senso. Se queste sono le condizioni nelle quali si trova oggi il campo sociale, qualcuno potrebbero leggerle come prodromi di una sua conclamata trasformazione psicotica.
Di contro a questo presente distopico, è necessario moltiplicare i conflitti sul territorio e in rete, insistendo e allargando le faglie che attraversano il sistema, per creare un fronte intergenerazionale antagonista, nel quale l’eterogeneità delle diverse domande popolari insoddisfatte, venga sussunta da significanti guida, in grado di iscriversi nei corpi e nelle menti dei partecipanti, ovvero di arruolare la forza più potente a loro disposizione, quella degli affetti e di un sentire comune. Di fronte al pericolo che alla proliferazione di domande particolari insoddisfatte, venga impedito di legarsi in una catena equivalenziale ampia, assorbendo la particolarità di ognuna nel sistema dominante, «il compito principale della Sinistra è quello di costruire dei linguaggi in grado di fornire elementi di universalità che rendano possibile l’instaurarsi di legami equivalenziali» (Laclau 2010, p. 209), a differenza di quanto fatto in questi anni, con un politica orientata difensivamente alla soluzione di problemi particolari, «rinunciando a un pensiero strategico su prospettive più globali di cambiamento» (Laclau 2010, p. 291). Sottolineando che senza una rappresentazione in grado di costruire un nuovo immaginario sociale, non può darsi alcuna egemonia e che il compito di un discorso nuovo, guidato da significanti ad ampio spettro significativo, è sempre quello di essere gramscianamente un veicolo di universalizzazione e quindi di emancipazione. Un “discorso universale espansivo”, che operando egemonicamente a partire dall’enorme diffusione di particolarismi registrata in questi anni, sappia trovare minimi comuni denominatori significanti, in grado di allargare il più possibile le catene equivalenziali, per farvi rientrare il maggior numero di tali domande particolari.
10. Conclusioni.
Oggi i populismi di destra stanno diventando egemoni quasi ovunque, al di qua e al di là dell’Atlantico. Le mancate promesse delle democrazie liberali hanno fatto crescere il numero di paesi sovranisti nei quali si instaurano democrazie autoritarie (democrature) e autoritarismi veri e propri. I populismi di destra ovviamente continuano a fare gli interessi delle élites economiche locali e globali di contro a quelli delle plebis, arrivando oggi a tessere ideologicamente un’Internazionale Nera che trova nel capo della Casa Bianca e nel suo co-presidente tecno-miliardario, rispettivamente il suo leader e la sua mente nonchè megafono. In questa situazione di svantaggio egemonico per la costellazione di valori che afferisce al significante Sinistra, risulta necessario interrogarsi in profondità sulle ragioni per cui gli esperimenti populisti di sinistra siano falliti o alla meno peggio siano stati normalizzati. Considerando che a un’Internazionale Nera non potrà contrapporsi che un’Internazionale Rossa, la quale sappia trovare significanti adatti a rappresentare bisogni e interessi di quanti sono diventati ingenua preda della prima e di quanti non votano più, non vedendo alcuna differenza in termini di diritti sociali tra l’uno e l’altro dei due colori politici.
I significanti da veicolare dovranno essere radicali nella misura in cui è radicalmente ostile la realtà che abbiamo costruito. Altrettanto dovranno essere i relativi valori, tali da permettere un salto quantico in una dimensione Altra nella quale il conflitto, strutturalmente ineliminabile, sarà agito solo secondo modalità sublimate. Le stesse azioni dovranno essere radicali nella direzione di un superamento dell’antropocentrismo, dell’economicismo, del produttivismo, dello sviluppismo, della riduzione della natura e dell’altro da sé a fondo a disposizione e del sessismo. I significanti guida dovranno essere quelli di cura, sim-patia, biocentrismo, prodigalità, cooperazione, convivialità, condivisione, fecondità, rigenerazione, multivalorialità, singolarità, equità, dike, equilibrio, armonia, femminile, protezione, assistenza, decentramento, minus-io. Inoltre, se l’habitat nel quale oggi ci troviamo a vivere, diventa di giorno in giorno sempre più artificiale, con la diffusione planetaria di artefatti digitali ubiquitari e l’innervazione della superficie terrestre e dello spazio di infrastrutture tecnologiche e digitali, per creare una strategia politica antagonista al comando capitalista e alla marea nera, saranno necessarie anche azioni concrete nella direzione di forme di luddismo 4.0 e di ripresa del controllo delle infrastrutture tecnologiche nella direzione di un socialismo digitale che ne consenta un uso alternativo, con «percorsi e potenzialità che si aprano sul piano delle forme di soggettivazione di tipo antagonista che configurano quella che in via preliminare potremmo definire una “(contro)soggettività algoritmica” di rottura. L’algoritmo, infatti, se considerato non come un semplice artificio matematico o un oggetto autonomo, ma come la configurazione dinamica di forze sociali che lo plasmano, non si definisce come un’astrazione tecnica. Piuttosto, esso emana una soggettività “fisica” ben oltre sé stesso, interagendo e mutando di continuo a partire dalle interazioni sociali che costruisce e nelle quali è inserito (Into the black box, 2021, p. 36).
È importante poi che ogni fronte antagonista sappia resistere alle logiche differenziali che tendono a frammentarlo e a sussumerlo in un sistema istituzionale che lo porta verso la normalizzazione. Questo significa rimanere ancorati ai propri significanti guida, secondo una logica equivalenziale che proietti l’interesse della parte rappresentata sul Tutto, attraverso il progressivo allargamento della catena, a opera di una crescente egemonia valoriale. Ma prima di tutto ciò e di ogni forma di soggettivazione antagonistica, sarà necessaria l’iscrizione di significanti guida nella coscienza di ognuno, tali da trasformarne nel profondo la natura, nella direzione di una destituzione egoica, ovvero di un ridimensionamento dell’Ego, quale precondizione affinché antagonismo ed egemonia non si trasformino nell’ennesimo bagno di sangue di cui la storia ha da sempre dato testimonianza. È dal passato che dovremmo trovare le indicazioni su come non si possa che partire dai singoli per disegnare trame il cui ordito valoriale, comune a tutti gli esseri umani che abitano la terra, permetta allo stesso tempo l’espressione della loro diversità e singolarità individuale e collettiva.
Note
(1) Il Discorso non è qualcosa che sia limitato all’area del parlato e dello scritto ma una categoria con cui Laclau identifica il terreno primario per la costituzione dell’obiettività in quanto tale. E’ un complesso di elementi in cui le relazioni giocano un ruolo costitutivo. Questo significa che gli elementi non preesistono al complesso relazionale ma si costituiscono grazie a esso. Affonda le radici nella linguistica strutturalista di De Saussure secondo il quale, come già accennato, nel linguaggio non esistono termini positivi ma solo differenze. Qualcosa è ciò che è solo grazie alle sue relazioni differenziali con altro.
(2) Da de Saussure sappiamo che il segno è un elemento composto di due facce: la faccia del significato, ovvero del concetto, del carattere mentale del senso, e la faccia del significante, ovvero del valore fonetico, dell’immagine acustica/visiva tramite la quale il concetto può veicolarsi linguisticamente.
(3) Ontologico significa ciò che concerne gli aspetti essenziali dell’essere, ontico ciò che riguarda l’ente concreto, empirico.
(4) L’esempio che porta Laclau è questo: «Per tradizione c’è sempre stato in Francia un voto di protesta a sinistra, convogliato perlopiù nel Partito comunista, che ricopriva quella che Georges Lavau ha definito una «funzione tribunizia»: era la voce di chi era escluso dal sistema. Si trattava di un chiaro sforzo di creare e mantenere in vita un peuple de gauche (popolo di sinistra), basato sulla costruzione di una frontiera politica. Col collasso del comunismo e la formazione di un Centro in cui il Partito socialista e i suoi alleati non sembravano molto diversi dai Gaullisti, la divisione tra destra e sinistra si è fatta sempre più confusa e indistinta. Tuttavia, è rimasto il bisogno di un voto di protesta radicale e, non appena i significanti della sinistra hanno abbandonato il fronte della divisione sociale, questo è stato occupato dai significanti della destra. Il bisogno ontologico di esprimere la divisione sociale è stato più forte dell’attaccamento ontico alla discorsività della sinistra che, in ogni caso, non ha nemmeno tentato di proseguire su quella strada. Il che si è tradotto in un consistente spostamento di voti dal Partito comunista al Fronte nazionale» (Laclau 2008, p. 83).
(5) Ricordiamo che per Lacan l’identità di ciò che è designato non è fissata prima e a prescindere dal processo di nominazione ma l’identità e l’unità dell’oggettto sono per lui il frutto dell’operazione stessa di nominazione.
(6) L’insegnamento di Lacan distingue il concetto di realtà da quello di Reale. Tra di essi vi è un rapporto di totale eterogeneità. La realtà è il Reale coperto dal Simbolico. Quest’ultimo però non è strutturalmente in grado di effettuare una copertura totale del Reale. La realtà stessa sorge come una difesa dal Reale e dal suo carattere senza senso, scabroso e informe.
(7) Con questo si vuol dire che rimanendo all’interno di una logica di tipo dialettico si ha a che fare con una finta negazione, con un finto antagonismo in quanto l’istanza B che nega A, è in realtà non-A ovvero l’elemento negato, A, definisce l’identità di quello negante B, che non esisterebbe nemmeno senza A. E quando A e B si risolvono (Aufgehoben) in C, il primo viene riaffermato in un grado superiore di svolgimento. Il momento conflittuale, in questo caso, si rivela perciò solo parte di una sequenza dialettica concettualmente padroneggiabile, ovvero espressione di un processo soggiacente pienamente razionale.
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