Venezuela, il cortile di casa in fiamme

Petrolio, dottrina Trump e fine del diritto internazionale

Due cowboy sparano in un paesaggio lunare con sullo sfondo altri pianeti

img genrata da IA – dominio pubblico

di M. Sommella

C’è un’immagine che torna quando laria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: lorologio dellapocalisse. Il Doomsday Clock, lo strumento simbolico del Bulletin of the Atomic Scientists, nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folclore. È un termometro dellepoca: rischio nucleare, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti, erosione della fiducia e delle regole minime della convivenza internazionale. Quando la normalità” si sbriciola, ogni crisi locale smette di essere locale: diventa un precedente, un test, una prova generale.

La crepa, stavolta, si è aperta a Caracas.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, a Caracas, la cronaca ha cambiato natura. Esplosioni e sorvoli a bassa quota, blackout a intermittenza, panico nei quartieri, la sensazione fisica della vulnerabilità che entra nelle case. Le ricostruzioni iniziali hanno parlato di siti militari e infrastrutture strategiche colpite tra la capitale e larea costiera. Nel giro di poche ore, fonti statunitensi hanno rivendicato la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, trasferiti fuori dal paese e portati davanti a un tribunale federale negli Stati Uniti.

Qui bisogna fermarsi un attimo, perché la parola operazionerischia di anestetizzare la sostanza. Unazione militare su una capitale, accompagnata dal prelievo del capo dello Stato e dal suo trasferimento coercitivo in un altro paese, non è una missione mirata”. È un colpo di Stato dallalto: un golpe eseguito dallesterno, con laviazione e le forze speciali al posto dei generali locali. È la sovranità trattata come un dettaglio amministrativo. È il diritto internazionale ridotto a carta straccia quando intralcia linteresse imperiale. Ed è un messaggio al mondo: se si può rapire un presidente e processarlo come se fosse il sindaco di un distretto ribelle, allora ogni confine diventa opzionale e ogni garanzia revocabile.

Maduro, comparso in aula, ha parlato di rapimento e ha rivendicato la propria legittimità. Che si condivida o meno la sua linea politica non cambia il nucleo: qui non è in gioco lopinione su un governo, è in gioco la possibilità che la forza diventi norma. Quando la forza diventa norma, le regole non saltano: vengono riscritte. E il problema non resta confinato al Venezuela.

Per capire come si arriva a un salto così esplicito bisogna guardare la traiettoria, non listante. Caracas 2026 non cade dal cielo: si incastra in una genealogia lunga, antica e insieme modernissima, dove lAmerica Latina viene trattata come area di disciplina e proprietà.

La dottrina Monroe, due secoli dopo, in versione cortilee in versione 4.0

Nel 1823 la dottrina Monroe venne presentata come barriera contro le potenze europee: niente nuove colonizzazioni nel continente americano. Nella pratica storica, quel principio si trasformò in una licenza di intervento permanente: lemisfero occidentale come sfera dinfluenza esclusiva degli Stati Uniti. La formula cambia, il lessico si aggiorna, ma la sostanza resta impressionante: la sovranità altrui è tollerata finché non smentisce lordine del padrone.

Con Trump questa genealogia compie un salto di sincerità brutale. Il linguaggio non finge più di essere umanitario” o civilizzatore: parla da proprietario. La retorica non maschera più l’interesse, lo rivendica. E dentro questa logica il Venezuela è un nodo strategico, non un accidente morale: energia, rotte, alleanze alternative, multipolarismo, e soprattutto la possibilità – intollerabile per limpero che un paese del Sud del mondo provi a usare la ricchezza nazionale come leva sociale e non come rendita per le multinazionali.

È qui che cortile di casasmette di essere metafora e diventa programma. Ricostruzioni e dossier istituzionali hanno descritto negli ultimi anni una pressione crescente sul Venezuela fatta di sanzioni, misure finanziarie, enforcement navale, isolamento diplomatico e cornici securitarie. Latto del 3 gennaio 2026 non è un fulmine in un cielo sereno: è la conclusione provvisoria di una linea che, a ogni passaggio, ha spostato un po’ più in alto la soglia del lecito”.

Perché la stagione bolivariana diventa intollerabile

Per comprendere la posta in gioco bisogna tornare alla fine degli anni Novanta. Con la vittoria elettorale di Hugo Chávez nel 1998 e la stagione bolivariana, il Venezuela non inaugura soltanto un ciclo politico: inaugura una rottura simbolica. Lidea che la rendita petrolifera possa essere piegata almeno in parte a un progetto di diritti sociali: alfabetizzazione, sanità diffusa, accesso più largo allistruzione, politiche abitative, sostegno alimentare. In un continente dove, per secoli, la ricchezza è stata una cascata che scorre solo verso lalto, quella scelta ha un significato sovversivo: cambia lorizzonte di ciò che i poveri considerano possibile.

Nel 2005 lUNESCO riportò il risultato della campagna di alfabetizzazione e la proclamazione del Venezuela come territorio libero dallanalfabetismosecondo i parametri della campagna. È un dettaglio che qualcuno liquida come propaganda, ma il punto è più profondo: quando la politica decide di far entrare chi non contava nella stanza dei bottoni, produce effetti materiali e soprattutto produce una nuova aspettativa collettiva. E le aspettative, per il potere, sono più pericolose delle parole.

Accanto alla redistribuzione, c’è l’elemento partecipativo: comunas, consigli comunali, tentativi di decisione dal basso. Al di là delle caricature, lidea era una: far contare i barrios. E qui si accende la miccia dellodio imperiale. Non si perdona lidea che un paese di servizionellordine globale possa trasformarsi in soggetto, possa rivendicare sovranità sociale e non solo sovranità formale.

La reazione, storicamente, segue un copione. Isolamento, demonizzazione, crisi economica indotta o aggravata, costruzione di unopposizione responsabilepronta a subentrare, e poi il salto delleccezione: colpi di Stato, invasioni, operazioni speciali. È una grammatica che lAmerica Latina conosce fin troppo bene.

Dal copione storico al metodo operativo

Non serve alcuna fantasia per vedere la continuità. Guatemala 1954: riforma agraria e interessi economici; colpo di Stato e restaurazione. Cile 1973: socialismo elettorale spazzato via e sostituito dal laboratorio del terrore e del neoliberismo. Panama 1989: lex alleato Noriega trasformato in narco-dittatorenel momento in cui non serve più, e poi catturato e processato negli Stati Uniti. Quel passaggio non è un ricordo marginale: è la prova che il prelievodel leader e la sua trasformazione in imputato in un tribunale statunitense è già stato usato come dispositivo politico. Caracas 2026 ne è l’evoluzione, più brutale e più simbolica.

Venezuela 2002: tentativo di golpe contro Chávez, durato quanto basta per capire che la mobilitazione popolare può rovesciare il rovesciamento. Da allora il conflitto entra in una lunga fase di pressione multilivello: economica, mediatica, diplomatica, finanziaria. La forza non si presenta subito come bomba: spesso si presenta come sanzione, come blocco, come procedura”.

Le sanzioni come guerra che non dice il suo nome

Quando si parla di Venezuela, lOccidente ama raccontarsi una favola morale: puniamo i cattivi. Ma la realtà materiale delle misure coercitive unilaterali è un’altra: colpiscono soprattutto chi non decide nulla. Quartieri popolari, ospedali, salari, accesso ai beni essenziali. È una violenza che si traveste da burocrazia.

Nel tempo, report e analisi istituzionali hanno ricostruito la progressiva intensificazione del regime sanzionatorio statunitense e le sue ricadute: restrizioni finanziarie, limiti sulle transazioni legate al governo e alla compagnia petrolifera statale, effetti indiretti su pagamenti, importazioni, assicurazioni, logistica. È importante dirlo senza giri di parole: quando tagli lossigeno economico a un paese, il bersaglio reale è la vita quotidiana.

La relatrice speciale ONU sulle misure coercitive unilaterali, dopo una visita in Venezuela, ha descritto limpatto negativo delle sanzioni su economia e diritti e ha richiamato la necessità di valutare e rivedere misure che colpiscono la popolazione. Non è un dettaglio umanitarioseparato dalla politica: è la politica stessa quando diventa punizione economica per piegare una volontà collettiva.

In questa luce, il 3 gennaio 2026 non appare più come evento improvviso. Appare come lultimo gradino di una scala: prima la pressione economica, poi lassedio finanziario, poi lenforcement navale, poi la cornice securitaria, infine latto di forza diretto sulla capitale. È una continuità, non una rottura.

Il petrolio: la posta in gioco che spiega tutto

Sotto il suolo venezuelano si trova una delle più grandi riserve provate di greggio al mondo. LEnergy Information Administration statunitense indica per il 2023 circa 303 miliardi di barili di riserve provate, legate soprattutto alla Faja dellOrinoco. I numeri variano in base a definizioni, qualità del greggio e recuperabilità economica, ma il punto geopolitico resta: il Venezuela è un rubinetto strategico. Qui la retorica occidentale mostra il suo rovescio. Quando ti dicono democrazia, spesso stanno dicendo proprietà”. La domanda reale è una: chi decide del destino di quelle risorse, il popolo venezuelano o il complesso finanziario-militare con le sue compagnie energetiche? Ed è qui che la logica coloniale si svela: limpero che ha saccheggiato mezzo mondo accusa Caracas di rubare” petrolio e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È il rapinatore che grida al ladro mentre punta la pistola.

Per rendere digeribile un blitz militare su una capitale, serve una metamorfosi semantica: una guerra deve diventare unoperazione di polizia. È l’alchimia classica del dominio. Non stai facendo guerra: stai ripristinando legalità”. Non stai violando sovranità: stai proteggendo la sicurezza. Non stai strangolando un popolo: stai punendo i cattivi”. Nel caso venezuelano, letichetta madre è narcoterrorismo. È un termine comodo perché cancella la politica e lascia solo la caccia. Se laltro è “narco, non ha storia. Se laltro è “terrorista”, non ha diritti. Se laltro è “cartello, non è un popolo: è un bersaglio. E qui entra in scena lespressione più tossica: Cartel de los Soles.

Cartel de los Soles: una formula elastica che diventa categoria di eccezione

Prima ancora che politica, la questione è linguistica. Cartelloevoca una struttura compatta, un comando unico, un organigramma. Ma molte letture critiche hanno osservato che Cartel de los Solesfunziona soprattutto come etichetta ombrello: una formula che semplifica e compatta, trasformando un insieme di accuse e sospetti in un’entità monolitica. InSight Crime, ad esempio, ha spiegato come lespressione venga spesso usata per descrivere presunte reti o segmenti coinvolti nel traffico, ma senza le caratteristiche chiare di un cartello unico e centralizzato; e ha anche sottolineato che il terreno dell’“antiterrorismonon è automaticamente unautorizzazione legale alluso della forza.

Quel che rende la storia ancora più grave è la sua istituzionalizzazione. Il 25 luglio 2025, il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC, ha annunciato la sanzione del Cartel de los Soles come Specially Designated Global Terrorist, sostenendo che il gruppo sarebbe guidatoda Maduro e altri alti funzionari e che fornirebbe supporto materiale a organizzazioni criminali designate. Nel comunicato, il Tesoro spiega anche che il nome deriverebbe dalle insegne a solesulle uniformi di ufficiali militari venezuelani. Non stiamo discutendo la correttezza di un comunicato. Stiamo osservando un meccanismo.

Quando un governo decide di trasformare unetichetta elastica in categoria deccezione, compie un atto politico: sposta il terreno del possibile. Terrorista” non è un insulto. È una chiave amministrativa e culturale che apre sequestri, interdizioni, extraterritorialità, normalizzazione delleccezione. È il timbro che consente di raccontare la forza come giustizia”.

C’è poi un elemento che merita attenzione proprio perché rompe lo schema noi contro loro. Alcune critiche molto dure alla narrazione del Cartel de los Soles non arrivano soltanto da fonti venezuelane o latinoamericane, ma anche da figure che hanno operato ai vertici del sistema internazionale antidroga. Pino Arlacchi, già direttore esecutivo dellUNODC, ha definito questa narrazione una grande bufala e ha richiamato dati UNODC che collocano il Venezuela su valori marginali rispetto ai grandi teatri della coltivazione di coca, sostenendo che il paese non sarebbe un epicentro produttivo comparabile a Colombia, Perù e Bolivia.

Non si tratta di assolvereo di fare tifoserie. Si tratta di riconoscere una cosa: letichetta cartello, quando viene usata come categoria totale, tende a cancellare la complessità e a diventare un dispositivo retorico utile a rendere la guerra presentabile. E quando la parola diventa il grimaldello per bombardare e rapire, la questione smette di essere polemica: diventa difesa delle regole minime del mondo.

La scuola delle prove fabbricate: lIraq e il dovere della memoria

A questo punto il richiamo allIraq non è un paragone emotivo. È un dovere storico. Nel 2002-2003 la narrazione delle armi di distruzione di massavenne presentata come certezza. Poi arrivarono le conclusioni ufficiali: lIraq Survey Group, nel rapporto finale (Duelfer Report), concluse che non esistevano gli stockpile operativi invocati per giustificare linvasione. Il Senato statunitense, con la sua inchiesta sullintelligence prebellica, evidenziò valutazioni profondamente problematiche. La conseguenza non fu un errore neutro: fu un terremoto umano e geopolitico. Il punto, per il Venezuela, è semplice: quando una menzogna strategica funziona una volta, diventa opzione di sistema. Cambia letichetta, resta il metodo. Ieri WMD, oggi narcoterrorismo. Ieri liberazione, oggi applicazione della legge. Il risultato è lo stesso: la parola prepara il missile.

Il mare come cappio: quando lenforcement diventa blocco

Il bombardamento e il sequestro sono latto più spettacolare, ma non sono lunico livello. Il livello decisivo, spesso invisibile al grande pubblico, è marittimo. Il mare è il sistema circolatorio del pianeta: una quota enorme del commercio mondiale viaggia via nave. Controllare rotte, assicurazioni, pagamenti, porti e tanker significa poter strangolare uneconomia senza dichiarare guerra.

Nei primi giorni di gennaio 2026, questo dispositivo ha assunto una forma apertamente armata: intercettazioni e sequestri di navi legate a traffici venezuelani, incluse operazioni che hanno coinvolto una petroliera connessa alla Russia e la reazione durissima di Mosca, che ha parlato di pirateria e violazione della legalità marittima. Qui la coercizione diventa procedura. Linterdizione armata viene raccontata come routine amministrativa. E il risultato è un mondo in cui leccezione è normalità: oggi una nave, domani una rotta, dopodomani unintera economia. Quando trasformi il mare in un rubinetto politico, puoi decidere chi respira e chi soffoca.

È la forma più “pulita” del potere imperiale: non occupi, non annetti, non dichiari guerra; tagli ossigeno e aspetti che la società si stremi, poi ti presenti come soluzione. In questo senso, la dimensione navale non è un dettaglio tecnico. È la cintura che stringe il cappio.

Se si guarda la sequenza con freddezza, il quadro diventa nitido. Prima la demonizzazione. Poi lassedio economico, che si giustifica come pressione miratae in realtà colpisce il corpo sociale. Poi lenforcement navale, che trasforma il commercio in un campo minato giuridico e militare. Poi la trasformazione retorica del conflitto in operazione di polizia. Infine la bomba e il sequestro. Questo è il cuore del dossier: Caracas non è solo Caracas. È un test. È la prova di quanto può essere spostata la soglia del possibile senza che il sistema internazionale reagisca in modo efficace.

Fine del diritto internazionale: la frattura che diventa sistema

La Carta ONU vieta luso della forza salvo legittima difesa da unaggressione armata o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nel caso venezuelano, la giustificazione scivola nella retorica dell’“applicazione della leggee del narcoterrorismo, ma il fatto resta: bombardamenti e prelievo coercitivo di un capo di Stato non sono diplomazia. Sono imposizione. Quando la forza pretende di diventare norma, il problema non è più il Venezuela soltanto. È il mondo. Perché il diritto internazionale, ridotto a manuale di buone maniere per i deboli, diventa una decorazione: vincolante solo per chi non può permettersi di violarlo. L’Europa, in queste dinamiche, spesso completa il quadro con il suo doppio standard. Se la stessa cosa la compie un nemico, si parla di aggressione; se la compie Washington, tutto si annacqua in formule prudenti. È una frattura morale che diventa pratica politica: le regole valgono solo quando non disturbano lalleato principale.

Dal Venezuela al mondo: la casella Iran e la tentazione dellincendio globale

L’aggressione al Venezuela non è un incidente locale. È un precedente che riallinea le placche. Se si può bombardare una capitale, sequestrare un presidente, trasformare un paese in narco-Statoe far scorrere loperazione nel circuito dellaccettabile, allora la soglia del possibile si sposta ancora più in alto.

E la prossima casella, da tempo, è l’Iran. La memoria dellIraq non è un esercizio storico: è un avvertimento. Quando torna a circolare un lessico di urgenza, minaccia assoluta, inevitabilità, conviene ricordare che quel copione è già stato usato e che il prezzo umano lo pagano sempre i popoli. Anche la cronaca recente registra segnali di escalation: nel giugno 2025 Reuters ha riportato un attacco statunitense a siti nucleari iraniani, indicando una soglia già forzata. Il punto, qui, è sistemico: un impero in difficoltà non diventa automaticamente prudente. Spesso diventa aggressivo. E quando laggressività si combina con dottrine di supremazia, controllo marittimo e propaganda, la miccia può diventare globale. Il Doomsday Clock, in questo senso, non è un oracolo. È una metafora che si avvicina troppo alla cronaca.

Stare dalla parte giusta: internazionalismo dei popoli, non tifo per gli apparati

Di fronte a questo quadro sarebbe facile scivolare nel fatalismo o, al contrario, nel tifo geopolitico. Ma se lasse morale resta il popolo, la risposta è più concreta di quanto sembri. Nel caso venezuelano significa difendere un principio elementare: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più portaerei, più basi e più canali televisivi. Significa pretendere una condanna chiara dellaggressione e del precedente giuridico che istituisce. Significa chiedere la sospensione delle misure coercitive che colpiscono la popolazione. Significa sostenere reti di solidarietà, sindacati, movimenti, diaspora latinoamericana. Significa soprattutto smontare la propaganda: far vedere il petrolio dietro la morale, la dottrina Monroe dietro la legalità, la parola cartellodietro la guerra.

Difendere oggi il Venezuela significa difendere tutti, perché il messaggio che passa da Caracas è universale: chi prova a usare le proprie risorse naturali per la giustizia sociale può essere trasformato in narco-Stato, in terrorista”, in minaccia alla sicurezza, e dunque in bersaglio legittimo. Se questo precedente passa senza risposta, limpero non ottiene solo petrolio. Impone una nuova normalità: la violenza travestita da legalità, la menzogna elevata a dottrina, leccezione stabilizzata come regola.

Fonti principali

Bulletin of the Atomic Scientists sul Doomsday Clock.
Reuters, Associated Press, Sole 24 Ore, House of Commons Library sulle ricostruzioni dell’operazione del 3 gennaio 2026.
U.S. Energy Information Administration sulle riserve petrolifere venezuelane.
UNESCO sulla campagna di alfabetizzazione.
ONU-HRC sulla valutazione degli effetti delle misure coercitive unilaterali.
InSight Crime sulla natura del Cartel de los Soles e sui profili giuridici della designazione.
U.S. Treasury/OFAC sulla designazione e sulle motivazioni ufficiali.
Duelfer Report e inchiesta del Senato USA sull’intelligence pre-Iraq.
Le Monde e comunicazioni/ricostruzioni su sequestri navali e reazioni russe.
Reuters sul fronte Iran (giugno 2025).